NEBULAE

 

          NEBULAE è ambientato in un continente primordiale di 10.000 anni fa, culla di tutte le civiltà che sarebbero poi fiorite. Il mio scopo - nel narrare le vicende dello sciamano Knu-ut e del principe Dork che, pur diversissimi l'uno dall'altro per storia e obiettivi, si ritrovano a percorrere la stessa strada - era quello di suggerire che camminare insieme è già il raggiungimento di una meta, forse quella più importante, che consiste nello stabilire un rapporto con l'altro. Mi illudevo così di rimandare il pensiero del lettore, per associazione di idee, al dialogo tra persone di convinizioni diverse, credenti e non credenti, che in questi tempi tanti frutti sta dando nell'apertura alla comunione d'anima, e quindi all'infinito. Ma, rileggendo, mi rendo conto che questo "rimando" è una cosa niente affatto automatica.

          Nella narrazione, poi, dei monasteri delle montagne del cielo, ci tenevo ad avanzare una tesi che mi affascina, e cioè che, nell'effimero di una vita che tutti ci troviamo a condurre, al di là di ogni fede il paradiso ce lo dobbiamo costruire già su questa terra, e che l'unico mezzo per realizzarlo è la concordia tra gli uomini, per la quale merita dunque giocarsi tutto. Ma anche questo pensiero, nel romanzo, non è palese come avrei voluto.

          Devo quindi riconoscere che tutti gli spunti, le allusioni, le allegorie e le parabole del romanzo, alla fine rimangono sommersi dagli eventi e dalle descrizioni del tessuto narrativo.

          Un affaraccio, dunque?

         Forse no. Perché sono convinto che, se il lettore proverà a decifrare i vari elementi della storia nella chiave che ho appena accennato, potrà "ricrearsi" nel senso vero della parola.

 

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