EXTRA

          Anche io, come tanti cantautori, scrivo romanzi. Ecco perché, dopo i due fantasy Nebulae e Reditus, pubblico qui sotto, in formato leggibile dal cellulare, la conclusione della trilogia, il romanzo storico Dyluvium, ambientato nel IV secolo d.C., periodo in cui il mondo antico comincia a crollare pezzo dopo pezzo per lasciare il posto a quello di oggi.

          Nel 391 l'impero romano ancora c'è, e c'è anche un imperatore che sembra tenerlo unito. Ma è l'orlo del precipizio. In una Roma non più capitale, tra comunità ariane, monaci distruttori di templi, e gli ultimi sussulti di un paganesimo ormai schiacciato dalla nuova religione, si snoda la storia d'amore di Anteo, giovane cantore del dio Serapide di Alessandria d’Egitto, alla ricerca di una risposta che plachi il suo desiderio di infinito.

 

 

DYLUVIUM

 

 

 

§ 1. Roma, giugno A.D. 391 – carcere Mamertino

Il cuore di Anteo batte all’impazzata. Sente in bocca il sapore del sangue dell’uomo che ha morso. Quell’uomo voleva carezzarlo per fargli capire, da oltre le sbarre, che gli voleva bene. Ma Anteo non vuole la sua commiserazione. E lo ha morso. Non vuole essere amato, né da lui, né soprattutto, da Schytilla.
Schytilla…
Oddìo, cosa ha fatto!
Schytilla, il viso più dolce che esista sulla terra.
Il viso del suo amore. Del suo impossibile amore.

E adesso tutti e due e ne vanno via, sconsolati.
Bene, ci è riuscito!
L’uomo ha avvolto la mano ferita in un panno, e sussurra alla ragazza chissà quali dolci parole di conforto.
Se ne vanno, se ne vanno! Verso il loro destino.
E lasciano finalmente Anteo al suo.
Non possono capire il suo comportamento! Anteo spera solo che non lo considerino impazzito, sarebbe una scusante. E lui non vuole che portino di lui il ricordo di un amico. No. Devono disprezzarlo. dimenticarlo.
Trema tutto, nella tragica ebbrezza di farsi del male, di uccidere se stesso e tutto ciò che voleva che rimanesse di lui. Il ricordo della sua persona, della sua amicizia, della sua arte… era quella la sua sopravvivenza oltre la morte!
Ma adesso Anteo non vuole più sopravvivere.
Adesso basta, che di lui ci sia solo l’oblio, il nulla!

Altrimenti loro non saranno mai felici.

Questo è il suo amore.
Questo è Il culmine di ciò che Anteo può dare.
A Schytilla.
E forse anche a Rufo, che la protegge.

Si volta verso la feritoia della cella, il cielo gli appare rosso di sangue.
È una sensazione che in altro tempo avrebbe cercato di fermare nella poesia e nelle note della sua arpa, per consegnarla al cuore degli uomini.
Ma cose del genere ormai non hanno più alcun interesse per lui. Ora tutto il suo corpo trema, e il cuore picchia  forte in petto! E non riesce a fermare il battito dei denti.
Come può estraniarsi dall’idea che tra poco, al sorgere di un nuovo giorno, la sua testa cadrà?

Ha sempre sentito dire che, quando un uomo sta per morire, gli scorrono nella mente tutte le vicende della vita.
Forse è per questo che adesso gli sembra di rivedere gli occhi di suo padre, l’ultimo e il più famoso dei custodi del tempio di Serapide, e gli sembra addirittura sentire la sua voce, sicura e tonante, che lo chiama. E si rivede bambino, a scorrazzare negli atri e sotto i portici, fra sacerdoti dalla testa rasata, incensi e veli bianchi di processioni.
Sì, perché lui è il figlio di Olympio, il grande sacerdote del maestoso e secolare Serapeo di Alessandria d’Egitto, il santuario del dio Serapide, luce e conforto delle genti non solo dell’Egitto, ma di tutto il mondo. Perché in Serapide, ogni uomo devoto e puro ravvisa la potenza e la sacralità del proprio dio, quale che sia.

In un baleno si rivede, dodicenne, mentre ficca il naso in un sotterraneo del tempio, dove sono custoditi tanti preziosi cimeli, accatastati l’uno sull’altro. Ed ecco la cosa che più lo attrae, un’arpa finemente intarsiata, che su una estremità reca scolpito il viso di Serapide stesso.
Suo padre lo raggiunge e gli dice che non deve toccare quello strumento, perché è antichissimo e ha un valore incalcolabile.
Lui lo prega. E comprende dall’espressione accondiscendente del padre che, se promette di muoversi con delicatezza e attenzione, tutto è possibile.
Così Anteo si avvicina all’arpa, e la accarezza. Con amore.
Poi pizzica lievemente corde. E ne escono suoni incredibilmente puri.
Suo padre è stupefatto da quel tocco. Lo invita a continuare. Anteo non sa cosa gli stia succedendo, ma quello strumento nelle sue mani è come parte di lui, che gli permette di dare e dire qualcosa di profondo, che lo trascende.
Il sotterraneo riecheggia di armonie. È un momento di estasi.
Olympio chiama i musici e ordina loro di istruire il suo figliolo.

E giorno dopo giorno i musici lo conducono a inseguire tutte le possibili successioni di note, alla ricerca infaticabile dello sbocco verso nuove dimensioni, quasi a voler carpire briciole di un’armonia suprema che deve pur esserci da qualche parte.

Ma presto la musica non basta più, ad Anteo. Perché non arriva a esprimere il suo essere più vero. A quel gioco manca ancora qualcosa. La parola.
Si mette così a scrivere versi e a comporre inni, che canta, inginocchiato con la sua arpa, davanti alla colossale statua di Serapide.
La notizia dei suoi inni corre di bocca in bocca, finché comincia a venire a lui gente che, colpita dalla sua arte, vuole ascoltarlo.
E infine, sacerdoti e fedeli gli chiedono di far loro da guida per innalzare le lodi al dio.
Il nome di Anteo diviene nome noto, tra i fedeli di Alessandria.
E un giorno Keoth, lo scriba dal collo taurino, gli dice parole che si stampano nella sua mente come un marchio indelebile. «Ovunque, in Alessandria e nel mondo, si innalzeranno i tuoi inni, lì tu sarai presente, e nei tuoi inni, giovane Anteo, tu sopravvivrai!»

Il cuore di Anteo viene invaso dalla frenesia di trovare sempre nuovi accordi, nuove espressioni, nuove parole. Ed ogni scoperta lui la annota su un suo codex personale - un dono di Keoth - perché non vada perduta. In quel famoso santuario, Anteo ha la possibilità di incontrare pellegrini di ogni razza e provenienza, e a loro chiede notizie sulla loro arte, sulle loro tradizioni e sui loro segreti. Tutto impara, e tutto annota.
Tanta è l’avidità di conoscenza, che il giovane si mette a frugare perfino nell’antichissima biblioteca del tempio, alla ricerca di dimenticate tecniche artistiche che possano arricchire le sue composizioni. Ha la possibilità di scartabellare tutto ciò che vuole indisturbatamente, perché lui è il figlio del gran sacerdote, e nessuno si azzarda ad ostacolarlo.
E la biblioteca del Serapeo è senza dubbio uno scrigno di tesori, che custodisce, oltre a tante memorie dell’alto e del basso Egitto, anche innumerevoli e preziosi documenti scampati alla distruzione della prima e più famosa biblioteca di Alessandria, quella che, quattro secoli prima, è stata incendiata dai legionari di Giulio Cesare.

Anteo srotola un’infinità di papiri e pergamene, e trova poesie, epopee, scienze e conoscenze di popoli vissuti in un passato lontanissimo. Anche se sono le tecniche artistiche, che lui sta cercando, quando si imbatte nei trattati di medicina, prova una strana e prepotente attrazione, e si sofferma con piacere a leggere. Si entusiasma particolarmente di fronte all’incredibile «terapia delle forme» con cui enigmatici «scribi nascosti», vissuti chissà quando e chissà dove, dicevano di poter far risucchiare nella perfetta architettura dell’universo la disarmonia di ogni tipo di malattia.
E tutto Anteo annota su sul codex.

Finché, un giorno, a forza di scartabellare, si imbatte in un cantico dei primordi della storia dell’uomo, che narra le gesta di un eroe di nome Dorq. Questo Dorq doveva essere un principe o un re, non si capisce bene, che aveva condotto il suo popolo alla salvezza all’epoca del grande diluvio.
Nel cantico si parla anche del figlio di Dorq, e del senso profondo dell’arte, per cui Anteo si appassiona profondamente a quel cantico, e per giorni e notti rimane a trascriverlo meticolosamente sul suo codex senza perdere una parola.
Via via che trascrive, gli sembra di rivivere quella storia come fosse la sua stessa storia.

«Sul santo monte, Imoth, figlio di Dorq, figlio di Ut’naoeh, scolpiva figure sulla pietra. Chiunque le guardasse percepiva il respiro della vita. Per questo nessuno poteva essere più grande del giovane Imoth, né dèi, né re, perché solo al giovane Imoth era stato dato il potere di carpire l'essenza della vita, ed evocarla sulla pietra.
Gli uomini raccoglievano ogni scultura che usciva dalle mani di Imoth come un bene prezioso, e così il suo soffio vitale, dalle altezze del santo monte, si disseminava per tutta la terra. Ovunque compariva una statua scolpita da Imoth, lì si innalzavano lodi al suo nome, nome che non si sarebbe spento mai, perché immortale come le pietre».

Anteo si ferma un attimo, nella trascrizione, perché un brivido lo percorre tutto. Anche a lui infatti, come a Imoth, è stato detto che, nella sua arte avrà la vita eterna.

«Ma un giorno, nel cielo, una delle due lune si incendiò. La volta celeste si crepò, e dalla crepa rovinarono giù miriadi di stelle. Dove le stelle cadevano, la terra sprofondava negli abissi, e dagli abissi si levava nuovo fuoco verso il cielo. Gli uomini tremavano e morivano. Volgevano gli occhi verso il cielo, ma il cielo non c’era più. Volgevano gli occhi verso la terra, ma la terra non c’era più. Ed ecco, venne una grande pioggia, che ogni cosa e ogni vita sommerse, risucchiandola nei rigurgiti del mare.
Le acque salirono fino ai monti, e toccarono le vette del santo monte Adrus, il luogo dove vivevano coloro che costruivano le navi. Ut’naoeh fece salire in fretta sulle navi tutti i suoi figli con le loro famiglie, vi caricò i semi e il bestiame, e ne chiuse le porte.
Le onde del mare salirono e innalzarono le arche.
E tutto il mondo perì.
Il giovane Imoth cominciò a gridare: "Dove sono finite ora tutte le mie opere? E cosa ne è del mondo, che deve custodire per sempre il mio nome?" 
Fuori di sé, il giovane tentava di gettarsi in mare per raggiungere le sue opere. Ma le grandi mani di Dorq, suo padre, lo trattennero.
"Figlio!" lo rimproverò Dorq. "Non riesci ancora a comprendere ciò che il diluvio vuole dire?"
"Cos’è che devo intendere, padre?" chiese il giovane Imoth singhiozzando.
"Tu hai riposto il tuo nome nell’arte tua e nel ricordo degli uomini! Ebbene, l’hai mal riposto, perché l’arte tua e gli uomini, come vedi, periscono insieme nel profondo degli abissi!"
"Padre!" invocò il giovane Imoth. "Dove dunque riporrò il mio nome, perché non perisca?"»

«Dove dunque riporrò il mio nome, perché non perisca?»
Di fronte a questa domanda Anteo rimane allibito. Perché insinua in lui, che pensa che il suo nome vivrà imperituro nei suoi inni, il dubbio che, come nel diluvio erano perite tutte le sculture di Imoth assieme alla sua fama, così un giorno potrà accadere di lui e dei suoi inni!

Cerca allora, nel cantico, la risposta ma, con angoscia, si rende conto che il cantico finisce così.
Non è possibile!
Tenta affannosamente di srotolare tutto il papiro, ma è strappato, la narrazione è interrotta. Non c’è più.
Prova allora a ricercare nei manoscritti simili di quella scaffalatura, e poi ancora tra quelli dell’intera aula, e tra i volumi dell’intera biblioteca.
Niente!

*       *       *

«Guarda come ti sei ridotto, egizianello!» esclama una voce gracchiante, richiamando bruscamente Anteo al presente..
E il confortante limbo dei ricordi si dissolve in un baleno, per lasciare il posto all’angoscia della realtà, a una cella maleodorante, e a un’odiosa presenza.

 

TRE ANNI PRIMA

 

§ 2. A.D.388, settembre, Serapeo di Alessandria d'Egitto

Keoth, il grosso scriba dalla testa rasata e dalla corporatura tarchiata, sale trafelato gli scalini che portano al Serapeo, e corre sotto i lunghi portici verso la parte più intima e più elevata del santuario.
Si ferma ansante davanti alle guardie che presidiano l’entrata, e chiede loro di andare a chiamare il grande sacerdote.
Olympio scende, seguito da suo figlio.
«Ha vinto Teodosio!» dice lo scriba.
Il gran sacerdote sbianca in volto.
«Ma… come lo hai saputo?» domanda.
«Sono appena sbarcati ad Alessandria dei marinai con le sue insegne. È Teodosio, ora, il padrone del mondo!»
«Dunque Maximo, la nostra speranza...»
«Si è difeso come un leone! Si racconta che ad Aquileia i suoi abbiano lottato come dei gladiatori! Ma contro un numero di nemici che pareva non finire mai, sono caduti uno dopo l’altro…»
Olympio si nasconde la faccia tra le mani.
«Maximo però», continua lo scriba, «non sarebbe stato sconfitto se non fosse stato tradito! Due suoi generali lo hanno venduto al nemico! Ed ora la sua testa viene esibita in tutte le provincie dell’Impero!»
«Che ne sarà ora dei nostri amici di Roma?» esclama il sacerdote. «E che ne sarà del nostro fraterno amico Simmaco, che tanto sosteneva Maximo?».
«Padre!» invoca Anteo. È un ragazzo di ormai diciott’anni, che però non sa nascondere il suo spavento. «Che sarà di noi, adesso?»
«Noi siamo sotto la protezione del dio!» risponde Olympio sospirando. «Nessuno, nemmeno il padrone del mondo, potrà mai profanare questo tempio. Perché anche Teodosio sa bene che chiunque osasse farlo, non provocherebbe solo la morte dell’Egitto, ma del mondo intero!»
Poi si gira di scatto verso lo scriba. «Keoth!» dice con voce determinata.
«Comanda, signore».
«Ti affido una missione» dice. «Tu ora ti imbarcherai in tutta fretta per Roma, e andrai dal mio amico Simmaco. Voglio che tu di persona gli porti un mio messaggio, niente pergamene! Tu gli dirai che gli offro la protezione di questo tempio. Qui lui sarà sempre il benvenuto, così come lo è stato finora. Perché io, Olympio non guardo come gira la fortuna, e non dimentico mai gli amici, specie nel momento della sconfitta!»

Keoth fa un grande respiro, fiero di essere stato incaricato di portare un tale nobile messaggio.
E corre via.

*       *       *

L’autunno è alle porte, e il tempo della navigazione sicura sta per terminare. Ma Keoth non ha paura di affrontare i pericoli, anche se, per portare a termine la sua missione, sa bene che deve usare la massima prudenza.
Sulla nave, e poi lungo le strade, sta sempre con la testa nascosta nel cappuccio. Non dà confidenza a nessuno, ma ascolta i discorsi della gente. Sembra che tutti indistintamente siano stati da sempre sostenitori di Teodosio. «È molto strano», pensa Keoth. «Ad Alessandria sapevamo invece che quasi tutta l’Italia era dalla parte di Maximo!».
Keoth va dritto per il suo cammino diffidando di tutto e di tutti.
E finalmente, dopo il lungo viaggio, eccolo a Roma.
È il momento della verità. Sa benissimo che può trovare la casa di Simmaco incendiata.
Ma con grande sollievo vede che tutto è ancora a posto. E anche Simmaco è là, con la sua famiglia e i suoi domestici,
Il senatore accoglie lo scriba con affabilità, e ascolta con commozione il messaggio del suo amico Olympio.
Alla fine si apre in un grande sorriso.
«Riferisci al mio fratello gran sacerdote», dice mostrando tutta la sua emozione e tutta la sua gratitudine, «che il nuovo imperatore a quanto pare sa ben regnare. Ha accordato il perdono a me e a tutti i senatori che, come me, hanno parteggiato per il suo rivale, riconoscendo la nostra rettitudine e fierezza. E ci ha reintegrati in tutte le nostre cariche. Così, grazie alla dea Fortuna, in questo momento non necessito dell’amabile asilo che il tuo padrone mi offre in Alessandria! Ma per questo messaggio che mi porti, ora ho la riprova del suo affetto. Digli dunque che deve lui, venire a Roma mio ospite, E se le sue sacre occupazioni non glielo permettono, che mandi a me chiunque vorrà della sua famiglia, e io lo tratterò come fosse lui stesso!»

 

§ 3. A.D.389, estate, via Aurelia

È quasi l’alba. Su una piccola rientranza della via Aurelia, in prossimità di una necropoli, c’è un carro, con legato un cavallo. È coperto da un telo, e all’interno pare che arda una fioca lucerna. Non si avverte nessun movimento. Lì dentro ci deve essere qualcuno che dorme.
Si avvicinano furtivamente due uomini con dei coltelli in mano. Le loro intenzioni sono chiare: uccidere chi dorme nel carro e rubare tutto quello che si può.
Ma una lieve agitazione del cavallo mette sull’allarme qualcuno all’interno del carro. E improvvisamente sbuca fuori un soldato con una lunga spada. I briganti, dopo un primo momento di stupore, consapevoli di essere in due contro uno, gli si avventano contro, ma il soldato a quanto pare sa bene come lottare. Con un violento fendente abbatte il primo. L’altro fugge. Ma il soldato lo insegue, lo raggiunge e, nonostante le sue suppliche, gli taglia la gola.
Poi, come in un macabro rituale, si china su di lui, gli recide una ciocca di capelli, e la annoda. E, come fosse un trofeo, la infila in una piccola borsa che tiene appesa alla cintura.
Torna in prossimità del carro e fa lo stesso con l’altra sua vittima.

Infine rientra all’interno del carro e si siede accanto a un uomo disteso con gli occhi sbarrati, che muove in continuazione il labbro inferiore in fuori e in dentro. Il soldato lo carezza e gli sussurra: «È tutto a posto, Elio, riposati pure. Anche se il nostro viaggio sarà molto lungo, stai certo che ti riporterò a casa».
Nel cielo spuntano le prime luci del giorno.

Il soldato, incurante dei due cadaveri che giacciono sul ciglio della strada, afferra le redini del cavallo e riporta il carro sulla via.
Incita la bestia e riprende il viaggio.

§ 4. A.D.389, estate, Roma

Anteo si ferma un momento per riprendere fiato. È finalmente arrivato alle pendici del colle Celio, calcando i passi di Keoth di più di un anno prima. Il gigantesco scriba è con lui. Così ha voluto suo padre, perché abbia sempre accanto a sé chi possa accompagnarlo e consigliarlo.
Il giovane alza gli occhi per contemplare le belle costruzioni e i templi che risplendono sotto un cielo di un azzurro intenso. Ancora pochi passi sarà nella casa di Simmaco.
Sa di avere un preciso ruolo, quello di stigmatizzare l’amicizia tra suo padre e Simmaco. Se il senatore si è dichiarato lieto di aprire la sua casa a Olympio e alla sua famiglia, chi può essere l’ospite più adatto se non lui, Anteo, il figlio del grande sacerdote?
Oltretutto non è certo scontento di essere lì, anzi! È a Roma, centro e anima del mondo, con il suo segreto desiderio di potere un giorno innalzare i suoi inni addirittura nel prestigioso Serapeo monumentale di quella città. Gli sembra impossibile!

Keoth bussa alla porta che ormai ben conosce.
Gli apre un uomo di una quarantina d’anni, panciuto, con la testa grossa e le orecchie grandi e piatte, dal fare molto cordiale. «Ospiti attesi!» esclama a gran voce. «Benvenuti!» E subito si presenta: «Io sono Grato, e sono il primo maggiordomo del clarissimo senatore». Anteo e Keoth fanno un sorriso di compiacenza, ma fanno un po’ fatica a capire l’uomo mentre parla, perché non riesce a pronunciare bene la «erre».
«Il mio padrone», continua Grato sforzandosi di scandire bene le parole, «questa sera purtroppo non può essere qui ad accogliervi di persona, per un impegno improvviso di un’importanza senza precedenti. Il divino Teodosio, in visita qui a Roma, tra poche ora sarà in senato per rendere omaggio ai senatori ed essere da loro acclamato. Comprenderete bene perché il clarissimo sia dovuto correre lì... Ma ha lasciato me, perché possiate essere ricevuti con tutto il riguardo che vi è dovuto».
Batte le mani e due servi premurosi si affrettano a raccogliere i bagagli e a portarli dentro. Poi accompagna i viaggiatori verso una sala dove possano sedere e rifocillarsi.
«Lei è Liviana» dice, presentando un’anziana domestica dalle guance cadenti e lo sguardo attento.
«Che strano» pensa Anteo. «I servi non si presentano».
Ma le sorprese non finiscono. A un certo punto l’anziana Liviana, mentre sta servendo, fa un gesto sbagliato e si lascia sfuggire i piatti dalle mani. Grato subito, senza minimamente rimproverarla, si precipita a raccogliere i cocci e a pulire per terra, scusandosi con gli ospiti. L’anziana corre lesta nelle cucine, e quando dopo pochi minuti è di nuovo in sala con una nuova portata, Grato la accoglie con un sorriso.
La cosa stupisce non poco Anteo. Grato è pur sempre il primo maggiordomo, e ad Alessandria i primi maggiordomi non hanno certo pazienza con i servi che sbagliano, e si guardano bene dal compiere atti servili come quello.
«Siete parenti?» domanda Keoth. «No», rispondono insieme i domestici. Ma sul loro volto c’è un impercettibile sorrisetto di complicità.
I loro servizi agli ospiti proseguono, ma con un’attenzione e una cura del tutto insolita. Anteo e Keoth notano che non è il solito formalismo sottomesso dei servi, è qualcos’altro, quasi un’estensione agli altri del rapporto affettuoso e profondo che c’è tra loro due, che finisce per avvolgere tutti in una confortevole atmosfera di concordia, che induce ad essere gentili l’un con l’altro.

Il pranzo finisce, e Grato conduce gli ospiti negli alloggi a loro riservati.
Keoth aiuta Anteo a sistemare le sue cose nella sua stanza, e infine si ritira.
Anteo si stende sul letto.
Sospira e guarda il soffitto. È a Roma!

Ed ecco, qualcuno bussa alla porta.
Grato.
«Con questo lasciapassare», dice consegnando ad Anteo un biglietto di pergamena, «se tu lo volessi, potresti essere presente al grande evento di questa sera».
Anteo rabbrividisce. Cosa? È appena arrivato a Roma e ora potrebbe addirittura già assistere a una seduta del senato? Ma è un privilegio inaudito!
«Posso andare… a vedere l’imperatore?» chiede incredulo.
«Proprio così. I senatori vogliono che ci sia una piccola, selezionata, folla che faccia sentire al divino Teodosio tutto il calore del popolo romano! Ma tu, giovane signore di Alessandria, sei reduce da un lunghissimo e faticoso viaggio,  tu conosci bene le tue forze, e giudicherai tu se puoi o meno andare in senato».
«No, no, mi è passata di colpo tutta la stanchezza!» esulta Anteo. E corre a prepararsi.

*       *       *

Grazie al lasciapassare del maggiordomo, le guardie fanno entrare Anteo nel palazzo del senato e lo indirizzano verso una loggia in fondo all’aula, tra gli uditori.
L’aria rimbomba di voci concitate.
Anteo si accorge subito, con un certo imbarazzo, che la gente lo guarda con curiosità e scherno, fissando la sua testa rasata, il trucco dei suoi occhi e il suo abbigliamento egiziano.
Ma si rincuora subito vedendo che non è il solo straniero, tra quella folla di romani. Sulla loggia, infatti,  insieme a lui ci sono anche un paio di africani e alcuni barbari biondi. Certamente il senato vuole mostrare all’imperatore che ad acclamarlo c’è tutto il mondo che Roma governa, con tutte le sue diversità.

Ed ecco, arriva l’imperatore! Scrosci di applausi e grida di benvenuto! Teodosio è un uomo ossuto, dallo sguardo profondo da cui traspare un’intelligenza acuta e una volontà ferrea.
Avanza nell’aula rispondendo ai saluti con affabilità ma allo stesso tempo consapevolezza della sua autorità assoluta. I cerimonieri lo invitano ad accomodarsi su un tronetto appositamente sistemato per lui al centro dell’aula, e fanno cenno alla folla di tacere.
Tutti si siedono e fanno silenzio.

«L’imperatore in senato!» mormora una voce emozionata dietro ad Anteo. 
Il giovane si rivolta e vede un vecchio romano con le lacrime agli occhi.
«Perché piangi?» gli domanda.
«Perché oggi questa sacra aula è finalmente ciò che deve essere, la corona dell’imperatore! È questa, la sua casa, perché lui è il principe dei senatori di Roma, e non semplicemente un signore di eserciti!»
«Oh, giorno benedetto!» fa eco un altro. «Oggi Roma ha tra le sue mura il suo Imperatore!».

Una voce tonante annuncia che il senatore Pacato sta per declamare il suo panegirico all’Imperatore.
E subito, con incedere solenne, si fa avanti un omino dal volto rugoso e ben rasato, con una bella pancia che l’ampia toga non riesce a nascondere. Stringe in mano un rotolo di pergamena.
Fa un inchino davanti a Teodosio, srotola, e comincia a leggere.

Il panegirico è pieno di lodi altisonanti, che vengono continuamente sottolineate dagli applausi dei presenti. Ed è interminabile!
E così Anteo si lascia sfuggire parecchi sbadigli, cominciando a sentire tutta la stanchezza del viaggio.
Un ragazzone un po’ più grande di lui, che gli è seduto a fianco, se ne accorge, e gli da una gomitata.
«Egizianello, non ti puoi addormentare», gli dice, «o il senato riterrà questo un insulto a Roma stessa!»
Sono parole palesemente esagerate, dette all’unico scopo di far sentire Anteo in imbarazzo. Ma Anteo è nuovo in quell’ambiente, e sussulta spaventato, tornando subito a fissare Pacato, con gli occhi sgranati.
Il ragazzone ridacchia. E per disorientare ancora di più quel suo ingenuo vicino, soggiunge con alterigia: «Fissa pure quell’individuo che tanto si sta dando da fare per piacere all’imperatore, ma sappi che appartiene a una razza destinata a scomparire dalla faccia della terra, perché incapace di adattarsi al cambiamento dei tempi».
«Il cambiamento dei tempi?» esclama Anteo rivoltandosi verso il ragazzone. E vede davanti a sé una faccia rossiccia, fronte bassa e mento grosso, con le labbra modellate in un perenne sorrisetto di scherno.
Il ragazzone squadra Anteo da cima a fondo. Poi fa un ghigno, scoprendo così una dentatura storta e gialla. «Ah, capisco!» dice. «Chissà da dove vieni, tu! Ma questo non scusa la tua ignoranza! Anche io, come questo chiacchierone di Pacato, un tempo ero devoto degli dèi, ma non mi ci è voluto molto per capire quale sia oggi la nuova forza vincente!»
«Quale è?»
«Ma è il cristianesimo, egizianello, il cristianesimo! Per il semplicissimo fatto che è la religione di colui che sta lì, sul trono, ad ascoltare il panegirico composto per lui. È lui che ha in mano il mondo intero, non lo vedi? E lui non è certo un pagano, come Pacato e i suoi amici, ma è cristiano!»
«E tu?»
«Un tempo anche io ho fatto il pagano, certo. Ma appena ho capito in che direzione tira il vento, ho abbandonato tutti gli dèi senza alcun rimpianto! Mi sono fatto battezzare e ora posso vantarmi di essere della stessa religione dell’Imperatore!»

La  sfrontatezza del ragazzone infastidisce profondamente Anteo, che d’istinto torna a rivolgere lo sguardo verso Pacato.

Dopo più di un’ora, con gran sollievo di tutti, il panegirico finisce.
Ed è la volta di un altro senatore, che avanza un po’ zoppicando. Ha barba e capelli grigi così folti, che gli nascondono quasi del tutto le orecchie.
«Ecco Simmaco!» esclama il ragazzone.
«Quello è Simmaco?» domanda Anteo, strizzando gli occhi per vedere meglio.
«Sì, Simmaco in persona, un altro pagano senza futuro!» dice il ragazzone. «Fa tanto il difensore della gloria degli antichi dèi, ma quando Maximo è stato ucciso, tu lo sai dove si è andato a nascondere, quel vigliacco? Dentro una chiesa cristiana!»
«Perché lo chiami vigliacco?» reagisce Anteo, volendo istintivamente difendere il suo ospite. «So che l’imperatore lo stima come persona retta e fiera!»
«Ma resta sempre un vigliacco!» ribadisce con sussiego il ragazzone.

Nel centro dell’aula, intanto, Simmaco si rivolge all’imperatore con l’atteggiamento di chi, a differenza di Pacato, gli vuole tributare un saluto del tutto informale, che sgorga dal cuore. Parla con deferenza, ma via via che snoda il suo discorso, appare sempre più appassionato, quasi invasato da qualcosa di più forte di lui, di cui lui non è che il profetico portavoce.
E non ci mette molto ad arrivare al nocciolo della questione.
«Pur tuttavia», dice con aria compunta, «anche se la tua presenza, o divino imperatore, illumina questo giorno e questa aula di una luce che durerà per sempre», e qui Simmaco, da consumato oratore, si interrompe sapientemente. «Pur tuttavia», riprende, «in questa sacra aula… c’è un grande vuoto!».
Mormorii di meraviglia e incredulità pervadono tutto il senato.
Teodosio si lascia sfuggire uno sbuffo. Ha già capito dove vuole andare a parare il senatore.
«Proprio là», e Simmaco indica platealmente un angolo dell’aula, «un tempo si ergeva la meravigliosa statua alata della Vittoria, simbolo della gloria di Roma, la nostra gloria. Ebbene, gli ultimi imperatori cristiani hanno voluto vedere nella statua un simbolo pagano, e per questo l’hanno fatta rimuovere. Ma essa non era simbolo di paganesimo, ma simbolo di gloria! Così ora, questo vuoto, rappresenta il vuoto stesso degli antichi valori che costruirono la potenza di Roma! O divino imperatore, io e tutti i senatori, ti imploriamo: permetti che la statua della Vittoria, con la sua sacra ara, possa tornare di nuovo in questa aula. Con essa tornerà l’orgoglio stesso di Roma».
Per tutto il tempo che Simmaco ha parlato, Teodosio se ne stato con le dita strette sugli occhi.
Ora alza lo sguardo verso il senatore, e chiede: «Hai finito, clarissimo?»
Il tono è gentile, ma quella domanda non fa presagire nulla di buono.
«Sì, o divino…»
«Senatore, apprezzo la tua eloquenza, ma devi renderti conto una buona volta che l’antica gloria di Roma è una gloria ormai passata. Perché c’è una nuova gloria e una nuova Roma da edificare, adesso, e ambedue sono cristiane!»
Simmaco si sente gelare. Con poche parole, chiare e definitive, Teodosio ha posto la parola fine su una questione di cui Simmaco si era fatto paladino e che andava avanti da anni.
L’aula esplode in applausi entusiasti.
«Ah!» esulta il ragazzone «Lo vedi? Lo vedi qual è la vera anima dell’imperatore? Lui mostra di rispettare tutti, di non volere che si distruggano i templi pagani perché sono opere d’arte, di perdonare quelli che non sono del suo credo… ma poi alla fine, sotto sotto, è evidente il suo obiettivo! Lui vuole che la sua religione schiacci tutte le altre!»
«Ma allora io?» chiede tremando Anteo. «Che ne sarà di me, che sono un devoto del dio egizio Serapide?»
«Finirai male, tu e il tuo dio», risponde secco il ragazzone voltandosi per andarsene.
Ma Anteo, angosciato, lo trattiene. «Aspetta, ti prego, tu sai tante cose, aiutami».
«Che vuoi?»
«Cosa posso fare?»
«Ma tu chi sei?»
«Sono Anteo, di Alessandria di Egitto. La devozione al dio Serapide mi è stata insegnata fin da piccolo. Non ne ho colpa!»
Il ragazzone scuote la testa. «Non ha importanza se hai colpa non ce l’hai. La tua religione non ha speranza. E poi, da come sei ben rasato, si vede bene che sei un sacerdote pagano! E i sacerdoti pagani hanno i giorni contati».
«No, io non sono un sacerdote. Io sono un cantore. Quella è la mia vera passione. Quando compongo e canto, mi sento contento... «
Il ragazzone scruta Anteo con commiserazione.
Anteo, come un bambino sperduto, chiede: «Tu come ti chiami?»
Il ragazzone sembra non volergli rispondere. Uno sbarbatello lamentoso, timido, straniero, che diritto ha di rivolgergli domande? Ma poi, come scosso da un’ondata di amor proprio, declama: «Io sono Dalio Salsulo Volcacio!»
Anteo gli sorride.
E subito gli dice: «Volcacio, io ti ho detto la mia passione. E la tua qual è?»

Volcacio lì per lì è infastidito da quel giovincello che vuole fare amicizia a tutti i costi. 
Ma subito dopo sogghigna, rispondendo con il tono di chi vuol ferire. «La mia passione? Sono i giochi dei gladiatori! Ecco quale è la mia passione! Quello che mi esalta non è certo ascoltare il canto di un musico, ma farmi assordare dall’urlo del guerriero insanguinato che si erge sopra una montagna di cadaveri!»
Una tale inaspettata risposta, ma soprattutto il piglio con cui gli è stata data, fanno rabbrividire Anteo.
«Ma come è possibile?» replica. «Ti sei fatto cristiano! E allora come puoi appassionarti a cose come questa?»
«Lo vedi che non sai proprio nulla di Roma, egizianello? Il cristianesimo alla fine, se sai come prenderlo, permette tante cose, anche i giochi del circo! E questo lo sa bene anche l’imperatore. Indovina un po’ cosa mai, il cristianissimo imperatore Teodosio, ha donato alla città per i festeggiamenti della sua venuta? Cinquanta gladiatori Alani!»
Anteo abbassa lo sguardo, deluso.
«Allora è proprio vero», confessa, «non so proprio nulla di Roma!»

§ 5. Porta Aurelia

Nei pressi della Porta Aurelia, un bellissimo tramonto fa da sfondo a una lunga fila di carri che attende l’inizio della notte per poter entrare in città.
Tra questi, c’è anche il carro del soldato con l’uomo ferito.
Si avvicinano dei mendicanti per chiedere l'elemosina, ma il soldato li caccia via in malo modo. A quanto pare quell’uomo ha il cuore indurito e insensibile.

La notte finalmente arriva, e i primi carri cominciano ad entrare. 
Quando è il momento del soldato, una delle guardie di controllo alla Porta Aurelia pare riconoscerlo.
«Ma tu… tu sei Rufo! Virio Anicio Rufo! Sia lodato il cielo! Tutti ti credevamo morto!»
«Fidezio!» esclama Rufo. «Che ci fai, vestito da capitano della guarnigione della porta?»
«Cosa vuoi, io non sono un eroe come te!»
«Un eroe?»
«Sì! Non come me che, come puoi vedere, mi sono ridotto a fare la guardia di chi entra in città! Tu invece sei stato l’unico, di tutti noi della scuola, che ha avuto il coraggio di correre a combattere per davvero sotto le insegne di Maximo. Il cuore di ciascuno di noi ardeva per Maximo, ma nessuno di noi ha avuto la tua determinazione! È per questo che per tutti noi sei diventato un idolo!»
«Idolo? No, per favore!»
Fidezio è talmente interessato all’amico ritrovato, che non si cura per nulla dei carri che aspettano dietro di lui.
«È passato più di un anno, dalla sconfitta di Maximo», incalza Fidezio. «Perché non sei tornato subito a Roma? Cosa hai fatto tutto questo tempo?»
«Ho vagato nelle campagne intorno a Milano!»
«Hai vagato nelle campagne di Milano?» ripete Fidezio con fare indagatore. Conosce bene il suo amico, e quella risposta non gli piace. «Ma Milano non è la sede dell’imperatore?» soggiunge.
«Già!»
«Ed ora che l’imperatore invece è a Roma, ecco che arrivi qui! Sembra quasi che tu stia seguendo i suoi passi».
Rufo alza gli occhi e sospira. Non vuole mentire all’amico, ma non può certo scoprirsi.
«Cosa vuoi dall’Imperatore, Rufo?» chiede il capitano delle guardie socchiudendo gli occhi in un’espressione di sospetto.
«Semplicemente uno dei suoi riccioli!» risponde il soldato, con uno strano sorrisetto.
«Ma che stai dicendo?» chiede Fidezio sforzandosi di capire quella battuta. Ma subito riprende: «Io conosco la tua caparbietà, Rufo. Non mi stai dando nessuna spiegazione sulla tua venuta nella città. Non ti posso lasciar passare, tu lo comprendi bene!»
«Su questo carro», ribatte Rufo con tono infastidito, «sto portando a casa sua un soldato romano che ha perso il senno!»
Fidezio ispeziona il carro. E vede l’uomo steso con gli occhi sbarrati.
«Chi è?» domanda.
«E me lo chiedi? Capisco che non puoi riconoscerlo, ridotto come è. Ma un tempo frequentava con noi le bettole degli studenti. È Elio, Elio Basso. La guerra e le vicissitudini della sconfitta lo hanno ridotto come puoi vedere. Mi aveva sempre detto di voler morire nella sua casa, qui a Roma. Ecco perché sono qui. Lo sto portando dai suoi!»
Fidezio sente la gola seccarsi improvvisamente.
Di fronte all’incertezza del capitano, Rufo, con la disinvoltura di quando erano compagni di scuola, non aspetta alcuna autorizzazione, e agita le briglie per oltrepassare la porta.
«Aspetta!» grida Fidezio. «Prima di rientrare a Roma devi sapere una cosa! Di tutti noi che siamo stati ragazzi insieme, ce n’è uno che ora è diventato molto pericoloso. Guardati da lui!»
Rufo lancia all’amico un’occhiata di fuoco.
Fidezio continua: «Hai già capito di chi si tratta, vero?»
Rufo dà un colpo di redini al cavallo e entra in città.

Alla luce della luna, e con una sensazione di incanto che non credeva più possibile, rivede, davanti a sé, il Tevere, alla sua destra, i mulini che girano sotto lo scroscio dell'acqua traiana e, in fondo, la città che si estende con statue a non finire. 

Giunge finalmente alla via Latina, riconosce la casa di Elio, e sveglia i suoi parenti.
Padre, madre e sorella accorrono, intontiti dal sonno.
«Rufo! Ma tu sei Rufo» gridano riconoscendolo. Capiscono subito che nel carro ci deve essere Elio. Quando lo vedono, che muove il labbro inferiore avanti e indietro con lo sguardo assente, gridano di disperazione e si affrettano a portarlo in casa.
Elio si fa trascinare senza reagire minimamente.
La sorella di Elio si avvicina a Rufo.
«Grazie, di averci riportato il nostro Elio! E tu, ora, dove vai? Torni da tuo padre?»
«No di certo! Quando sono partito, ho rotto con lui per sempre!»
«Vai allora a Veio, nella tua villa Raminia?»
«Villa Raminia? Non è più mia, che se la tenga pure mio padre. Non voglio più nulla che abbia a che fare con lui!»
«Ma perché tanto rancore verso quel povero vecchio? Tutti sappiamo che non aspetta altro che di poterti riabbracciare! Perché, ora che sei a Roma, non vai a rappacificarti con lui?»
«No! Non mi interessa. Quando ho lasciato la sua casa è stato per sempre. E lui lo sa!»
«Allora, almeno per questa notte, riposati qui, nella nostra casa!»
Ma Rufo non risponde.
La ragazza lo supplica insistentemente. 
Ma Rufo si allontana nella notte. È un randagio, non ha più casa ormai. E nemmeno la vuole.

 

§ 6. Casa di Simmaco

Simmaco si aggira mogio mogio sotto i portici della sua villa.
Gli brucia terribilmente la sconfitta appena subita in senato. Si rimprovera di non aver saputo aspettare il momento giusto, con l’imperatore. Avrebbe dovuto avanzargli la sua richiesta solo dopo i festeggiamenti e i banchetti, e non lì, subito, tra le prime celebrazioni di benvenuto in senato.
E così, per la sua intempestività, la questione del ripristino della statua della Vittoria, si è risolta in un momento. Teodosio, con autorità che non ammette repliche, ha chiuso la faccenda una volta per tutte.

Ma i suoi pensieri vengono bruscamente interrotti da Grato. «Clarissimo», gli dice  con deferenza il maggiordomo, «secondo il tuo desiderio, ho condotto qui da te il tuo ospite, Anteo di Alessandria, figlio di Olympio».
Simmaco rivolge lo sguardo verso il giovane.
Lo scruta.
Per un attimo sembra spaesato.
Ma ecco, lo riconosce.
Gli sorride e gli porge il braccio.
Onorato da un simile gesto, Anteo glielo stringe calorosamente.
«Anteo! Io mi ricordo di te, sai? Eri un bellissimo bambino, con tanti bei riccioli biondi! E adesso, dove sono finiti?»
«Mi vedi rasato perché ormai sono come un sacerdote di Serapide!»
Il senatore alza le sopracciglia, incuriosito.
«Sono stato io stesso», riprende Anteo, «a chiedere a mio padre di poter venire qui, a Roma, perché vorrei approfondire la mia arte, che è quella di cantore. Attraverso gli inni vorrei lodare e far conoscere ancor più il dio Serapide qui, nel centro del mondo!»
«Hai già visitato l’Urbe, hai conosciuto qualcuno?»
«Per ora sono solo venuto in senato, per acclamare l’imperatore. E tra gli uditori ho conosciuto un ragazzo che si chiama Volcacio».
Il senatore diviene improvvisamente serio in viso.
«Dalio Salsulo Volcacio», sillaba pensoso. «Purtroppo so molto bene chi è. È un vanaglorioso e un arrivista senza scrupoli. Suo padre è un povero cuoco che, pur di farlo accedere alle scuole di retorica e frequentare la migliore gioventù di Roma, ha pagato un grammatico squattrinato perché lo adottasse. Peccato però che, alla fine, tutte le fatiche di quel povero cuoco non siano riuscite a fare di Volcacio un nobile! Non ha cervello, né dignità, né coraggio!»
«Volcacio mi ha detto di essersi fatto cristiano, perché questo è il presente e il futuro di Roma!»
Anteo non poteva dire cosa più sgradita per il senatore. Simmaco scuote la testa e mormora, con voce rotta dall’indignazione: «Cristiano, già! Quella è gente che non sa cosa sia il rispetto degli altri. Per loro c’’è solo il loro dio, e tutto il resto è menzogna!»
«Bisogna dunque guardarsi dai cristiani?»
«E come potresti, se te li ritrovi ovunque? Ce ne sono anche in questa casa, tra i miei servi più fidati!»
Chissà perché, a queste parole, il pensiero di Anteo va dritto al maggiordomo e alla sua amica, e al loro singolare e contagioso rapporto di concordia e affetto. Gli torna alla mente che ad Alessandria anche lui ha avuto contatto con dei cristiani, ma non gli sono sembrati tutti così intransigenti come dice Simmaco. Tra loro Anteo ha incontrato anche tante persone semplici e umili.
Gli occhi di Simmaco paiono luccicare, in mezzo alla fitta lanugine grigia che gli incornicia il volto. È un personaggio indubbiamente affascinante per la sua cultura e il suo piglio deciso.
In quel momento Anteo sente il desiderio di mostrarsi persona interessante e degna di conversare con lui. E decide così di confidargli la sua scoperta dell’antico cantico di Dorq, perduto tra i papiri millenari. E soprattutto la domanda senza risposta di Imoth.
Simmaco ascolta con attenzione tutto il racconto, e alla fine esclama: «Struggente, il quesito!»
Anteo confida al senatore che suo padre, in risposta a quella domanda, gli ha indicato l’eterno dio Serapide come l’unico che può dare immortalità alla sua arte
«Quanto è saggia la risposta del mio amico Olympio!» sospira il senatore. «Legando te e la tua arte a Serapide, lui ti lega a colui che rappresenta tutti gli dei che furono e che saranno, e che quindi ha in sé l’immortalità! Allora, Anteo, ora che sei qui a Roma, va’, percorri il viale degli obelischi ed entra nel Serapeo Monumentale! Fai conoscere i tuoi inni anche ai fedeli che sono in Roma! E che la tua fama si propaghi ovunque!»
«Le tue parole mi riempiono di gioia, perché mi confermano che sto seguendo la via giusta!»
Il senatore fa un ghigno simpatico, quasi gli stia balenando in mente un’idea originale.
«Senti, Anteo. Vorresti farmi un piacere?» domanda.
«Non chiedo di meglio!»
«Tra qualche giorno la mia casa sarà onorata della visita dell’Imperatore in persona! Dopo avermi strapazzato in senato, vuole ora mostrare a me e a tutti i nobili romani che mi è comunque amico.«
Anteo diventa improvvisamente rosso.
«Sto preparando un programma di cultura e arte. Vorresti tu allietare il convito con qualcuno dei tuoi inni più belli?»
«È per me l’onore più grande, o clarissimo» risponde Anteo. La sua emozione gli impedisce di parlare. Ma con grande sforzo riesce ad aggiungere. «Ti mostrerò che la tua fiducia è ben riposta».

Anteo torna nella sua stanza con una gioia esplosiva in cuore che lo fa quasi saltellare, mentre cammina. Tutto gli sembra bello. Capisce di non poter desiderare alto, dalla vita!

§ 7. Portico di Emilio

Sotto il portico Emilio, nell’area del porto fluviale, si vendono schiavi. È un evento sempre meno frequente, alla fine del IV secolo, e proprio per questo suscita grande curiosità nei passanti.
In mostra, tra persone di tutti i tipi, c’è una ragazza dalla corporatura esile ed armoniosa, occhi verdi lievemente a mandorla e lunghi capelli castani che le scendono sulle braccia. Il venditore la presenta con un nome che non è un nome: la chiama Schytilla, perché proviene dalla remote e inesplorate steppe della Scizia, oltre le Paludi Meotiche. La ragazza, in contrasto con il suo aspetto delicato, pare una lupa legata, insofferente e feroce.
Lo sguardo di Rufo si incontra con lo sguardo di lei. E Rufo si sente immerso nella bellezza. Un brivido. Non capisce cosa gli stia succedendo. È come il richiamo di qualcosa di dimenticato, che ha a che fare con la vita, in antitesi totale con l’odio che lui porta nel cuore, qualcosa che lo chiama a una dimensione diversa, di redenzione e di pace!
Che follia è mai questa? Provare sentimenti nei confronti di una ragazza barbara mai vista prima?
«Basta con questi pensieri!» comanda a se stesso. Rufo è infatti pienamente cosciente del fatto che nel suo cuore di pietra c’è solo l’ostilità più testarda contro tutto e contro tutti. E una missione di sangue da portare a termine.
Però quel suo stesso cuore non gli dà tregua, batte forte, anzi, batte all’impazzata. Nonostante le sue resistenze, Rufo non può disconoscere che quella ragazza sta muovendo in lui un qualcosa  di prepotente e di profondo.
E gli sembra di ascoltare nel più profondo di sé come una voce, che gli dice chiaramente: «È lei!»
Lei, cosa? Ma che vuol dire?
Rufo è completamente disorientato.
E dentro di lui si fa strada una pazzesca e assurda determinazione. Non sa né perché né come, ma in un attimo decide che quella schiava dovrà essere sua.

Ma Schytilla è in vendita, e occorre offrire una cifra.
Rufo propone al mercante un prezzo ragionevole, per una giovane schiava. Quand’ecco, inaspettatamente, un personaggio incappucciato, accompagnato da un codazzo di balordi dalle facce poco rassicuranti, offre una cifra più che doppia. Il mercante appare sconcertato, perché nessuna schiava, per quanto bella possa essere, può vale tanto.
Ma Rufo non è razionale, e non ha alcuna intenzione di recedere, e così, con voce rabbiosa, alza a sua volta l’offerta.
Il suo antagonista offre ancora di più.
Chiunque, al posto di Rufo, di fronte a una tale cifra, si ritirerebbe. Ma Rufo è ostinato, fuori da ogni buonsenso, e il prezzo sale alle stelle. Il venditore è sulle spine. Da una parte è abbagliato dalla fortuna che gli si sta riversando addosso, dall’altra ha paura, perché è in presenza di un vero e proprio scontro.
Inspiegabilmente, di fronte a una caparbietà selvaggia come quella di Rufo, l’uomo incappucciato non si ritira, e continua invece a rilanciare. Uno di quelli che lo accompagnano, sussurra: «Ma dove vuoi arrivare, Volc…?»
Prima che il balordo posso terminare di pronunciare il suo nome, l’uomo incappucciato lo schiaffeggia violentemente e lo fa cadere a terra. «Taci, imbecille!» intima. 
A quanto pare non vuole che Rufo sappia con chi si sta confrontando. Nel momento in cui lo ha visto sotto il portico, alto e muscoloso, con indosso una lorica graffiata, che avanzava la sua prima offerta per la schiava, Volcacio ha subito capito che quel reduce non poteva essere che Rufo, il suo odiato compagno di scuola. E si è riacceso prepotente nel suo cuore il bruciante desiderio di umiliarlo e fargli del male. La ragazza non gli interessa nulla, la posta in gioco è ben altra. Ricordando l’impulsività e l’ostinazione cieca di Rufo, Volcacio, ora, sa di poterlo rovinare.

§ 8. Porta Aurelia.

Fidezio ripone le sue armi e la lorica nell’armadio della caserma. Il suo turno di guardia alla porta Aurelia è finito, ora può tornare a casa.
Un suo collega gli chiede: «Chi era quell’uomo a cui hai fatto tante domande?»
«Un valoroso» risponde Fidezio.
Questa risposta non basta al collega, che insiste. «Ho sentito che eravate allievi della stessa scuola, e che uno dei vostri antichi compagni ora è diventato pericoloso. A chi ti riferivi?»
«Volcacio».
«Volcacio? Il figlio del cuoco? Quello che scorrazza per le vie di Roma con il suo gruppo di amici violenti e che si atteggia a padrone del mondo?»
«Quello lì è un essere spregevole, ed è pericoloso in particolare proprio per il mio amico Rufo».
«Perché?»
«Per invidia, per semplice, bruciante invidia, che risale a prima della guerra, quando frequentavamo tutti la scuola di retorica. Rufo era il punto di riferimento di tutti noi studenti, per la sua intelligenza prontezza e determinazione. E Volcacio questo non lo poteva sopportare».
«Perché? Voleva essere invece lui, il capobanda?»
«Già. Si metteva sempre in competizione con Rufo, e ogni volta ne usciva regolarmente sconfitto. Sicché, a scuola, lo prendevamo in giro, rinfacciandogli che in fondo lui non era che il figlio di un cuoco, mentre Rufo era il rampollo della gens Anicia, una delle famiglie più altolocate di Roma. Volcacio ne soffriva terribilmente, e il suo rancore cresceva ogni giorno di più. Un giorno, visto che tutti noi allievi non facevamo che lodare Maximo, Volcacio prese a farsene svisceratamente sostenitore. Ma al dunque, quando si trattò di essere coerenti con le proprie idee e partire per arruolarsi sotto le insegne di Maximo, Volcacio si dette malato e se restò nascosto a casa per mesi».
«Un vero codardo!»
«Se devo dire la verità, lo siamo stati anche tutti noi studenti, Rufo è stato l’unico, di tutti noi, che ha avuto il coraggio di lasciare sul serio la scuola e partire alla volta di Milano. E così è diventato il nostro eroe. Questo ha fatto ingelosire ancora di più Volcacio che, appena il vento è cambiato facendo, di noi pagani, i perdenti, ha  intravisto finalmente la sua possibilità vendetta. Ha rinnegato pubblicamente gli dèi, ha abbracciato il credo di Teodosio, ed è divenuto il nostro persecutore. E se non ci ha uccisi tutti è stato solo grazie al perdono di Teodosio».
«E Rufo?» domanda il commilitone. «Perché Volcacio sarebbe così pericoloso per lui? Ormai il tuo amico non è che un reduce di un esercito sconfitto, e Volcacio non ha più nulla, in cui competere con lui!»
«Tu non conosci quell’uomo, e di cosa è capace» risponde Fidezio scuotendo la testa.
Stringe il braccio del commilitone e si avvia per le strade interne della città, verso la sua casa.

 

§ 9. Portico di Emilio.

C’è un perverso compiacimento in Volcacio mentre contempla il suo nemico che, ben lungi dal fascino che emanava ai tempi della scuola, ora non è che un reduce logoro ed emaciato, con gli occhi che sprigionano solo ostinazione e violenza.
Di fronte a uno ridotto così, ci si potrebbe anche impietosire. Ma non Volcacio, che ha un conto sempre aperto con lui.
Rufo vuole Schytilla? Bene, Volcacio sa benissimo che, quando quello lì vuole una cosa, nulla lo può fermare. Basterà pertanto alzare la posta a dismisura, e Rufo si rovinerà con le sue mani stesse.

E le cose procedono esattamente come ha previsto Volcacio.
Il suo nemico dapprima offre tutto il denaro che ha con sé, poi il suo cavallo, infine il carro con tutti i suoi averi.
E Volcacio offre ancora di più.
Rufo è talmente accecato dalla contesa che non si cura nemmeno di guardare chi sia suo avversario.
Quando il reduce non ha più nulla da offrire, Volcacio rilancia ancora.

A Rufo non rimane altro che la spada che porta con sé.
Ma quella non può darla via! Perché non è solo la sua difesa, in essa si cela una missione molto più importante, che ha a che fare con quanto ha di più intimo e di più sacro. Quella spada vale più della sua vita stessa.
Ma lui non ha altro.
Nel suo cuore una tempesta. Devastante. Perché vedere quella ragazza ha acceso in lui un anelito che sta travolgendo e spazzando via ogni altra cosa. È il richiamo a un’altra vita, vita vera, più vera di quella che lui sta vivendo.
E quella ragazza, ora, sta per essere consegnata ad altri
E questo non deve accadere! Per nessuna ragione.
No!

«La spada» urla. La prende e la getta ai piedi del mercante.

Ora Rufo non ha più nulla. Si è spogliato di tutto. Anche del suo onore.
Volcacio ha ottenuto quello che voleva!
Ora basta, non occorre più rilanciare. E’ giunto finalmente il momento della beffa.
«Rufo» chiama. E si leva il cappuccio.
Rufo strizza gli occhi cercando di capire. Lo riconosce.
«Volcacio!» grida con disprezzo.
«Sì, sono proprio io. Finalmente puoi guardare in faccia colui che ti ha appena rovinato» gli dice tra le beffe del codazzo dei suoi accompagnatori. «Ora puoi tenerti la schiava, Virio Anicio Rufo!» continua. «Ma prima di andarmene, fammi vedere cosa mi sono perso!»
Volcacio si avvicina alla schiava e le alza la veste.
Rufo, d’impeto, senza capire se sia per difendere il suo orgoglio o la ragazza, si scaglia contro di lui e lo colpisce in pieno volto, rompendogli il naso.
Vedendo il loro capo sanguinare, gli amici di Volcacio si avventano subito contro Rufo.
Lo picchiano, ma pur essendo in tanti non riescono ad avere ragione di lui.
Rufo si dimena come un leone, non può accettare di esser soggiogato da quella gentaglia.
«Spezzategli le braccia!» urla Volcacio impaurito da tanta fierezza.
«Ti farò pentire di tutto questo!» grida Rufo con la voce rotta da una rabbia disumana. «Volcacio, io ti ucciderò!»

Volcacio sbianca in volto.

«Arrivano le guardie!» grida qualcuno.
«Presto!» rantola Volcacio spaventatissimo.«Il veleno!»
I suoi capiscono al volo, e si ammassano sopra Rufo per immobilizzarlo con il loro peso. Volcacio estrae spasmodicamente dalla cintura un piccolo otre e, tra spintoni e spallate, tenta di avvicinarlo alla bocca di Rufo.
Ma non è possibile tenere ferma quella furia vivente. E Volcacio riesce a far cadere sulle sue labbra solo qualche goccia di veleno.
Sopraggiungono le guardie e Volcacio, con tutti i suoi, si dilegua tra la folla del mercato.

§ 10. Casa di Simmaco

La sera tanto attesa è arrivata!
Un drappello di guardie dalle corazze scintillanti e dall’aspetto vagamente barbaro, si ferma sull’uscio della villa di Simmaco. Giunge una carrozza, da cui scende Teodosio, il padrone del mondo!
Mentre la scorta rimane fuori, l’imperatore entra nella casa di Simmaco tenendo per mano un bambino dall’aria sonnacchiosa, suo figlio Onorio. Pur trascinato dalla mano forte di suo padre, il bambino sta sempre girato all’indietro per assicurarsi di essere seguito da una donna bionda e ben corpulenta, la sua nutrice.
Tutte le attenzioni dei convitati sono rivolte al bambino, con ogni moina possibile per compiacere il padre.
Quasi a volerlo salvare dalla folla, Teodosio prende in braccio il piccolo e lo mostra a tutti con orgoglio. L’imperatore sa come attirarsi le simpatie della gente, e a poco a poco tutti rimangono conquistati dalla sua personalità.

Anteo, con la sua arpa in mano, è in fondo alla sala, accanto a Grato, e contempla la scena come fosse un sogno. Quand’ecco, l’incanto del giovane viene rotto da una nota stonata. Tra gli invitati scorge Volcacio, che smania per mettersi in evidenza con l’imperatore. Si insinua senza alcuna delicatezza tra le persone che si accalcano intorno a lui, e tenta di intervenire in ogni conversazione ostentando il suo cattolicesimo integralista.
«Come è possibile che il senatore abbia invitato Volcacio?» chiede a Grato. «Mi ha detto che non lo può sopportare».
«Ahimè» risponde il maggiordomo parlando lentamente per farsi capire nonostante la sua «erre» moscia. «Quel ragazzaccio è riuscito ad irretire Memmia, che è nientemeno che la nipote del senatore. Ha fatto leva sulla debolezza di quella poveretta, ed è riuscito addirittura a fidanzarsi con lei. E così si è insinuato a pieno diritto in questa casa. Ecco la vera ragione per cui il clarissimo non lo può sopportare!»
Anteo chiede chi sia questa Memmia e, quando individua la ragazza, cicciottella e goffa, dal mento sfuggente e dallo sguardo di chi è stata punita, comprende al volo la spregiudicata strategia di Volcacio

§ 11. Per le strade di Roma

Per Rufo il tempo ha perso completamente di significato. Se siano passate ore o giorni, da quando il suo nemico ha tentato di avvelenarlo, non lo sa. Sa solo che il mondo che lo circonda lui lo vede, sì, ci si muove, ma non gli interessa, è come guardare un fiume che scorre e che va dove vuole. Nessun senso, nulla che lo riguardi.
Percepisce vagamente la presenza di qualcuno che gli sta accanto, una creatura selvaggia che cerca qua e là da mangiare. Per sé. E per lui.
E lui non pensa.

Quand’ecco un crescente disagio. Un mal di testa che pian piano diventa lancinante dolore. E, per un attimo, Rufo torna padrone di sé.
E si ritrova su una strada.
Cammina tenuto per mano da una ragazza, che si rivolge ai passanti per avere un po’ di elemosina. E lui è completamente in sua balìa, tirato appresso come un bambino distratto.
Un senso di bruciante umiliazione lo pervade, e cerca di divincolarsi dalla mano della ragazza. Vorrebbe farle capire che non deve mendicare.
Ma subito il dolore alla testa si attenua, e tutto si attutisce nuovamente. Ciò che vede e sente diviene nuovamente opaco, fluttuante. E Rufo ripiomba nell’impotenza.

Schytilla si è resa conto che il suo padrone, per un istante, è tornato alla realtà. Ci sono stati altri momenti come quello. Ma tutti, come adesso, sono durati solo pochi attimi.
L’azione del veleno è devastante, e Rufo ha bisogno di essere accudito, sfamato, fatto riposare.
Schytilla lo guarda.
A dire il vero, non è dispiaciuta di doversi curare di quel soldato dai capelli crespi e neri, con un impossibile ricciolo sulla fronte. Il veleno ha cancellato dal suo sguardo ogni traccia di odio, per lasciare il posto a quella che forse è la sua sembianza più genuina, che esprime ingenuità e fedeltà.
Peccato che questo suo padrone, per comprarla, si sia ridotto senza più nemmeno un soldo. Ma Schytilla è ben lungi dal perdersi d’animo. Troppe ne ha passate per non essere capace di tamponare al meglio una situazione come quella, in attesa che il forte fisico del soldato riesca a sconfiggere il veleno.

§ 12. Casa di Simmaco

Quando finalmente il tempo dedicato ai preamboli termina, il programma predisposto da Simmaco ha inizio.
Il senatore prende la parola e dà il benvenuto ufficiale all’imperatore, elogiando la sua liberalità e generosità per quella storica visita. Rivolgendosi poi al piccolo Onorio che non riesce a stare fermo, e che cerca in ogni modo di andare in braccio alla donna bionda, lo rassicura che il suo discorso di benvenuto è finito, e che subito sta per cominciare un intrattenimento, preparato per lui e per il suo papà, che potrebbe essere piacevole.
Teodosio sorride.
E il cerimoniere manda in scena le danzatrici.
Poi è la volta di tre giovanissimi poeti, Porzio, Quintilio e Claudiano, che risultano molto simpatici per la vivacità con cui declamano le loro opere.
E infine arriva il momento di Anteo. Il giovane è emozionato, ma si sente padrone della sua voce e del suo strumento, e sicuro della validità dei suoi inni.
Keoth, con movimenti plateali che solo uno scriba egiziano è capace di fare, stende un tappeto e vi pone sopra la preziosa arpa. E Simmaco torna a prendere la parola per presentare a dovere il giovane artista.
Anteo si fa avanti, invocando a voce spiegata Serapide perché tributi all’imperatore una gloria senza pari, e subito inizia a cantare. La voce gli esce potente e percepisce, come solo chi si esibisce in pubblico può percepire, che tra i tanti che lo ascoltano c’è una persona che è completamente presa dalla sua arte. È la bionda nutrice di Onorio.
In fondo alla platea, invece, Volcacio non solo non si cura di lui, ma chiacchiera con chiunque gli stia vicino, distraendolo a bella posta.
L’imperatore, dal canto suo, guarda a destra e sinistra, con il cervello da tutt’altra parte.
E così Anteo si concentra tutto sulla nutrice, che nel frattempo ha preso in braccio il bambino e gli sussurra qualcosa, invitandolo a guardare Anteo.
Anteo sorride al bambino, e non si rende conto di due ragazze che lo stanno fissando estasiate e che parlottano intensamente tra di loro. Una delle due ha la testa piena di una miriade di ricciolini bruni, il collo lungo e il viso languidamente reclinato, e sta scommettendo con la sua amica che riuscirà in un attimo a far innamorare Anteo.

Subito dopo i canti, ancor prima che cuochi e giocolieri gli subentrino per allietare gli ospiti con ben altre arti, Teodosio inaspettatamente si congeda. Indirizza un sorriso amabile a Simmaco e mette insieme due parole di scusa, dicendo di essere stanco per la giornata piena di impegni, e di non voler far stancare troppo Onorio.
Simmaco, mal celando la sua delusione, lo accompagna fino alla carrozza.
Prima di partire, l’imperatore si volge verso i convitati e fa un cenno di saluto generale con la mano. E subito, con le guardie e tutto il suo seguito, si allontana.
Il senatore resta un momento imbambolato sull’uscio, poi, come rientrando in sé, batte le mani e invita tutti a riprendere il simposio.
La brunetta dai mille ricciolini si avvicina ad Anteo e, sbattendo gli occhi, gli dice: «Io sono Lutazia. Tu sei molto bravo a comporre e cantare i tuoi inni al dio Serapide. Ma chi è questo dio? Parlami di lui, istruiscimi!»
Anteo arrossisce. Si rende conto improvvisamente di aver vissuto troppo a lungo nel tempio di Alessandria, tra arpe, libri e liturgie, e che quella è la prima volta che si trova faccia a faccia con una ragazza della sua età. È terrorizzato.
Lei sorride divertita. Si avvicina, fragrante di profumi. È una sfida. Vuole vedere fino a quando quel cantore le potrà resistere.
Anteo si scansa spaventato, e cerca scampo dicendo che deve andare urgentemente dal suo accompagnatore Keoth, per dargli un ordine importante.
Tenta di allontanarsi.
Ma lei lo segue.
Anteo non sa più cosa fare. Da una parte vorrebbe troncare quel rapporto così appiccicaticcio, dall’altra no. Anche perché la ricciolina è davvero molto molto carina.
Arriva da Keoth, e lo presenta alla ragazza. «Lui è Keoth! È il primo degli scribi di Alessandria, ed è anche il fidato accompagnatore di tutti i miei viaggi».
«Ma quanti viaggi ha mai fatto, giovanotto», pensa Keoth fra sé e sé aggrottando la fronte con un sorrisetto ambiguo, «se questo è il tuo primo in assoluto?» Ma gli basta un’occhiata alla ragazza per comprendere al volo l’imbarazzo di Anteo.
Lutazia ha gli occhi puntati sul giovane e non ha intenzione di mollarlo un solo instante. Per lei lo scriba non esiste, equivale a uno schiavo. E, ignorandolo del tutto, torna ad avvicinarsi pericolosamente ad Anteo.
Keoth capisce di doversi inventare subito qualcosa per aiutare il suo protetto. «Signore», dice con un tono un po’ troppo deferente per non essere ironico. «Immagino tu voglia darmi ordini inerenti alla custodia dell’arpa, vero?»
Anteo gli rivolge un’occhiata grata e piena stima per la sua fantasia.
Lo scriba riprende a parlare, senza molto senso, di accordi e note.
Anteo gli risponde con altrettante assurdità, e ne scaturisce una conversazione così fastidiosa e e incomprensibile, che alla fine la brunetta, non sapendo se può o meno trattare male Keoth, preferisce allontanarsi, mostrandosi molto seccata.
In cuor suo Anteo ringrazia suo padre, che gli ha affiancato un amico così fedele e intelligente.

§ 13. Palazzo Laterano - residenza del Papa

Papa Siricio passeggia nell’ampia e vuota sala del consiglio. È un uomo di media statura, smilzo e con il naso aquilino, con occhi che mostrano vigore e determinazione.
«Santità!» dice una voce deferente. «C’è qui il diacono Dafnio, tuo consigliere, che chiede di poterti parlare».
«Sì, lo sto aspettando, fallo entrare!»
Con passo composto, avanza verso il pontefice un uomo spelacchiato, dalle orecchie a sventola e il viso butterato. Si genuflette e gli bacia l’anello.
«Cos’è che vuoi dirmi, diacono Dafnio?»
«Purtroppo, Santità, in questa città molti pastori di anime… male interpretano l’amore di Cristo. E questo genera confusione nelle menti semplici del popolo di Dio!»
Papa Siricio gli lancia un’occhiataccia. «Sei di nuovo qui per chiedermi di allontanare da questa città il monaco Giovanni?»
«Purtroppo sì, Santità».
«Io non so proprio che male ti possa aver fatto quell’uomo, perché tu nutra contro di lui tanta ostilità. È un monaco che viene dalla Terra Santa, noto per la sua vita proba, nutrito dalla sapienza e all’ascesi dei padri del deserto, e portato come esempio di rettitudine addirittura dal santo eremita Girolamo… e adesso che abbiamo la fortuna di avere un tale personaggio tra di noi, qui nell’Urbe, tu ce l’hai contro di lui?»
«Non oso mettere in dubbio le sue virtù. E non nego di aver anche sentito che nel popolo circolano voci sui suoi presunti miracoli, ma…»
«Ma..?»
«Ma sembra provenire da un altro mondo, quasi non appartenga  a questo secolo, in cui la nostra santa chiesa deve difendersi con le unghie e con i denti dalle luciferine insidie del paganesimo e dell’eresia».
«Perché dici così?»
«Perché il monaco Giovanni, quasi non ho il coraggio di dirlo, ma… ha fatto un dono alla chiesa ariana!»
«Un dono?»
«Un nobile senatore, ridotto in fin di vita per una brutta malattia, gli ha chiesto di pregare per la sua guarigione. Ebbene, il miracolo è avvenuto. Appena riacquistata la salute, il senatore, per gratitudine, ha voluto donare a Giovanni una sua tenuta sulle pendici del Gianicolo, tra gli orti di Geta, che comprende stalle, capanne e una bella villa…»
«E un tale dono, tu mi stai dicendo, lui l’ha devoluto agli ariani...»ripete il papa. Ma il tono della sua voce è strano, da esso non traspare né curiosità né stupore. È come se il pontefice voglia mascherare una verità che lui già conosce.
«Sì, santità. L’ha devoluto al suo amico Berterico, il sedicente vescovo ariano di Roma!»
Siricio si mostra pensoso. «Non è la prima volta», dice, «che a Giovanni vengono fatti preziosi donativi. E ogni volta non ha esitato a consegnare tutto nelle nostre mani».
«Stavolta no, santità! Stavolta ha voluto favorire i suoi amici ariani! Tu comprendi bene, santità, che non si può tollerare un gesto del genere. Un monaco di santa romana chiesa non può coltivare amicizia con un eretico».
«Non mi giunge nuova la sua amicizia con Berterico, ne abbiamo spesso parlato insieme, io e lui. Si sono conosciuti per strada, mentre prestavano soccorso ai poveri, ambedue impegnati nella stessa santa attività raccomandata da Nostro Signor Gesù Cristo. Quale migliore incontro? E da quel giorno lui mi ha sempre tenuto informato di questa amicizia, assicurandomi la sua unica, ferma e segreta speranza di riportare un giorno Berterico e tutti i suoi sostenitori al giusto credo niceno».
Il consigliere reprime un gesto di stizza, e rispettosamente ribatte. «Santità, ma donando una tenuta agli ariani Giovanni ha varcato ogni limite! In nome di un amore largo, che tutti accoglie, Giovanni in pratica conversa con l’errore! E per l’ascendente che ha tra i nostri fedeli, semina incertezza su dove sia il bene e dove sia il male!»
«Incertezza? Ma non è incertezza il suo modo di vivere! Giovanni è un monaco lontano da ogni lotta di potere, proteso unicamente alle opere di misericordia e volutamente lontano da ogni speculazione filosofica! Non ci allarmiamo, Dafnio. Cristo dice: ‘Dai frutti si riconosce l’albero’. Ebbene, finora da Giovanni io ho visto solo frutti buoni. E allora attenderò che venga a informarmi lui stesso di questa iniziativa, e vedere poi che frutti ne nasceranno!»
L’atteggiamento di papa Siricio parla chiaro. Il diacono Dafnio capisce che l’udienza è terminata.
Sconfitto, non può far altro che porgere un riverente saluto e ritirarsi.

Subito fuori dalla porta ad attenderlo c’è Lusio, un giovanotto grosso con il doppio mento, dallo sguardo vizioso e presuntuoso, vestito con il saio dei monaci neri.
«Ti ha ascoltato, stavolta, padre?»
Ma la faccia butterata del diacono Dafnio è scura. «Il papa è accecato dalla stima per quell’uomo».
«Forse perché il monaco Giovanni, da quando è giunto a Roma, si è conquistato una grande fama!»
Dafnio accenna a una smorfia di disprezzo. «Non ci vuole molto a diventare famosi quando si è guida spirituale delle più influenti matrone romane!»
«Quel monaco è la vendetta di Girolamo...»bofonchia Lusio scuotendo la testa .
«Taci!» ordina Dafnio digrignando i denti. «Non voglio più sentire quel nome. Se c’è una cosa buona che ho fatto nella vita è stata proprio quella di evitare che quella testa dura fosse eletto papa!»
«Ci sei riuscito, sì, ma quando poi quella testa dura ha lasciato Roma, e tu hai cantato vittoria, le cose non sono andate come speravi…»
Dafnio stringe pugni. «Avevo ben trovato io, chi si stava prendendo egregiamente cura delle matrone che lui aveva lasciato, non occorreva che dal deserto mandasse un suo sostituto!»
«Sai benissimo che Girolamo lo ha fatto perché le tue guide spirituali altro non erano che uomini tuoi, attraverso i quali tentavi di governare le anime delle matrone…»
Tutto questo rivangare episodi di una bruciante sconfitta, fa accendere d’ira il diacono Dafnio.
«Perché fai quella faccia, padre, non è così?» domanda Lusio, con ingenua arroganza, alzando le sopracciglia.
E per tutta risposta si prende un manrovescio in pieno viso.

§ 14. Casa di Simmaco

Alle prime luci dell’alba gli invitati di Simmaco, uno dopo l’altro, rientrano alle loro case.
Infine, anche il senatore si ritira.
E i servi prendono a riassettare.
Anteo è stanco e assonnato e non vede l’ora di andare a dormire.
Ma Grato gli dice: «Anteo. Vieni con me!»
Incuriosito dall’invito, Anteo lo segue attraverso le cucine fino a una piccola porta che dà sul retro della casa, e che affaccia su una strada secondaria.
Lo spettacolo che si gli si para davanti è impressionante. C’è una folla di mendicanti, sporchi e cenciosi, che si accalcano con le mani tese.
Grato fa un cenno ai servi, e questi, lesti, gli portano grandi vassoi con gli avanzi del banchetto. Grato prende pezzi di cibo e li porge ai mendicanti, che fanno a gara per afferrarli.
«Il pane, però, daglielo tu» dice ad Anteo.
Il giovane è titubante. Grato gli sta chiedendo con dolce autorità, forse quella degli anni, di fare una cosa che non ha mai fatto. Si sente bloccato.
Vista l’indecisione del giovane, Grato prende lui, il pane, e lo distribuisce.
Alcuni servi si mettono spontaneamente ad aiutarlo.
Ma i poveri sono tanti e fanno ressa.
«Calma, calma, ce ne è per tutti!» rassicura Grato.
È evidente che per quell’attività occorre essere in tanti. Anteo capisce che deve vincere una buona volta la sua timidezza. Così fa un bel sospiro e si mette anche lui a distribuire cibo.
E si sente immerso in un meraviglioso gioco. Si protendono delle mani, e lui le riempie. Ma non sono semplici e automatici movimenti, i suoi, perché dietro ogni mano protesa c’è un volto, al quale si ritrova a sorridere.
E né lui né gli altri della casa si aspettano gratitudine da parte dei poveri. Si sentono ripagati di quello che fanno semplicemente perché stanno dando da mangiare a chi non ne ha, e questo basta.
Il cielo comincia a illuminarsi sempre più, e Anteo sorride.
Sorride.

E vede lei.
Lei è in fondo alla strada, accanto a un uomo steso a terra, con ogni probabilità un ubriaco. Nelle mani ha del cibo che è riuscita a prendere, e sta cercando di far mangiare quell’uomo.
Al solo vederla, il cuore di Anteo, che quella notte è già stato strapazzato di emozioni, si trova immerso nella più vasta, intensa, inesprimibile contemplazione, come di fronte un cielo dai mille impensabili colori.
Quel viso è molto diverso da qualunque viso lui abbia prima di allora visto, e i suoi lineamenti evocano le profondità imperscrutabili e sconfinate delle steppe dell'est, oltre il Danubio.

Anteo, che ormai sente di aver di colpo superato la sua timidezza, esce per strada e si fa largo fra i mendicanti, fino ad arrivarle vicino.
Si ferma e tira fuori una moneta.
Lei solleva lo sguardo.
Anteo deglutisce. E le fa segno di venirsela a prendere.
Lei è diffidente.
Si alza lentamente in piedi, guardinga.
E su di lei, filtrando tra gli alberi, scende un raggio del primo sole, che fa scintillare i suoi occhi verdi.
Anteo resta a bocca aperta.
La ragazza prende di scatto la moneta e si ritrae.
«Ehi», dice Anteo.
Schytilla lo fissa.
Quel volto, anche se impaurito, gli scuote l’anima. È una bellezza che penetra dentro, impalpabile ma densa di mistero. Sì, mistero. Mistero, come quello della risposta che sta cercando…

Anteo vuole fare di più, per quella ragazza.
Le sue mani vanno istintivamente al monile che gli pende dal collo. È una collana di pietruzze viola, tutte di forma piramidale, che porta con sé da quando, ancora bambino, l’ha trovata nel magazzino di Alessandria, dispersa tra mille altri antichissimi oggetti.
Anteo non comprende il perché di quello che sta facendo. Sa solo che lo deve fare.
Fa cenno a Schytilla di avvicinarsi. È un gesto affermativo e autorevole, il suo, a cui una schiava non può rifiutarsi di obbedire,
E la schiava, timorosa, lentamente gli si avvicina.
Anteo, con grande solennità, la stessa che ha visto tante volte nei gesti di suo padre, si stacca il monile e glielo mette al collo.

Schytilla, incredula, passa una mano sulla collana, e abbozza un lieve sorriso di gratitudine. Ma più grande è la sua paura. Non sa chi sia quel giovane né che intenzioni abbia.
Senza più il coraggio di guardarlo in faccia, torna lesta sotto l’albero, accanto all’uomo disteso, quasi a nascondersi sotto la sua protezione.

Anteo sente delle mani sulla sua spalla. E subito altre mani. Sono i mendicanti, che vogliono anch’essi qualcosa. In un attimo si forma una piccola calca che lo assale, e lo soffoca.
Il giovane è costretto a gridare e farsi largo a gomitate. E torna di corsa a fianco a Grato, nella casa di Simmaco.

 

§ 15. Portico di Pompeo

Bambini che giocano su un prato.
Uno è proprio piccolino.
È lui, Rufo.

Si rivede a villa Raminia, presso Veio, tra i cipressi, accanto a un gregge che pascola.
Ed ecco che uno dei suoi amichetti, grande e grosso, per inventare un nuovo gioco, va in mezzo al gregge e si mette a sedere, ridendo, sul dorso di una pecora. La povera bestia non regge il peso, e piega le zampe.
Rufo vede in quella scena l’arrogante sopruso del più forte nei confronti di una creatura più debole, e si sente pervadere da un violento impetuoso fuoco, che lo induce a scagliarsi contro l’amichetto, incurante del fatto che, essendo più grande e più grosso di lui, finirà sicuramente per suonargliele.
Ma a quella bestia indifesa non si deve fare del male!
Il bambino seduto sulla pecora, colpito alla sprovvista, cade a terra, ma è talmente stupito della furia del piccolo Rufo che non sa come reagire. Ed è in quel momento che Rufo comincia a sentirsi difensore dei deboli.

Ma qualcosa di molto sgradevole lo strappa dai confortanti ricordi dell’infanzia, e lo richiama in una dimensione diversa, tremendamente fastidiosa. Sente un alito in faccia. E vede su di lui il viso brutto e sdentato di una vecchia.
D’istinto allunga la mano e la afferra per la gola.
«Ma cosa fai?» grida una voce.
Rufo sente delle unghie, aguzze come quelle di una belva, affondare sulla sua mano per fargli mollare la presa.
«Ma cosa fai, Rufo?» riprende la voce. «Questa donna ci è amica, si è chinata su di te solo per aiutarti!»
Rufo allenta la presa.
La vecchia subito si divincola e, tossendo, scappa via terrorizzata.

Rufo si guarda intorno.
È sotto un portico.
Certo, lo aveva visto, il portico. Ma solo in quel momento quel luogo acquista un significato, per lui.
E gli uomini che lo circondano? Sono straccioni maleodoranti.
Rufo comprende che quella è la realtà.

Sente ancora sulla mano le unghie della belva.
Sono le unghie di una ragazza
Rufo se le strappa via e afferra il polso della ragazza.
Schytilla.
Occhi verdi, infuocati,.
Occhi contro occhi.
Lo sguardo di Rufo passa lentamente dalla ferocia allo stupore.
«Tu...»dice, «tu… tu, ma chi sei, tu?»
«E me lo domandi? Sono la tua schiava. Hai dato via ogni cosa che avevi, per comprarmi, non ricordi? E ora non hai più nulla. Ecco perché siamo per strada!»
«Ma tu chi sei?» insiste Rufo, scrutando quegli occhi a mandorla e quegli impossibili capelli castani. 
«Sei stato avvelenato», gli dice Schytilla, «e la tua mente non è più sempre presente. Ma sono sicura che pian piano l’effetto del veleno passerà del tutto. Io sono la tua schiava, Rufo, e non ti abbandonerò».
«Avvelenato! Ma da quanto tempo sono in queste condizioni?»
«Da giorni!».
«Avvelenato… Sì, ora ricordo! Volcacio…»
Sul volto di Rufo comincia a delinearsi una smorfia. Schytilla avverte che tutto l’odio del suo padrone sta lì lì per riaffiorare. E si affretta a dirgli: «Non pensare a nulla, adesso. Non pensare! Ora è importante solo che tu riposi perché l’effetto del veleno deve passare completamente! Devi bere molto. Aspettami, vado a prenderti dell’acqua!»
«No, resta qui! Devi dirmi chi sei!»
«Te l’ho detto, sono la tua schiava!»
«E perché ti ho comprato?»
«Questo puoi saperlo solo tu!» risponde Schytilla alzandosi. Tira fuori dalle sue vesti una ciotola e va decisa verso una vicina fontana.
Rufo la guarda mentre si protende verso il getto d’acqua. Il suo corpo è armonioso.
Non sa spiegarsi come abbia potuto dar via ogni sua cosa per comprare una ragazza. Ogni cosa. Anche la spada! Anche la sua vita! Non ricorda bene, e non sa quali pensieri, o quali impulsi senza senso, lo abbiano potuto condurre a un tale gesto.
Quello che sa con certezza, però, è che comunque, per quella ragazza, lo rifarebbe.

Ma ecco, tutto comincia a dissolversi, e qualcosa di oscuro e prepotente torna ad avvolgerlo. Rufo strizza gli occhi, e lotta con la mente per restare presente a se stesso e padrone dei suoi gesti! Ma il veleno è ancora più forte e vince. E la realtà che lo circonda torna nuovamente a non avere senso.

 

§ 16. Serapeo Monumentale di Roma

Mentre accompagna Anteo verso il monumentale Serapeo di Roma, Keoth gli confida: «In città, sul conto di questo tempio, se ne dicono di tutti i colori. Manca solo che accusino i sacerdoti di compiere sacrifici umani..!»
Lo scriba però non doveva scherzare a quel modo. Non ha tenuto conto della suggestionabilità del suo protetto, che ora, mentre attraversa il viale di obelischi, crede di fiutare nell’aria come un odore di carne bruciata, e di sentire suoni striduli che potrebbero anche essere urla di gente che, nelle segrete sotterranee del Serapeo, viene mutilata lentamente, al solo scopo di procurare piacere al dio…
Alla grande porta di bronzo, lo attendono i sacerdoti. Sanno bene chi lui sia, e ostentano affettuosa cortesia, mal celando però la loro istintiva rivalità nei confronti del Serapeo di Alessandria. Bastano però poche parole sulle discriminazioni che vengono perpetrate nei confronti dei fedeli del dio, sia a Roma che in tutto l’impero, perché sacerdoti romani e visitatori egiziani si sentano subito affratellati dalla comune disgrazia.

I sacerdoti fanno visitare ad Anteo il grandioso tempio, e poi lo portano a conoscere dei nuovi adepti che, proprio quel giorno, sono riuniti in una sala per un rito di purificazione e iniziazione.
Il giovane rimane molto sorpreso quando, tra tanti personaggi importanti e nobildonne, scorge anche Lutazia, che indossa una lunga tunica rosa. Ha i capelli sciolti e gli occhi abbassati, e non si può dire che non sia, come sempre, molto carina.
Quella sua imprevedibile presenza lì è, comunque, molto sospetta. Come fa Lutazia ad essere tra quella gente quando, solo qualche giorno prima, non sapeva nemmeno chi fosse Serapide?
A meno che, pensa Anteo, i suoi inni non la abbiano talmente emozionata, da provocare in lei un bruciante interesse per il dio, e una sua pronta conversione!
Ma è più probabile che Lutazia stia qui perché vuole ancora tentare di sedurlo.

Quando il rito è compiuto, Anteo si trattiene ancora un po’ con i sacerdoti, e poi esce all’aperto.
E Lutazia è lì fuori, ad aspettarlo. È terribilmente provocante.
Con voce suadente lo invita a salire sulla sua lussuosa lettiga, piena di morbidi cuscini.
Lui rimane di pietra.
Non sa proprio cosa fare.
L’idea di potersi accostare a una dama romana, quando oltretutto non è mai stato con una donna, è sconvolgente. E così ecco che riaffiora la sua timidezza di sempre, che lo paralizza, e lo spinge a trovare qualsiasi scusa pur di sottrarsi a quella situazione.
Gli torna alla mente che suo padre, a quelli che volevano divenire sacerdoti del dio, intimava: «Niente lussuria, per chi vuole essere degno di Serapide! Voi dovete essere illibati e pieni di forza d’animo!» Anteo sa benissimo di non essere un sacerdote, lui è un semplice cantore che lì a Roma si sta atteggiando a sacerdote unicamente per darsi un tono.
Ma questo, Lutazia non lo sa!
E così le dice tremebondo che ritiene che lei sia senz’altro una creatura speciale, e che senz’altro è attratto da lei ma che, proprio per questo, lui intende fuggirla: il dio Serapide lo ha chiamato a sé e lui non può tradirlo!

A queste parole Lutazia rimane di ghiaccio. Non crede a una sola di quelle impossibili scuse. Intuisce invece perfettamente che Anteo si sta nascondendo dietro un pretesto e che, nonostante tutti i complimenti che le fa, in sostanza la sta rifiutando.
E così se ne va via infuriata, e si capisce che non gli perdonerà mai un affronto del genere.

Sopraggiunge Keoth.
«Andiamo?» chiede al giovane.
«Sì».
E si mettono in cammino verso casa.
Per tutto il tragitto, Anteo non la smette di parlare. Fa grandi discorsi alati sulla bellezza e sull’armonia. «Io sono un consacrato alla bellezza» gli dice, «sono un suo sacerdote, che non si perderà mai nei meandri di qualcosa di meno elevato».
Keoth, con aria sorniona, lascia che si sfoghi. Ha già capito. Il giovane, tutti quei discorsi, li sta facendo perché gli deve essere successo qualcosa di sentimentale. Per altro anche lui ha notato, e con giustificato sospetto, che tra i fedeli del Serapeo c’era Lutazia.

Ma quello che il fedele accompagnatore non sa, è che la causa profonda di tutto il blaterare di Anteo non è quella ragazzina nobile. Non sa che all’alba di qualche giorno prima, il giovane ha fatto un incontro che ha sconvolto il suo cuore.
E per un amore oltretutto assurdo. Una ragazza che mendicava, una schiava chissà di chi, da lui veduta in un attimo sfuggevole, che non si ripeterà mai più.
Un amore impossibile.
Chissà perché, gli amori impossibili sono poi i più profondi. E i più devastanti.

Tornati alla casa di Simmaco, Grato gli indica un uomo, in un angolo, lo sta aspettando da ore. Porta il collarino degli schiavi. Appena vede Anteo, gli porge un papiro sigillato.
Anteo non si sente affatto padrone del latino, e chiede a Grato di aiutarlo a leggere.
Il maggiordomo prende il biglietto e gli occhi gli vanno subito sul sigillo.
«Ma questo», esclama, «è un messaggio di Aurelio Vittore!»
«E chi è?»
«È nientemeno che il prefetto, Anteo, il prefetto della città!»
«E scrive a me?»
«Sì, Anteo, proprio a te».
Grato legge con attenzione il messaggio.
«Questo è un invito ad andare alla casa di Vittore», esclama, «con la tua arpa e, leggo bene, con i tuoi inni!»
«Come sa, il prefetto, che suono l’arpa e compongo inni?»
«Era tra gli invitati la sera in cui tu hai cantato per l’imperatore. Ti deve aver sentito, e si vede che tu hai saputo commuoverlo!»
«Allora il mio nome comincia ad essere conosciuto, nella città?»
«A quanto pare stai prendendo il volo, Anteo».
Il giovane si morde le labbra. Nemmeno con la fantasia più sfrenata  avrebbe mai potuto immaginare un simile immediato successo.
Ovviamente quella notte non riesce a chiudere occhio.

§ 17. Via del Gianicolo, Orti di Geta

Luce.
La luce del sole!
Stavolta ha senso! È chiara, stabile.
E il sole è caldo, e scalda le guance.
È bella la realtà.
Rufo avverte di possedere un corpo. Che si sta muovendo. A fatica, ma si sta muovendo. E lui ne è padrone!
C’è chi lo sta conducendo per mano.
Si chiede dove possa essere.
I suoi piedi stanno calpestando un sentiero. Ci sono dei pini qui e là, e muretti che delimitano campi coltivati. E su un’altura, oltre le chiome degli alberi, si intravede un grande tempio.
«Il tempio di Giano Bifronte!» esclama.
«Rufo! Rufo, tu parli?» È la voce di Schytilla..
«Dove siamo?»
«Siamo sul Gianicolo, Rufo!»
Rufo si volta di scatto verso lei, ma quel gesto gli provoca un terribile giramento di testa.
Tenta di restare in piedi, ma non ce la fa.
Schytilla prontamente lo prende per un braccio.
Ma Rufo barcolla, non sa più quale sia il su e quale sia il giù.
«Rufo, sei diventato bianco! Siedi qui» lo invita Schytilla indicandogli un sasso.
Il respiro di Rufo è affannoso.
Ma dopo un po’ il suo viso riprende colore.
«Dove stiamo andando?» chiede a Schytilla.
«Da un amico che potrà prendersi cura di noi!»
«Da un amico? Ma io non ho più amici!»
«Non è uno dei tuoi amici».
«Perché, hai forse, amici tu, qui a Roma, tu che sei una schiava e che vieni da un altro mondo?»
«Un goto, che era incatenato accanto a me al mercato degli schiavi, non faceva altro che parlare di un certo Berterico, un vecchio intorno a cui, qui a Roma, pare che si stia raccogliendo una piccola comunità!»
«Berterico… un nome che non mi dice nulla!»
«Il goto mi diceva che è una persona ospitale con chiunque, libero o schiavo che sia! Per tutto il tempo che il veleno ti ha tolto dalla realtà, ho chiesto a tutti quelli che incontravo se conoscessero questo tale Berterico. Finché una donna ha saputo dirmi dove trovarlo. E adesso ci stiamo andando!»
«No! Io non andrò lì».
Schytilla si dispiace per questo rifiuto, ma subito capisce che quella di Rufo non è ostilità, ma il desiderio di affermare che è lui, il padrone che decide dove andare. E così, pazientemente, ma anche con un certo piglio, gli risponde: «Se hai qualche altra idea dilla pure, Rufo, perché non so proprio dove portarti. Finora ho fatto del mio meglio, visto che tu, a quanto pare,  non hai più un amico, né tantomeno un parente a cui poter chiedere aiuto…»
«Io, chiedere aiuto?»
«Sì, Virio Anicio Rufo!» risponde lei con fermezza. «Hai bisogno di aiuto. Questa è ora la tua condizione!»

Improvvisi schiamazzi interrompono la conversazione.
Scendono giù per il sentiero, in direzione inversa. dei ragazzoni vestiti di nero e con le barbe incolte. Procedono a grandi passi, quasi di corsa. Sono eccitati e sudati, devono aver compiuto un’impresa faticosa. Non sembrano straccioni, quanto piuttosto figlioli benestanti che stanno facendo qualche gioco pericoloso. E parlano ad alta voce tra di loro, ignorando completamente Rufo e di Schytilla.
«Ora voglio proprio vedere come faranno a continuare a chiedere il buon raccolto a una statua!» dice uno di loro.
«Era troppo tempo che stava in piedi».
«Siamo stati proprio decisi! Forse troppo!»
«E quella vecchia?»
Risate sguaiate
«Le sue maledizioni non ci toccano, qualcun altro parlerà molto bene di noi!»
«Questa la voglio proprio raccontare al mio amico Volcacio!»

Appena sente quel nome, Rufo raccoglie tutte le sue forze per scagliarsi contro chi ha lo ha pronunciato. Ma le forze non ci sono più, le sue gambe vacillano, e Rufo, appena alzatosi dal sasso, cade a terra, tra le derisioni dei ragazzoni, che lo lasciano steso continuando indisturbati la loro discesa.
Schytilla si precipita su suo padrone.
«Quelli» dice Rufo a fatica, «sono i monaci neri!»
«Monaci neri?»
Ma Rufo non risponde. È tutto preso dall’impegno di rimettersi in piedi. «Questo sentiero lo conosco!» dice. «Porta alla casa del senatore Pacato. Più avanti c’è uno slargo, con un laghetto e un tempietto di Cerere. Spero di non trovare quello che temo».

Con l’aiuto di Schytilla, Rufo riprende il cammino.
E arrivano allo slargo.
E lì, uno scempio.
Le oche che nuotavano nel laghetto sono state uccise, le colonnine intorno al laghetto abbattute, il tempietto sfondato con un grosso tronco, e la statua di Cerere distrutta in mille pezzi.
Su quelle macerie è curva a piangere una vecchia contadina che grida sconsolata: «Chi proteggerà ora il nostro raccolto? Chi ci darà di che vivere? Oh Cerere, oh Cerere!»
Sopraggiungono dagli orti due ragazzini che la abbracciano, e si mettono a piangere con lei.
E da un sentiero laterale arriva trafelato anche un altro personaggio. Ha i capelli bianchi e radi, e folte sopracciglia  che nascondono uno sguardo penetrante. Indossa una tunica di tela bianca, ruvida e un po’ lisa, come i monaci del deserto, molto diversa dalle tuniche nere dei ragazzoni.
Il nuovo venuto grida: «Non sono riuscito a fermarli, non sono riuscito..!» e si china premuroso sulla vecchia a piangere anche lui, insieme agli altri.

§ 18. Casa del prefetto Vittore

Con un certo fiatone, dovuto certamente alla camminata con l’arpa sule spalle ma anche a una grandissima emozione, Anteo giunge sull’Esquilino.
La casa del prefetto Vittore è lì, ricca e sontuosa.
I sorveglianti lo accolgono con una strana circospezione. Lo fanno entrare nella casa, e lo fanno attendere in una stanza.
Poco dopo arriva da lui un uomo calvo, con una imponente barba rossa. «Io sono Mercurino», dice, «pastore della chiesa ariana».
Anteo non comprende cosa significhi.
«Qualcuno ha parlato molto bene di te», continua l’uomo, «sembra che con la tua arpa e i tuoi inni tu abbia la capacità di penetrare nei cuori di chi ti ascolta e portarvi luce».
Anteo non sa che dire.
«Ti do il benvenuto in questa casa, che è la casa del prefetto Sesto Aurelio Vittore» riprende l’uomo, «anche se il prefetto in questa casa non c’è da tempo».
«Devo attendere il suo ritorno?»
«No. Il prefetto non c’è perché abita altrove. Questa casa è sua, ma lui l’ha messa a disposizione dell’imperatrice».
«Dell’imperatrice?» domanda Anteo.
Per tutta risposta l’uomo lo fissa negli occhi.
Anteo sa che non può trattarsi di Galla, la giovanissima sposa di Teodosio, perché tutti sanno che è a Costantinopoli, tenuta lontana dagli scenari di guerra.
Ma se non è Galla, non può essere che…
«La diva Justina?» esclama Anteo. «È lei?»
Mercurino sorride.

Sì, è l’imperatrice Justina, donna di tale leggendaria bellezza, che ancora quindicenne, era stata voluta come sposa da Magnenzio, il re delle Gallie, presto sconfitto e ucciso. Ma poi l’aveva voluta in moglie addirittura l’imperatore Valentiniano il Grande, che prima di morire le aveva dato un figlio, Valentiniano II, erede dell’impero sull’Italia.
Insediatasi a Milano come imperatrice madre, Justina aveva dovuto subire la sua prima amara sconfitta. Lei, di fede ariana, avrebbe voluto che in città ci fosse almeno una basilica dedicata a quel culto, ma Ambrogio, il vescovo cattolico di quella stessa città, con l’appoggio del popolo, era riuscito ad impedirglielo.
Ma un altro smacco, ancora più bruciante, la attendeva: l’invasione dell’usurpatore Maximo. Maximo infatti, bramoso di estendere i suoi domini in occidente, era sceso in Italia occupando i territori da lei governati. Per Justina e per i suoi figlioli non c’era stato altro scampo che fuggire dal signore dell’oriente, l’imperatore Teodosio. Ma per ottenere da lui giustizia, sia Justina che i suoi figli, avevano dovuto abiurare l’arianesimo e abbracciare il credo niceno.
Ed ora, dopo la vittoria di Teodosio su Magno Maximo, di Justina nessuno sapeva più niente, come fosse scomparsa nel nulla.

«Sì, giovane cantore» dice Mercurino, «in questa casa abita ora la diva Justina».
«È dunque qui?» chiede Anteo, con la meraviglia di chi viene a conoscenza di una notizia impensata.
«Sì, l’imperatrice è ormai stanca e delusa del mondo, non ha più forze, e ha chiesto a Teodosio di potersi nascondere in qualche posto per finire in pace i suoi giorni. E Teodosio ha subito pensato a Roma».
«Ma… e il giovane imperatore Valentiniano II, suo figlio?»
«Per troppo tempo Justina ha svolto l’improbo ruolo di imperatrice madre! Troppe delusioni ha dovuto sopportare il suo cuore. Ora il mondo è finito nelle mani di un uomo solo, Teodosio, uomo certamente accorto, che sempre l’ha aiutata. Per questo Justina lascia a lui il destino di Valentiniano. Il suo figliolo ormai non è più un bambino bisognoso del sostegno della madre. È venuto per lui il momento di camminare con le proprie gambe, di governare in prima persona e di condurre da sé le sue battaglie. Così come, per contro, è venuta per Justina l’ora di ritirarsi e pregare».
«È l’imperatrice, dunque, che mi ha chiamato per i miei inni?»
«Si».
«E come mi conosce?»
«Gli ha parlato di te Eurica, la nutrice gota di Onorio, che ti ha sentito cantare e che ha capito subito quanto i tuoi inni possano portare sollievo a una donna che ormai non si aspetta più niente dalla vita».
«Sarò molto contento di potere allietare l’imperatrice!»

  «Vieni con me» dice Mercurino.
E lo conduce fino a un giardino interno dove, accanto a una fontana, c’è lei, seduta,  avvolta in vesti bianche e verdi, sotto le quali si intravede una preziosa cintura di perle. Anteo resta a bocca aperta. È una donna che ha passato i cinquant’anni, ma che è ancora bellissima. Un volto piccolo, dai lineamenti regolarissimi, con qualche ruga che nulla toglie all’incanto della persona. Anteo comprende subito come mai quella donna abbia avuto il potere di prendere il cuore degli imperatori.
«Vedo che hai già conosciuto Mercurino» dice l’imperatrice con voce flebile.
«Sì, o divina».
«Mercurino è da sempre mio consigliere e confessore, fin dai tempi...»e qui Justina si interrompe, facendo lievemente girare la mano, come a indicare qualcosa che non si può misurare. «Diglielo tu, Mercurino» invita, quasi le faccia fatica parlare.
E Mercurino passa a raccontare ad Anteo come il canto abbia un enorme valore per indirizzare gli animi della gente, e gli spiega come addirittura il vescovo Ambrogio, antagonista dell’imperatrice a Milano, avesse guadagnato il favore del popolo proprio facendo ampio ricorso al potere emotivo e travolgente degli inni.
Mercurino dice ancora tante altre cose, ma l’attenzione di Anteo è tutta rivolta, con la coda dell’occhio, esclusivamente a Justina e ad ogni suo sospiro.
. E finalmente Mercurino tace.
«Vedo con piacere che hai con te la tua arpa», dice l’imperatrice. «Spero che tu ora mi faccia sentire qualcosa dei tuoi inni, che tanto hanno fatto piangere di commozione la nostra Eurica». E scambia un’occhiata d’intesa con Mercurino. È chiaro che questa nutrice Eurica deve essere in stretto contatto con lei e Mercurino, certamente per la sua appartenenza alla chiesa ariana.
Anteo abbozza un sorriso. È arrivato il suo momento! Con padronanza del suo strumento e della sua voce, canta quello che secondo lui, è il’inno più bello della sua produzione, che narra di Iside che raccoglie i pezzi di Osiride dispersi nel Nilo.
Justina ha gli occhi lucidi.  «Comporrai qualche canto per me?» gli domanda.
«Con tutto il cuore, sì!»
«Bene, Anteo. Il vescovo allora comincerà a istruirti su chi è Cristo, che tu non conosci, e ti suggerirà in che modo potrai inneggiare a lui. E sono certa che così la tua arte avrà la forza di ferire i cuori del popolo e di convertire le persone una ad una».
Per un attimo Anteo si sente disorientato. Lui si è presentato come un cantore di Serapide. Come può adesso l’imperatrice invitarlo a diventare cantore di un’altra divinità?
Ma subito comprende di trovarsi di fronte all’imperatrice, e che l’imperatrice può chiedergli qualsiasi cosa.
«Sì, mia signora», risponde. E rilancia «Ma vorrei anche comporre qualcosa in onore della tua stessa persona!».
Justina lo guarda con un’espressione di stupore e simpatia, ma a poco a poco quell’espressione muta. Anteo percepisce che dalla simpatia, quello guardo è passato all’affetto.
«Torna da me, Anteo, torna con la tua arpa» dice.
Lo sta congedando!
Ad Anteo sembra una cosa brusca.
Ma è lei che comanda.
«Torna, Anteo!» ripete ancora l’imperatrice, stavolta con tono quasi di supplica «e inonda questo giardino della tua musica!». E gli sorride.
Anteo esce da quella casa saltando di gioia. È talmente ebbro di quell’incontro, che gioisce pensando che i suoi canti d’ora in poi non solo possono estendersi a qualche altro dio, come questo Cristo, ma anche a una dama, e questa per lui è una novità assoluta

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§ 19. Suburra, antro del mago

Tenebre.
Di un antro nascosto nelle profondità di una casa.
È l’antro di un mago.
Volcacio sa benissimo che la pratica della magia è proibita in tutto l’impero e che, se mai venisse scoperto, la pena per lui sarebbe la morte.
Ma troppa è l’ansia che lo rode dentro. Lui deve arrivare ad ergersi al di sopra degli altri, di tutti gli altri, proprio come l’uomo ideale cui vorrebbe conformarsi, il gladiatore che alza la sua spada vittoriosa sui cadaveri dei suoi nemici. E per questo non ha importanza che i mezzi da utilizzare siano leciti o illeciti, la sua sfrenata ambizione deve essere appagata. A tutti i costi.
Il mago inizia un lugubre rituale, accendendo prima un fuoco bluastro, e poi recitando incomprensibili formule in lingua persiana. Infine tende le mani in alto, per il suo oracolo. «Tu non dovrai avere scrupoli!» declama. «Tu non dovrai ascoltare il tuo cuore! Tu tradirai l’amico. Tu non ti impietosirai. Tu schiaccerai sempre chi è più debole di te. Solo così la tua ascesa non si fermerà. Ricorda queste parole e scolpiscile nella tua mente».
«Ma tutto ciò io l’ho sempre fatto!» dice Volcacio.
«No! Quello che finora hai fatto è ancora troppo poco. Se vuoi che la tua ascesa oltrepassi i limiti degli uomini, devi osare il sommo ardimento! Devi compiere azioni che non si accontentino degli osanna della plebe, ma che giungano fino alle stanze del potere. Non esitare di fronte ai crimini più efferati, purché tu possa mostrati al Papa a Roma, e a Teodosio a Costantinopoli! E divieni di essi il servitore, il solo servitore, fino al tempo in cui ti sostituirai ad essi!»
«Quali azioni dovrò dunque intraprendere?»
«Il Signore delle tenebre te lo farà capire!» risponde il mago, e pone le mani tremanti sulla testa di Volcacio, mentre con voce profonda invoca spiriti e dèmoni.

Alla fine del rito, Volcacio si alza in piedi, tutto sudato. Il suo naso rotto appare più rosso del solito.
«Ora devi rifornirmi di altro filtro!».
«Il filtro è molto prezioso e raro da distillare, Volcacio, e tu lo usi senza parsimonia», obietta il mago.
«Vuoi dire che mi costerà caro?»
«Voglio dire che non te ne posso dare altro. La piccola scorta che mi rimane è sufficiente solo per i miei offici».
«E quali sarebbero i tuoi offici?» domanda con arroganza Volcacio.
«Non puoi farmi questa domanda», reagisce il mago, «non puoi entrare nei segreti delle tenebre!»
Volcacio sfodera un pugnale e lo pianta sul tavolo.
Il mago trema.
E senza dire una parola va in un’altra stanza e torna con una ampolla.
Volcacio gliela strappa di mano e va via.

 

§ 20. Casa di Simmaco

Anteo è nella sua stanza, e sta pizzicando l’arpa alla ricerca di musiche e parole per i suoi nuovi inni, quelli dedicati a Cristo, per i quali Mercurino gli ha dato parecchi spunti e indicazioni.
Entra in stanza Keoth, con la faccia scura.
«Non posso ascoltare! Tu stai cantando a Cristo e non a Serapide, tu stai facendo un torto al nostro dio, e anche a tuo padre!»
Il fedele scriba ha tutte le ragioni per rimproverare Anteo. Dice una cosa che anche Anteo ha pensato. Tant’è che, appena Justina gli ha dato l’incarico di comporre inni a Cristo, ha subito pensato a come giustificarsi, prima di tutto davanti a se stesso, per poterlo fare. Si tratta di vedere, ora, se la scusa che ha trovato, funziona anche per Keoth.
«Keoth, ma non capisci?» ribatte allo scriba, ostentando sicurezza. «In Serapide sono raffigurati tutti gli dei. Tutti, e questo tu lo sai bene! Lo sai, perché è davvero così! Non è forse quello che dice sempre anche mio padre alle folle di pellegrini? Dunque se il mio canto è per un dio, un qualsiasi dio, io non faccio altro che lodare ancor di più Serapide!»
Ma Keoth scuote la testa. Quelle sono chiacchiere messe su ad arte. Gli inni di Anteo non sono inni qualsiasi, ma inni composti dal figlio stesso del Grande Sacerdote del Serapeo di Alessandria d’Egitto, e non possono inneggiare ad altri dèi.
Ma Anteo non vuole mollare. E prova allora a giocare d’autorità. In fondo, si dice, Keoth è uno scriba che suo padre gli ha affiancato perché lo protegga, e non perché lo comandi. E forse è venuto il momento di mettere le cose in chiaro.
«È come dico io, Keoth» afferma con un piglio affermativo che mal si addice alla sua personalità. «È così e basta. Io comporrò inni in onore di Cristo. E non solo in onore di Cristo, ne comporrò anche in onore della stessa imperatrice. Non ho altro da dirti».
Anteo non si è mai rivolto prima d’ora in quel modo a Keoth.
Il fedele scriba rimane di stucco. Si sente offeso. E tradito.
Dopo un breve silenzio, rantola: «Giovane cantore, ti auguro di non suscitare lo sdegno di Serapide, così come susciti il mio. Noi non siamo venuti qui per lodare altri dèi! Piuttosto meglio tornare ad Alessandria».
«Te ne vuoi andare via?» gli domanda Anteo, provocatorio..
«Io non posso lasciarti, lo sai. Devo accompagnarti. Questo è il comando di tuo padre» ribatte.
«Allora resta qui e ubbidisci!»
Ecco le parole che Anteo non doveva dire. E per la prima volta vede Keoth infuriato nei suoi confronti.
«Stai sbagliando, Anteo» sbraita. «E questo è molto più di un errore. Tu così dai scandalo ai fedeli di Serapide. I tuoi nuovi inni sono bestemmia. Serapide non ti perdonerà».
Per tutta risposta Anteo riprende a suonare l’arpa.
«Stai sfidando il dio, ragazzino» dice Keoth. «Io non voglio essere tuo complice! Torna in te, o per davvero, io sarò costretto a lasciarti».
«Cosa ti trattiene?» chiede Anteo.
Keoth resta muto.
Sta per prendere una decisione gravissima.
Alla fine fa un lungo respiro. «Tuo padre mi comprenderà!» dice. E fa per uscire dalla stanza. Ma sull’uscio si ferma e si volta verso Anteo. «E prego Serapide per te, che non ti rinneghi e non ti distrugga! Sia maledetta questa città che ti ha perduto!»

Anteo sa che lo scriba ha perfettamente ragione, ma non ha nessuna voglia di corrergli dietro. La prospettiva di nuove esperienze è troppo forte in lui per farlo ritornare sui suoi passi.
Con sorpresa si rende conto che le minacce di Keoth, che in altri tempi lo avrebbero sconvolto, ora gli scivolano via come se nulla fosse. Finora ha sempre cantato a Serapide, certamente, ma in quel momento capisce che non lo ha mai fatto perché gli interessava il dio, ma perché inseguiva qualcosa di più grande del dio, il mistero delle armonie.
Alla fine deve riconoscere che la sua fede in Serapide non è poi tanta. Questo dio, chi sia veramente, e che posto abbia nel suo cuore, Anteo non lo sa.
Troppa confusione in testa.
Cosa gli sta accadendo? Forse la verità è che lui non crede in alcun dio?
Anteo toglie le mani dall’arpa e resta a fissare un angolo della sala con occhi vuoti.

 

§ 21. Orti di Geta

Rufo e Schytilla passano sopra alle aiole devastate del tempietto e si avvicinano alla vecchia che sta accasciata a piangere su ciò che rimane della statuetta di Cerere.
L’uomo dai radi capelli bianchi, che si è chinato accanto a lei, si accorge della loro presenza. «Quei ragazzi» dice scuotendo la testa, «non dovevano essere così arroganti da distruggere il tempietto tanto caro a questa gente».
«Monaci neri!» bofonchia Rufo. «Conosco quei fanatici! Approfittano della tolleranza dell’imperatore per divertirsi a distruggere tutto ciò che è pagano, senza curarsi dei sentimenti della gente!».
«Che si vogliano convertire i contadini a Cristo», dice tra le lacrime l’anziano, «si capisce, ma devono essere loro stessi, ad abbattere i loro tempietti, e non noi».
«Chi sei, tu?» gli domanda Rufo,
«Il mio nome è Giovanni» risponde l’uomo.
«Da dove vieni?»
«Dalla Terra Santa».
«E perché sei qui?»
«È una lunga storia» risponde l’anziano. «Ma voi? Vi vedo sofferenti!»
«Anche la nostra è una lunga storia» ribatte Rufo, restituendo all’anziano la sua stessa reticenza.
«Stiamo cercando la casa di Berterico» interviene Schytilla. «Tu sai indicarci dov’è?»
«Berterico? Il vescovo ariano?» esclama l’anziano.
«Stiamo andando da un ariano?» chiede Rufo alla ragazza, sdegnato.
Schytilla trema, nel timore che Rufo si rifiuti di proseguire.
Giovanni intuisce la difficoltà, e corre in soccorso di Schytilla. «Berterico è un mio caro amico!» esclama. «Vi accompagno io stesso da lui, coraggio» continua con tono fermo e dolce allo stesso tempo. «La sua casa è proprio alla fine di questo sentiero. Di sicuro vi accoglierà e vi aiuterà».
Rufo si sente troppo stanco e confuso per reagire. E si lascia portare.

§ 22. Casa di Simmaco

Anteo è pentito di avere trattato Keoth con tanta odiosa indisponenza, e si sente terribilmente dispiaciuto per la sua reazione e per le dure parole con cui se ne è andato via.
Ma non ha dubbi sul fatto di avere fatto la scelta giusta.
E così riprende a pizzicare le corde dell’arpa, e a portare avanti il suo lavoro di composizione di inni a questo nuovo dio, questo Cristo.
La sua voce, alla ricerca di melodie sempre nuove, si propaga lungo i portici della casa di Simmaco, e giunge alle orecchie di Grato.
Grato fa cenno a Liviana di tacere per ascoltare bene. È curioso. Ma quando nel canto riconosce le parole «lode a te, o Cristo», non riesce a trattenersi e corre dritto dritto da Anteo.
«Ho sentito la tua voce, Anteo» gli dice irrompendo nella sua stanza. «Stai componendo canti molto, molto belli. Ma sento bene, che inneggi a Cristo?»
«Sì, Grato! È il preciso mandato di una persona molto importante» risponde il giovane con una punta di orgoglio.
«E come fai a dire tutte queste belle cose su Cristo? Dove le hai imparate?»
«Mi sta aiutando il vescovo Mercurino».
«Mercurino? Mmmhhh! È un nome che ho già sentito. Ma non era il vescovo che stava a Milano?»
«Questo non lo so», confessa Anteo. E subito comprende che quello è il momento giusto per rivolgere a Grato la domanda che vorrebbe fargli da tempo. «Anche tu e Liviana siete cristiani, vero? Ho visto come vi trattate fra voi e come trattate gli altri…»
«Sì, siamo cristiani» conferma il domestico. E poi, abbassando lo sguardo rattristato, continua. «Purtroppo, però, non abbiamo lo stesso credo di Mercurino!»
«E cioè?»
«Mercurino è un vescovo ariano!»
«E questo cosa vuol dire? Non è un seguace di Cristo come lo siete voi?»
«Sì, ma il vescovo Mercurino, in quanto ariano, parla di Cristo in modo diverso da come lo annuncia a noi papa Siricio».
«E cioè?»
«Io non sono molto colto, Anteo, e non ti so spiegare bene in che consiste questa differenza. Mi sembra però di aver capito, ma mi posso sbagliare, che per gli ariani, in Cielo, esiste una e una sola persona divina, e questo è il Padre».
«Ebbene? Lo sanno tutti che per voi cristiani c’è un solo Dio, e che tutti gli altri dèi non esistono!»
«Certamente. Anche per papa Siricio gli dèi non esistono. Ma Dio Padre, in Cielo, non è da solo, come dicono gli ariani. In Cielo ci sono con lui anche la divina persona del Figlio e la divina persona dello Spirito Santo. Tre persone quindi, ma che sono una cosa sola perché unite fra loro in uno stesso amore scambievole. Questo, è Dio!»
«Un Dio che è amore in sé, quindi!»
«Proprio così, Amore in sé. Amore che poi ha creato il mondo. E che arriva fino a ciascuno di noi qui sulla terra».
Anteo si rende conto che sta ascoltando cose di una profondità abissale. In questa visione c’è qualcosa che lo affascina fortemente
«Certo che», commenta, «l’idea che in Cielo ci possa essere un’intesa di questo genere… un’armonia suprema… è qualcosa di...» Anteo non va avanti, non sa come continuare
«Non sarà per caso questa, l’armonia che tu cerchi qui in terra con le tue note?»
Con queste parole Grato lo ha colpito al cuore. L’armonia che Anteo sta inseguendo da sempre, sarebbe dunque l’armonia del Cielo.
Ma Anteo non ha nessuna intenzione di immergersi in pensieri del genere. Si tratta di un argomento che potrebbe travolgerlo e distoglierlo dai suoi obiettivi del momento. Ora sa solo che vuole portare a termine il mandato di Justina, e che non la vuole tradire. Se ha percepito un lampo di qualcosa che lo attrae, verrà il momento in cui ci ragionerà sopra. Adesso no.
«Il tuo credo», dice sorridendo, «mi tocca il cuore. Però ora devo concentrarmi sulla composizione degli inni secondo i suggerimenti di Mercurino, perché, come ti dicevo, questo è ciò che vuole da me una persona molto importante».
Grato dissimula la sua delusione, e gli rivolge uno sguardo affettuoso.
E poi, con atteggiamento paterno gli chiede: » Anteo. Ma… mi sbaglio o ti stai facendo ricrescere i capelli?»
«E’ così, Grato. La mia ammirazione per i sacerdoti egiziani ora sta lasciando il posto ad altro, e non ho più voglia di radermi».
Ridono insieme.

 

§ 23. Orti di Geta, villaggio di Berterico

Le stelle del cielo scompaiono pian piano assorbite dalle prime luci dell’alba. Rufo contempla lo spettacolo dal letto dove si è appena destato, in una capanna dell’accogliente villaggio di Berterico.
In un angolo, raggomitolata, dorme Schytilla.
Quando giorni prima, accompagnati da quello strano monaco dalle folte sopracciglia, hanno bussato alla porta di Berterico, non avrebbe mai immaginato tanta ospitalità, né con quanto affetto quella gente si sarebbe presa cura di lui e di Schytilla.
Ora Rufo avverte di essersi finalmente rimpossessato a pieno della realtà. Si sente saldo e avverte che tutti i suoi ricordi, come tessere di un mosaico, si sono ormai ben ricomposti nella mente, con ordine e senso compiuto, come non gli accadeva da tempo. Tutte le nebbie angosciose causate dal veleno non sono che un brutto ricordo.
Schytilla è lì, nella sua stessa stanza. Non ha voluto lasciare il suo padrone nemmeno un momento e, forzando il delicato imbarazzo di Berterico, reticente a lasciare insieme dei giovani che non siano sposati, ha ottenuto il permesso temporaneo di alloggiare nella sua stessa stanza.
Rufo contempla quella creatura. Si rende conto di essere stato accudito con una dedizione che non si sarebbe mai aspettata.
Schytilla dorme. Le sue ciglia sono lunghe. I suoi capelli castani brillano di riflessi dorati. E i suoi zigomi lievemente pronunciati aumentano il fascino della sua persona. Al collo porta sempre quella strana collanina di pietruzze piramidali, donatale, così gli ha raccontato, da uno sconosciuto benefattore.
Resta a guardarla a lungo, incantato, mentre a poco a poco la luce prende pieno possesso del Gianicolo.
C’è un grande senso di pace. Nel suo cuore le guerre, i tradimenti, il crollo di ogni ideale, la cattiveria, l’odio, l’ingiustizia… stanno lasciando il posto a un presente che coincide con quest’alba, alba di un giorno nuovo, con Schytilla a fianco, in questa accogliente comunità che dà rifugio ai barbari e ai diseredati.

Ma ecco, là fuori, tra gli alberi, c’è qualcuno.

È Berterico, che come ogni alba, mentre tutti ancora dormono, cerca un posto solitario per pregare. Quel vecchio, e la casa che lui governa, suscitano in Rufo una grande curiosità.
Così si alza dal letto e, attento a non far rumore per non svegliare Schytilla, va da lui.
Berterico è seduto su un tronco, assorto nella preghiera. Ma appena si accorge di Rufo, non esita a interromperla per accoglierlo con un largo sorriso.
«Che persona straordinaria» pensa Rufo guardando quell’omone dagli occhi azzurri e i lunghi baffi biondi, che porta in testa un nastro col monogramma di Cristo, il «chi rho» costantiniano.
«Mi rallegro, Rufo» gli dice il vecchio in un latino impossibile. «Vedo che sei pienamente tornato in te. Hai definitivamente sconfitto il veleno!»
«Sì, sono tornato in me» conferma Rufo sedendosi accanto a lui. «Ho ritrovato finalmente in me la mia storia, le mie passioni, e soprattutto i miei delitti. Ma c’è qualcosa che mi fa paura. Tutti questi ricordi, ora, li sento lontani da me, come si tratti di ricordi di un’altra persona».
«Spiegati meglio!»
«Non lo so fare. So solo che ho paura».
«Paura? Hai paura di risvegliarti a una vita nuova?»
«È questo che mi sta succedendo?»
«Sei tu stesso che me lo dici!»
Rufo tace, meditabondo.
Poi sospira. «Una vita nuova!» ripete lentamente.
E subito corruga la fronte. «Devo essere sincero con te, Berterico. Io non credo nel tuo dio!»
«Perché mi dici questo? Ti ho forse chiesto di credere?»
«No, ma so bene che è per seguire i comandi del tuo dio, che tu apri le porte di questa casa a gente come me».
«Io sto solo seguendo il mio cuore».
«Come è possibile? Tu non vuoi nulla da me?»
«Una cosa sì, la voglio. È la voglio non solo da te, ma da tutti quelli che sono in questa casa. Che non vi maltrattiate l’un l’altro, e non cadiate nel perverso gioco delle sopraffazioni. Voi qui dovete prendervi cura l’uno dell’altro!»
«Se è tutto vero, quello che stai dicendo», riprende Rufo, «non sono più sicuro di essere tornato alla realtà, mi sembra di essere in un altro mondo».
«No, questo non è un ‘altro mondo’. È il mondo vero, Rufo. È l’altro, quello delle sopraffazioni, il mondo sbagliato!»

Lieve fruscio di una veste.
Schytilla.
Rufo si volta verso di lei e il cuore gli comincia a battere forte.
Berterico sorride.
Il soldato si alza in piedi e, quasi senza rendersene conto, tende la mano verso di lei.
Non è un comando. E non è un invito.
È una preghiera.
Rufo non sa perché stia facendo un gesto come quello. Ma Schytilla sembra intuire qualcosa e, in contrasto con il suo atteggiamento sempre schivo, gli si avvicina, docile, e gli prende la mano.
Con una impensabile delicatezza, il soldato la avvicina a sé.
Schytilla non si oppone. Nemmeno quando lui la stringe al petto.
Il vecchio Berterico volge lo sguardo al cielo, continuando a sorridere.

Quand’ecco, inaspettatamente, sul volto di Rufo cominciano a scendere copiose, calde lacrime.
Schytilla lì per lì non capisce, ma di fronte a quell’impensabile fragilità del suo padrone, ricambia timidamente l’abbraccio e piange con lui, carezzandogli la testa.

E con il pianto, Rufo sente scorrere via tutte le sue delusioni, tutte le sue sconfitte e tutti i suoi rimorsi. È come se un puro lavacro stesse rigenerando il suo cuore, per spalancargli davanti una nuova avventura, tutta da vivere accanto a quella ragazza.
Rufo non ha mai amato nessuno, né può chiamare «amore» quella sconosciuta giovane che stringe al petto! Non sa nulla di lei, né da dove venga, né quale sia il suo vero nome, né cosa pensi, né cosa provi.
Ma al di là di ogni logica, Rufo sa con certezza che quella ragazza ha in mano la nuova vita che ora si apre davanti a lui.

 

§ 24. Casa di Simmaco

È notte fonda. Anteo, con l’arpa e il suo inseparabile codex a tracolla, rientra a casa dopo un serata passata nella villa di Justina. Quanti canti ha fatto, e quanti complimenti ha ricevuto! E che sensazione piacevole è sempre per lui vedere l’’imperatrice triste’, come la chiama affettuosamente, sorridere e consolarsi grazie alla sua musica e alle lodi a Cristo.
Gli apre la porta Grato.
Anteo gli sorride.
Ma Grato non ricambia il sorriso, ha un atteggiamento strano.
«Cosa c’è, Grato?»
Grato si gratta la grossa testa spelacchiata. Non sa come dirglielo, ma ha ricevuto ordini ben precisi dal senatore. E così si fa coraggio e parla tutto d’un fiato, facendo attenzione a non mangiarsi le parole come al suo solito. «Il clarissimo», dice, «non vuole più averti suo ospite, e mi incarica di chiederti di lasciare la sua casa domani stesso!»
Per Anteo è come un pugno nello stomaco. Simmaco lo tratta così? Non è possibile! Fino a quel momento si era sempre illuso di godere della stima e dell’amicizia del senatore, e ora si sente violentemente umiliato.
«Ma come?» domanda. «Io ho sempre amato questa casa e rispettato l’amicizia del senatore».
«Lui non la pensa così!»
«Perché?»
«Perché tu hai abbandonato Serapide e tuo padre!»
«Cosa?»
«Gli informatori del clarissimo gli hanno raccontato tutto, di te. Da tempo lui sa del tuo rapporto con l’imperatrice, e della svolta che hanno preso i tuoi inni, che ora componi solo a lode di Cristo».
Anteo deglutisce.
«Per correre dietro a questa tua passione», continua il maggiordomo a fatica, «non ti sei reso conto che giorno dopo giorno tu scavavi un baratro intorno a te. A nulla è valsa la lettera infuocata che ti ha scritto tuo padre stesso! Tutti sappiamo che ti ha intimato di smettere di comporre inni a Cristo, ma tu hai continuato caparbiamente. Lui allora ti ha minacciato di ripudiarti come figlio se non gli avessi obbedito, e tu lo hai arrogantemente ignorato! E così, con immenso dolore, tuo padre ti ha pubblicamente ripudiato, ed ora tu non sei più suo figlio!»
«Questa è una cosa tra mio padre e me, il senatore che c’entra? Perché lo avrei dispiaciuto?»
«Ma caro ragazzo...»comincia a dire Grato. Il giovane rimane sorpreso da quelle parole. Ha capito bene? Il maggiordomo sta osando rivolgersi a lui, il figlio del Grande Sacerdote del Serapeo di Alessandria d’Egitto, chiamandolo «Caro ragazzo»? Sono parole dette certamente con affetto, ma… Anteo non capisce più nulla.
«Non comprendi», riprende Grato, «che in questa casa tu rappresentavi la persona stessa di tuo padre? Ma se ora tu non sei più figlio suo, come puoi pensare che il senatore voglia più ospitarti? Per lui, tu, ora, non sei altro che un servo di Justina!»
«Ma Justina è l’imperatrice! E il clarissimo potrebbe anche essere onorato di ospitare un suo servo!»
«Justina non conta più niente, ormai. È strano che tu non te ne sia reso conto. Teodosio non ha certo portato avanti una guerra così sanguinosa e rischiosa, come quella contro Maximo, per rimettere sul trono Justina e suo figlio! Lo ha fatto per conquistare il mondo, ed ora che ci è riuscito, non ha certo intenzione di dividerlo!»
Anteo resta di sasso di fronte a una verità che non aveva mai preso in considerazione. Colei che gli appariva come padrona e signora del mondo, non è altro che un personaggio superato, senza alcun potere.
Si sente improvvisamente sperduto.
«E allora io, adesso?» piagnucola. «Che farò, dove andrò?»
Grato si commuove.
«Non ti disperare!» gli dice con tono paterno. «Adesso va’ nella tua stanza e cerca di riposare, che sei stanchissimo. Domani certamente avrai la mente più fresca per capire cosa fare. Potrebbero venirti in mente buone idee. Potresti forse chiedere ospitalità proprio a Justina, o alla comunità ariana di Mercurino, no? Le possibilità sono tante, non ti pare?»
Il tono rassicurante e amico del maggiordomo rinfranca il giovane. Sì, certamente le soluzioni possono essere tante. E poi, in fondo, anche per lui, che ora compone inni cristiani, essere ospite di un senatore pagano non è una cosa giusta. Oltretutto Simmaco non lo ha più invitato a cantare nelle sue serate culturali. Sì, alla fine le cose prendono la piega che devono prendere. E poi, come dice Grato, sicuramente potrà contare sull’aiuto dell’imperatrice.
Mentre il maggiordomo lo accompagna nella stanza, per l’ultima notte che passerà in quella casa, Anteo gli domanda: «Da come parlavi, sembra quasi che il clarissimo non voglia avere nulla a che fare con l’imperatrice! Perché mai? Che male può fare una donna che nella sua villa non fa altro che pregare e cantare a Cristo?»
«Sì, Anteo, il clarissimo prende le distanze da lei! E non certo per quello che fa, ma per quello che è. Per lui infatti, e per tutti i nobili e senatori che si sono schierati dalla parte dell’imperatore, Justina rappresenta un passato scomodo che deve essere eliminato».
«Allora… l’imperatrice è in grave pericolo!»
«Certo. Tant’è che molti, addirittura, vorrebbero la sua morte».
«È spaventoso!»
«Sì, è spaventoso, lo penso anch’io. Ma è così. Mi domando come mai non l’abbiano ancora avvelenata!»
Anteo sbianca in volto. Nella sua mente un vortice di immagini e sospetti. «Avvelenata?» domanda, terrorizzato da un pensiero.
«Perché dici così?»
Anteo tace.
Poi, come avesse finalmente raccolto le idee, esclama: «Ecco perché, l’imperatrice, io la vedo ogni giorno più pallida e più debole, e tante volte sviene! Qualche volta addirittura dice di avere delle allucinazioni! Ora capisco, ora capisco, ho paura che…»
Grato storce la bocca. «Beh, sì, Anteo, questi potrebbero benissimo essere sintomi di un avvelenamento, che forse le somministrano un po’ per volta».
«E chi potrebbe essere, ad avere orchestrato una cosa simile?»
Grato si fa pensoso. «Se davvero si tratta di veleni, qui in Roma c’è qualcuno che notoriamente ne fa uso».
«Chi?»
«Uno che farebbe di tutto, pur di potersi vantare, davanti a Teodosio, di aver ucciso la sua ingombrante suocera Justina!»
«Chi è costui, Grato?»
«Temo che tu abbia già fatto la sua conoscenza, il giorno che hai partecipato all’audizione in senato».
«Volcacio?»
Grato si morde la lingua, pentito di aver parlato troppo. Non doveva lasciarsi andare a confidenze, a supposizioni, e meno che mai a suggerire nomi. Interrompe bruscamente la conversazione per non commettere altri sbagli. Saluta cordialmente ma frettolosamente Anteo, e si ritira.

§ 25. Milano, residenza Imperiale

Teodosio è a Milano.
La sua visita nell’Urbe, i suoi sorrisi e le sua ampie dichiarazioni di amicizia per gli influenti senatori pagani, anche se sono passati solo pochi giorni, sono ormai solo un lontano ricordo.
Ora è il momento di studiare, con i suoi consiglieri, come riorganizzare l’impero, dopo una guerra devastante che gli ha consegnato il potere assoluto.
Le risorse economiche sono scarse come non mai, e la sicurezza dei confini richiede ogni sforzo. Occorre esaminare e valutare ogni cosa, e consiglieri stanno passando in rassegna i vari tipi di spesa pubblica.
«E poi ci sono le sovvenzioni ai riti pagani» dice uno di loro. «Ma si tratta di spese che non si possono toccare, perché i seguaci degli dèi sono ancora troppi, nell’impero!»
Con uno scatto d’ira che stupisce i suoi dignitari, che raramente lo hanno visto perdere le staffe a quel modo, Teodosio grida: «Ora basta, una volta per tutte! L’impero è, e deve essere, un impero cristiano. Non è possibile che le casse dell’impero si dissanguino per sovvenzionare inutili riti pagani!»
«Ma, divino», ribatte ossequiosamente un consigliere, «se sospenderai queste sovvenzioni, offenderai anche tanti senatori e tanti nobili pagani. Molti di essi, come sai, si vantano di essere addirittura sacerdoti di questa o quella divinità. Interrompendo le elargizioni, li avrai tutti contro!»
«Sono stufo di questa gente», tuona Teodosio, «dei loro riti, dei loro sacerdoti e dei loro templi. È ora che si diano chiari segnali che i tempi stanno cambiando. Basta! E che chi non obbedisce, che venga esiliato, non importa chi esso sia!»
«Dunque, o divino, nessun riguardo più, per le antiche tradizioni?»
«Nessun riguardo, no, né a Roma, né in Egitto, né in qualsiasi altro punto dell’impero!».
«I monaci neri e i facinorosi potranno interpretare questa tua decisione come un incoraggiamento a distruggere anche i templi più antichi e famosi, che sopravvivono grazie al loro prestigio e al sentimento popolare…»
«Che interpretino quello che vogliono!» taglia corto Teodosio.

 

§ 26. Verso la casa di Justina

«Grato è proprio un amico» pensa Anteo. E ha ragione, perché il maggiordomo gli ha concesso di poter lasciare le sue cose ancora per qualche giorno in casa del senatore, così da avere il tempo di trovarsi una nuova sistemazione.
La mattina è piena di sole, e Anteo sta correndo alla casa di Justina. Nel tragitto canticchia, perché si sente sicuro che l’imperatrice lo accoglierà nella sua casa.
Ma appena arriva, vede un gran trambusto. Servi che entrano ed escono dalla casa di Justina con grande agitazione. E volti scuri.
Sullo spiazzo davanti alla casa c’è un carro, sul quale stanno caricando dei bagagli. E Mercurino è lì, che dà ordini su come sistemare le cose.
«Mercurino, cosa succede?»
L’uomo dalla barba rossa volge la faccia verso di lui. È una maschera di pianto
«La nostra cara ‘imperatrice triste’, come la chiamavi tu, questa notte ci ha lasciati!»
«Cosa?»
«È morta nel sonno!»
Anteo rimane di stucco, Si sente schiacciato sotto un coacervo di emozioni. Delusione, dolore, infinito smarrimento. La sua musa, la sua amata Justina, la sua protettrice, non c’è più. Come è possibile? Solo qualche ora fa sentiva ancora risuonare la sua delicata e stanca voce che gli diceva: ‘Quanto sei bravo, Anteo, inni belli come i tuoi nessuno li ha mai fatti! Come mi rapisce ascoltarti! Mi sembra di ascoltare la profondità dell’anima del mio Valentiniano, al quale per certi versi tanto rassomigli!’

«Tu, Mercurino», domanda il giovane con un filo di voce, «dove stai andando?»
«Mi affretto a lasciare Roma. C’è chi aspettava da tempo questa morte, ed ora può volere anche la nostra!»
«Ma… Justina?»
«Cosa fare di lei, è una cosa che deve decidere l’imperatore, e non sarò certo io a domandarglielo. Per me è il tempo di fuggire».
«E io? Che ne sarà di me? Simmaco mi ha appena cacciato dalla sua casa, e non so dove riparare».
«Non saprei proprio come aiutarti, Anteo. Non ti posso dire di venire con me, perché in troppi conoscono me e conoscono te. Le nostre vie si devono separare».
«Allora?»
«Trovati un posto dove nasconderti! È la cosa migliore.«
«Sì, Ma dove?»
Mercurino si fa pensoso.
«Devi andare via dalla città, se non vuoi correre pericoli seri. Potresti provare a riparare ad Axum, lì c’è una prospera comunità ariana».
«E come posso fare per raggiungere Axum?»
«So che nell’insula di Campo Marzio ci sono dei fratelli che possono darti utili indicazioni, prova lì».
«Ma sono tante, le abitazioni dell’insula! Da chi devo andare?»
«Davvero non saprei come aiutarti di più. Tu domanda un po’ in giro, e vedrai che li troverai».
Anteo vorrebbe ancora trattenere il vescovo, ma è chiaro che quell’uomo in quel momento ha altro per la testa.
Sente il desiderio di entrare nella casa per vedere Justina per l’ultima volta. E procede come un automa, camminando lungo i portici e salendo per le scale, appena cosciente del vociare e dell’agitazione dei servi tutt’intorno a lui.
Ecco, Justina, appena ricomposta, è là.
La signora della sua anima, è là.
La sua ‘imperatrice triste’, colei per la quale ha rinnegato suo padre e il suo dio, è là!
Il suo cuore è là.

Chissà perché, in quel momento, all’immagine fragile e assente di Justina, si sovrappone nella sua mente un’altra immagine, quella di una ragazza misteriosa, dagli occhi  a mandorla e dai capelli d’oro, che ora, forse, porta ancora al collo la collana di pietruzze viola che lui le ha donato.

§ 27. Porto di Ostia

Pollio sta riparando la sua barca.
Tende la mano all’aiutante perché gli passi il martello.
Ma l’aiutante è distratto. Si è messo a salutare un’anziana che lontano, sul molo, sta per salire una piccola elegante nave. La donna fa grandi cenni con la mano, e l’aiutante fa di tutto per rispondere.
«Quando avrete finito con i vostri saluti» dice Pollio, «spero che ti degnerai di passarmi il martello».
«Ti prego di scusarmi ma quella è una mia sorella. A quanto pare sta per partire insieme al suo padrone. Si chiama Liviana, ed è una domestica del senatore Simmaco!»
All’udire quel nome, Pollio si incuriosisce e lascia il lavoro. «Simmaco?» esclama mettendosi una mano sulla fronte per ripararsi gli occhi dal sole e vedere meglio. «Non sarà mica quel personaggio con il mantello rosso, un po’ claudicante, che sta salendo sulla nave?»
«Sì», risponde l’aiutante, «è proprio lui. E come vedi i suoi servi sono tutti lì sul molo per caricare le sue cose».
«Non sapevo che tu avessi una sorella che lavora da Simmaco!»
«Sì», risponde l’aiutante, «è una mia sorella, ma la chiamo così in senso spirituale, perché frequentiamo entrambi la stessa comunità di preghiera».
«Comunità di preghiera? E cosa sarebbe?»
«Dei cristiani che ogni tanto si riuniscono, appunto, per pregare»,
«E chi vi guida?»
«Un monaco che viene dal deserto, Giovanni».
«Giovanni...»mugugna Pollio. «Ho sentito parlare, di questo Giovanni..! Non sarà mica quello che compie miracoli?
«La sua forza è solo la preghiera!»
«Ma non è lui, che ha salvato la vita al nobile Pacato?»
«Sì, è proprio lui, è un sant’uomo!»

Sul molo lontano, intanto, arriva gente riccamente vestita
«E quelli? Chi sono?»
L’aiutante scruta il molo, e risponde: «Sono personaggi che vogliono salutare il senatore! Mi sembra di riconoscerli. Vedi quella ragazza grassa? Quella è Memmia, la nipote di Simmaco».
«E quello tozzo con la faccia rossa, che le poggia la mano sulla spalla?»
«Quello è Volcacio, il suo fidanzato».
«Ma perché il senatore lascia Roma?» domanda Pollio.
«Liviana mi ha detto che per i pagani, in questi tempi, l’aria è irrespirabile, e se Simmaco sta andando via, una ragione certo ci sarà».
«E dove va?»
«Sicuramente nella sua villa di Baia. È il suo rifugio preferito. È lì che si ritira tutte le volte che fiuta pericoli!»

Pollio si stanca di conversare. «Adesso però», taglia corto, «non perdiamo altro tempo a guardare chi parte e chi arriva! Passami quel benedetto martello e cerchiamo di concludere il lavoro prima che venga sera!»

 

§ 28. Insula di Campo Marzio

«Ci sono dei carri che partono per Anxur fra quattro giorni!»  dice una donna ad Anteo da uno spiraglio della porta di casa. «Possiamo vedere come farti prendere fra i viaggiatori!»
«Sì, ma io, questa notte, dove posso dormire?»
«Non qui!» si affretta a chiarire la donna con voce dispiaciuta ma ferma. «Non possiamo, non abbiamo proprio posto materiale!»
Certamente dice il vero. Come potrebbe dare ospitalità al giovane, se in quell’edificio zeppo di abitazioni, le famiglie stanno stipate una sopra l’altra come in un vespaio?
«Ma dove posso andare, allora?» geme Anteo.
La donna vorrebbe aiutarlo. Ma non sa proprio come.
«Per passare la notte prova a chiedere in una chiesa cattolica!» gli risponde. «Non so darti altro consiglio. Loro spesso fanno opere di carità». E, volgendo gli occhi umidi altrove, chiude del tutto la porta.
Anteo si sente disperato. Grato non c’è più, è dovuto partire in tutta fretta in nave al seguito del senatore, e il domestico che lo sostituisce non è certo gentile come lui.
«Se entro questa sera non passi a prendere tutte le tue cose» gli ha detto a muso duro, «io le getterò tutte via».
E Anteo sa che quell’uomo lo farà.
Per questo, quando è uscito dalla casa di Simmaco, ha preso con sé la sua arpa e il suo codex, i suoi beni più preziosi. Quelli non devono rischiare di essere gettati via. Certo, si rende conto di essere una figura patetica, ad andare in giro con quel carico. Ma cos’altro può fare?

Trova una grande chiesa e bussa. Un sacrestano gli apre e lo fa aspettare in un cortile dove ci sono altri derelitti che, come lui, chiedono aiuto.
Passano ore.
Finalmente il presbitero arriva e li chiama uno per uno.
Quando finalmente viene il suo turno, Anteo si fa avanti, intimidito e incerto come non è stato mai. Sta tendendo la mano come un povero, lui, il rampollo del grande sacerdote del tempio più importante dell’impero!
Il presbitero lo ascolta un po’ distratto, e alla fine gli dice di presentarsi davanti alla domus di una pia matrona che soccorre i poveri, dall’altra parte del fiume.
È già sera, e Anteo si sente sfinito, demoralizzato, umiliato.
Appena al di là del ponte, mentre percorre a fatica una stradicciola presso gli orti di Geta, vede uno slargo con degli straccioni che si sistemano per dormire.
La sua stanchezza è tale che sente il bisogno di accasciarsi anche lui accanto a quella gente.
Ma non si accorge che gli straccioni lo stanno guardando con curiosità. E hanno puntato gli occhi con cupidigia sulla sua arpa e sul suo sacco.
E accade quello che anche una persona inesperta come Anteo avrebbe potuto immaginare. Gli straccioni gli si avvicinano, lo toccano, toccano l’arpa, e tentano di portargliela via. Anteo grida e cerca di difendersi come può. Ma gli straccioni sono tanti, ognuno vuole impossessarsi di qualcosa. E l’arpa passa di mano in mano, fino a diventare strumento di contesa. Tra spinte e strattoni, prima vengono via delle corde, poi l’arpa fa un volo e infine cade a terra, rompendosi.
Anteo è disperato, diviene violento e comincia a tirare pugni a destra e a manca. Ma è solo contro tutti. Si sente colpire sui fianchi e in faccia.
Finché sente una botta sulla testa. E sviene.

 

§ 29. Villaggio di Berterico

Notte fonda.
Qualcuno bussa forte alla porta del villaggio ariano.
È il monaco Giovanni. C’è con lui un uomo ben piantato dallo sguardo buono, che porta sulle spalle un giovane completamente privo di sensi e con una brutta ferita sanguinante in testa.
«Presto, aiutateci!» grida il monaco.
Subito gli aprono la porta e invitano l’uomo che ha sulle spalle il giovane a portarlo in infermeria.
Arriva trafelato anche Berterico. «Cos’è successo?»
«I poveri della stradicciola quaggiù», racconta Giovanni, «stavolta l’hanno combinata grossa! Stavo andando da loro per distribuire il cibo, e sono capitato nel bel mezzo di una rissa. Sembravano tutti impazziti, stavano per uccidere questo ragazzo! Non so per quale benedizione del Cielo sono riuscito a fermarli in tempo. E grazie all’aiuto di questo generoso passante, sono riuscito a portarlo via, fino a qui».

*       *       *

Quando Anteo riapre gli occhi, davanti a lui c’è il volto di Schytilla.
Anteo sbatte gli occhi più volte. Ma dove si trova? Il volto dei suoi sogni proprio davanti a lui? Ma come è possibile?
«Sono… sono in paradiso?» domanda nel disorientamento più totale.
Schytilla gli passa un panno bagnato sul viso e sorride.
Gli sorride!
Anteo non ha mai nemmeno potuto immaginare un sorriso così bello!
Dal collo della ragazza pende ancora la collana di pietre viola che lui, quando ancora stava ad Alessandria, aveva preso da uno dei magazzini inaccessibili del Serapeo, e che poi le aveva regalato.
Dietro alla ragazza ci sono altre figure, in piedi, che lo stanno guardando. Hanno l’aria amichevole. Uno deve essere di certo un soldato, per la sua figura fiera e muscolosa, un altro sembra proprio un barbaro, vista la sua carnagione chiara e i suoi lunghi baffi biondi, e un terzo ha tutta l’aria di essere un monaco del deserto.
Forse quello non è il paradiso.
«Dove sono?».
L’uomo baffuto si china su di lui e gli dice: «Sei tra amici, non avere paura!»
In un lampo Anteo ricorda la sua lotta con i poveri.

«La mia arpa!» esclama agitato. E subito contrae il volto in una smorfia di disperazione. Il ricordo è molto chiaro. La sua arpa è andata in frantumi.
Gira allora subito la testa per cercare se intorno a sé ci sia almeno il suo prezioso codex. Ma un dolore lancinante alla testa lo blocca.
Riesce comunque a vedere la sua sacca, posata su una sedia accanto a lui. Affannosamente e incurante del dolore, si alza a mezzo busto e allunga la mano. La afferra. Il codex è ancora dentro la sacca. Lo estrae. È intatto. Meno male! E se lo stringe al petto
«Deve essere molto prezioso per te, questo codex» gli dice Berterico.
«Sì».
Anteo non sa con chi stia parlando, non sa dove sia capitato, non sa come mai il suo sogno fatto persona sia lì davanti a lui.
E si riaccascia sul letto. Ma quel movimento gli provoca una terribile fitta alla ferita.
Geme.
«Non devi agitarti» gli dice Schytilla.
La voce di Schytilla!
«Ti hanno dato una brutta botta in testa», continua, «avevamo paura che non ti saresti più ripreso».
«Chi mi ha salvato?» domanda Anteo.
Schytilla indica il monaco: «È stato lui, Giovanni, che andava a portare cibo a quei poveri. Dobbiamo ringraziare Dio per il rispetto che i poveri hanno di lui! Fosse stato un altro, non si sarebbero fermati».
Anteo guarda il monaco. Anche lui lo guarda, da sotto le sue folte sopracciglia, e il suo sguardo è penetrante, sembra leggergli nel cuore e portargli calore e comprensione.
«Chi sei, tu?» chiede Anteo.
«Uno che ti vuole bene».
«Come puoi volermi bene se non mi conosci?
«Io ti conosco, Anteo di Alessandria d’Egitto, ti conosco! Quando sono accorso per strapparti alla folla non sapevo ancora chi tu fossi. Ma poi ho visto la tua arpa distrutta, e ho capito subito!»
In un lampo Anteo passa in rassegna tutte le persone che possono aver parlato di lui a un monaco come quello. Ma la testa gli duole, e anche ragionare fa fatica. D’altra parte, pensa Anteo con un certo orgoglio, non sono poche le persone della città tra le quali la sua fama deve essere arrivata.
Ma la risposta di Giovanni lo riporta a una realtà più terra terra.
«Sono stati i miei amici Grato e Liviana, a parlarmi di te. E pensa che un giorno io ti ho anche veduto da lontano, mentre con la tua arpa correvi alla casa di Justina!»
«Ma tu, quando mi hai salvato, non mi avevi ancora riconosciuto…».
«Certo! Non ti ho salvato perché tu sei Anteo, il grande compositore di inni. Ti ho salvato perché prima di questo, tu sei un uomo, immagine di Dio. Ecco perché ti ho salvato».
Una risposta del genere confonde Anteo ancora di più.
«Ma voi chi siete? Dove sono?» domanda ancora una volta, quasi rabbioso per non aver avuto ancora una risposta esauriente.
Schytilla gli risponde con dolcezza: «Sei nella casa di Berterico, vescovo della comunità ariana di Roma. Rasserenati Anteo, perché qui tu sarai accolto e sarai curato!»
«Sono in paradiso, dunque!» esclama Anteo, perdendosi negli occhi verdi di Schytilla.

*       *       *

Viene l’alba, e inizia un nuovo giorno, per gli abitanti del villaggio. Per massima parte è gente che proviene dalla strada, e che Berterico, con l’aiuto dei suoi presbiteri e di alcune fedeli famiglie, raccoglie e cura. Ci sono uomini e donne di tutte le età e di tutte le razze. Ma quella che può sembrare un’accozzaglia di gente, nella casa di Berterico, si muove invece ordinatamente, sotto una precisa organizzazione. A ciascuno, infatti, i vescovo dagli occhi azzurri ha dato un preciso compito.
E così, sotto il sole nascente, c’è chi si avvia con la vanga in mano verso i campi e gli orti della villa, c’è chi accende il forno e impasta la farina per fare il pane, e c’è chi lavora nelle stanze adibite a sartoria, a infermeria, a magazzino delle provviste.

Verso l’ora sesta, prima che il sole tocchi il suo punto più altro in cielo, tutti si riuniscono nella sala della preghiera, dove Berterico svolge il rito sacro, spezzando il pane in memoria dell’ultima cena di Cristo.
Nonostante siano in pochi, fra tutta quella gente, quelli che credono in Cristo, quasi tutti partecipano alla funzione, perché è il punto di riferimento per l’intera comunità, che rimarca per ciascuno l’appartenenza alla «famiglia», come la chiama Berterico.
Come in tutte le famiglie, ovviamente, è sempre latente il rischio di disordini e intemperanze, per il riaffiorare dell’eterna lotta per la prevaricazione. Ognuna di quelle persone d’altra parte, ha un vissuto di stenti, umiliazioni e fame. E così la legge di quella casa, che è curarsi l’uno dell’altro, più di una volta viene infranta. Per questo Berterico ha organizzato un singolare servizio d’ordine, affidato a persone scelte fra quelle non solo più muscolose, ma anche più capaci di comprendere le ragioni dei dissidi e invitare alla ripresa delle ordinate attività della casa.

Dopo la funzione è il momento del pranzo, consumato in piedi in una grande aula, per tornare presto a concludere le occupazioni del giorno.

E al calar del sole, tutti si riuniscono nuovamente nella grande aula, ma stavolta seduti su scranni, riuniti a piccoli gruppi attorno a tavoli rotondi dove si mangia senza fretta, e ci si racconta della giornata e di quello che si ha in cuore.

Ed ecco, quella sera, a cena, c’è anche il monaco Giovanni.
Infatti, dopo aver portato Anteo nel villaggio, Giovanni era dovuto tornare in città per le sue occupazioni della giornata che iniziava. Ma al calar del sole è tornato, per vedere come sta il ragazzo.
È seduto a un tavolo con il suo amico Berterico, con i due giovani che  giorni prima lui stesso ha guidato fino alla porta di quella casa, Rufo e Schytilla… e con Anteo, che anche se malmesso, ha voluto per forza alzarsi ed essere presente alla cena.

«Ho sonnecchiato tutto il giorno» dice il giovane passando una mano sulla fasciatura che gli avvolge la testa, «ma stasera non sarei proprio riuscito a rimanere a  letto. La ferita in fondo è solo una brutta botta in testa. Fa male, ma sento che passerà presto».
Il monaco Giovanni abbozza un sorriso. È un sorriso un po’ sornione, che tradisce quasi un sospetto. Non gli è sfuggito, infatti, l’interesse di Anteo per Schytilla.
«Mi è giunta voce, Anteo» gli dice, «che recentemente stai componendo dei meravigliosi inni a Cristo».
«Davvero questo ragazzo compone inni a Cristo?» interloquisce Berterico. «Bravo, ragazzo! Questa è l’unica cosa buona che può fare un cantore!»
«Ma tu, vecchio barbaro che conosci poco il mondo», ribatte affettuosamente Giovanni lanciando un’occhiataccia complice al suo amico, «lo sai chi è questo ragazzo? È nientemeno che il figlio del sacerdote di Serapide di Alessandria d’Egitto!»
La rivelazione suscita un brusio di stupore e ammirazione.
«Chissà che dolore deve aver provato tuo padre», continua Giovanni con bonaria provocazione, «quando ha saputo che i tuoi canti ora sono rivolti a un altro dio!»
«Mi ha scritto una lettera», ammette Anteo, «in cui mi ha proibito di continuare, pena il ripudio come figlio».
«E tu?»
«Ho continuato, ovviamente!» risponde Anteo, con l’atteggiamento un po’ arrogante dell’adolescente che vuole affermare la propria indipendenza.
«Ecco allora perché il tuo protettore», riprende il monaco Giovanni, «il clarissimo Simmaco, ha deciso di non proteggerti più…»
«Purtroppo è così, mi ha cacciato via dalla sua casa. Per questo vagavo per la città. Finché non sono capitato tra quella gente...»Gli occhi del giovane diventano rossi e umidi. «Ora la mia preziosissima arpa  non esiste più!», dice con voce roca. E giù lacrime
«Non piangere, Anteo!» risuona una voce gentile.
Schytilla.
È fuori luogo che una schiava, già ammessa a un tavolo, osi pure entrare nella conversazione. Però Giovanni e Berterico si mostrano compiaciuti della libertà che si è presa la ragazza. È evidente infatti il suo intento materno, di chi vuole consolare.
«La tua arte è in te», continua Schytilla sorridendo, «non nell’arpa»
Queste parole hanno il potere di illuminare il volto del giovane. In quel momento non è più la nobile irraggiungibile Justina a guardarlo come cantore che affascina, ma proprio la ragazza che gli ha preso il cuore, il mistero che siede a tavola con lui.
«Cercherò una nuova arpa» risponde con occhi imbambolati completamente persi negli occhi di lei.
Ma è un attimo. Anteo si fa forza, reagisce a quell’incanto che lo rapisce, e tenta un’iniziativa. «Voi sapete tutto di me» dice rivolto ai commensali. «Ma voi? Vi prego, raccontatemi qualcosa di voi!»
L’interesse di Anteo è chiaro, vuole sapere di Schytilla, ma ritiene prudente arrivarci per gradi, con un atteggiamento di cordialità diffusa.
Berterico si dimena sullo scranno, si alliscia il nastro che porta in testa, e risponde: «Per quanto riguarda me, non sono che un prete di strada, anche se qualcuno si ostina a chiamarmi ‘vescovo’. Vescovo ariano però, si intende! Perché qui a Roma il vescovo ufficiale è uno solo, papa Siricio, e io non oso certo fargli concorrenza». Poi si rivolge con affetto ad Giovanni. «E questo qui è il mio amico Giovanni. Ci siamo conosciuti per strada, mentre portavamo aiuti ai poveri».
«Un monaco cattolico», dice Rufo rivolgendosi ai due con un’espressione indagatrice, «alla stessa tavola di un vescovo ariano? Ma come è possibile?»
«E possibile perché abbiamo parecchie cose in comune, noi due» risponde il barbaro dagli occhi azzurri lanciando uno sguardo di intesa al suo amico.
«Un’amicizia come la vostra», dice Rufo come a voler aprire gli occhi a dei bambini ingenui, «è una provocazione. La lotta tra cattolici e ariani infuria senza tregua, e voi vi permettete di sedere alla stessa tavola? Ma in che mondo vivete? E soprattutto tu, Giovanni, non temi le ire del tuo papa? Se mai lo sapesse…»
Ma si interrompe, perché in quello stesso momento si avvicina al tavolo una bella ragazza con una brocca in mano. Ha movenze armoniose, il viso grazioso e pieno di nei. Da quando il giovane egiziano dai riccioli biondi è entrato nella sala della cena, non gli ha staccato gli occhi di dosso un momento, come d’altronde hanno fatto tutte le altre ragazze. Ma di tutte, solo lei è riuscita a trovare il coraggio e una scusa per avvicinarsi!
«Un po’ di vino e miele?» chiede premurosamente.
«Vieni, Clelia» dice Berterico, «ti presento i nostri nuovi amici».
Era quello che la ragazza voleva.
Quando arriva il turno di Anteo, cerca con tutte le forze di farsi venire urgentemente in mente qualche cosa per farsi notare. E così gli chiede: «Come mai, tu che sei egiziano, hai la testa bionda?»
«Mia madre era greca, di Tessalonica» risponde Anteo.
«Perché dici ‘era’?»
«Perché purtroppo non l’ho mai potuta conoscere. È morta dandomi alla luce».
«Ohhh» fa Clelia dispiaciuta
Anteo, di rimando, le chiede: «E tu, che fai?»
«Lavoro nelle cucine, e ti conviene trattarmi bene, se vuoi avere i bocconi più buoni!» risponde con un sorriso simpaticamente indisponente.
«Già, è vero», esclama ammirato Anteo, «qui, tutti hanno un compito».
«Proprio così» risponde vezzosa Clelia. E, cambiando repentinamente atteggiamento, non dice altro. Mesce in silenzio un po’ di nettare per ciascuno e se ne va, con il chiaro intento di incuriosire Anteo.

§ 30. Palazzo del Laterano

«Il consigliere Dafnio mi manda a dirti che tra un attimo sarà da te» sussurra con fare ossequioso un servo.
L’uomo incappucciato emette un grugnito di assenso. Poi alza oziosamente il suo volto, rossiccio e con il naso rotto, verso la volta della sala d’attesa, riccamente decorata di grandi nuovi mosaici. A quanto pare i locali del Laterano diventano ogni giorno più sontuosi!
Ed ecco il consigliere. È vestito elegantemente e il suo portamento è ritto e altero, quasi sfrontato, come quello dei ragazzoni che circolano per la città cercando templi e tempietti pagani da abbattere.
«Amico Volcacio!» esclama tendendo il braccio.
«Diacono Dafnio» ricambia l’altro nella reciproca stretta.
«Questa conversazione deve rimanere segreta, mi raccomando!»
«Hai la mia parola» risponde Volcacio.
«Ti ho fatto chiamare perché conosco il tuo ardore nel contrastare tutto ciò che insidia la nostra santa religione» dice il consigliere.
«Vedo che mi conosci bene, e sono onorato che il mio zelo sia apprezzato da te!»
«Questi sono tempi difficili, caro Volcacio, e il papa spesso si trova a dover fronteggiare problemi più grandi di lui. Da ogni parte del mondo infatti spuntano nemici del puro credo niceno».
«Ma il papa ha validi consiglieri, e tu sei il più grande».
Il diacono Dafnio sospira.
«Purtroppo, dal posto che occupo, posso solo vedere, e lo dico con le lacrime agli occhi, che il soglio di Pietro è nelle mani di un uomo che maschera le sue manchevolezze sotto il nome di misericordia!»
«Mi meraviglia, quello che dici! È voce comune, invece, che il pontefice sia un uomo pieno di vigore, che sta affermando come nessuno prima di lui l’autorità del vescovo di Roma su tutti gli altri vescovi dell’impero!»
«È una forza di facciata», rivela Dafnio. «Io che gli sto vicino, ho potuto constatare che il suo cuore invece è debole!»
«In ben altre mani, questo sacro soglio dovrebbe essere! Le tue, Dafnio, sarebbero quelle giuste!»
«Per ora non è così. Ma con l’aiuto tuo, e di uomini come te, le cose potranno cambiare».
«Tu sai di poter contare su di me per qualunque impresa. Posso disporre di uomini, reclutati con denaro e lusinghe, che sono pronti a tutto. Tu parla, e non ci sarà azione che io non possa compiere».
«… per la gloria di nostra romana chiesa» si affretta a precisare il consigliere. «In questo momento, caro irruento amico mio», riprende, «il pericolo non è fuori dalla nostra santa chiesa, ma dentro. I nemici più perversi, purtroppo, allignano proprio in mezzo a noi. Sono scaltri, si fingono nostri simili, ma poi instillano, nelle menti semplici del popolo, il perverso veleno della tolleranza indiscriminata nei confronti di tutti, anche di coloro che non si sottomettono all’autorità del papa e del puro credo niceno. Questi traditori vanno scovati e annientati, anche se possono contare su grandi protettori, anche se hanno dalla loro il più grande dei protettori, anzi, la più grande delle protettrici».
Volcacio cerca di capire a chi voglia alludere il diacono. Poi un lampo nei suoi occhi. «Ma tu alludi al confessore di Giulia Candida, la...»Volcacio non osa andare avanti.
«Sì» continua Dafnio «hai capito bene. Sto parlando del monaco Giovanni, il confessore di Giulia Candida, l’umile, schiva, e pia sorella di papa Siricio. Quel monaco è un intruso, nel nostro mondo. Non so perché non se ne è restato in Terra Santa al chiuso del suo eremo, per venire invece qui a ostentare amicizia con gli ariani! Uno scandalo del genere è intollerabile. Se lasciamo che gente come lui, che strizza l’occhio a Satana, continui nel contempo a guidare anime come quella di Giulia Candida, presto la confusione sconvolgerà i cuori e le menti dei fedeli!»
«Capisco, io gli darò una lezione esemplare, che non dimenticherà».
«Non ti sto dicendo questo», mente Dafnio, «ma trova il modo di scoraggiare chiunque, come lui, tenti di stringere amicizia con gli eretici».
«Ma… papa Siricio non condannerà una tale impresa?»
«Certamente papa Siricio non potrà benedire pubblicamente un’azione violenta. Ma nel profondo comprenderà la necessità di una simile impresa. E si ritroverà accanto il consigliere giusto, che gli metterà in luce il lodevole fervore di colui che avrà compiuto un tale meritorio gesto. E, in segreto, ti premierà».
«Dovrò agire con molta scaltrezza!»
«Quella non ti manca, è per questo che ho chiamato te».
«Ti ringrazio di avermi scelto, consigliere Dafnio».
«Ora va’, e torna da me con belle notizie» .

 

§ 31. Villaggio ariano di Berterico

Anteo assaggia il nettare di vino e miele versato da Clelia.
È molto gradevole.
Ma non si mette a fare apprezzamenti su quello che ha bevuto, per non rallentare la conversazione che sta pian piano arrivando a Schytilla. Sa bene comunque che, prima di chiedere alla ragazza, deve rivolgersi all’uomo che sta con lei.
«E tu?» chiede a Rufo. «Qual è la tua storia?»
Rufo tace.
Anteo deglutisce.
Ma la risposta, per fortuna, non tarda ad arrivare. Anche se non è una vera e propria risposta.
«Io non ho storia» dice Rufo.
«Come?»
«La mia storia passata non c’è più. Finita. Morta. Sepolta. La mia storia sta ricominciando ora».
Berterico sorride. È proprio quello che desiderava sentir dire. Perché ‘ricominciare’ è la parola chiave di tutta la sua predicazione. Non importa quello che sei stato, gli errori che ti hanno fatto inciampare. Che prima o poi si cada è previsto, fa parte del gioco della vita. Quello che fa la differenza è ricominciare sempre, come una specie di Battesimo che purifica e che si perpetua ogni volta che ci si rialza.
Segue un silenzio un po’ impacciato, in cui tutti evitano di guardarsi in faccia. È evidente che ora toccherebbe a Schytilla, ma fissare gli occhi su di lei sarebbe un invito, una pressione.
Ma ci pensa lei stessa, a spezzare quel momento di sospensione.
«Io sono stata comprata da Rufo al mercato degli schiavi!» dice tutto d’un fiato.
«E la tua storia?» incalza Anteo.
Schytilla sente su di sé lo sguardo del suo padrone. Abbassa gli occhi e dice «Anche io non ho storia. Sono giunta qui, e ora per me tutto quello che è stato non esiste più».
Di fronte a tanta riservatezza, nessuno osa più dire una parola.
Anteo è deluso. Il mistero di quella ragazza rimane tale.
Ma ecco la voce di Berterico, che, insofferente del silenzio che si è creato, interviene con il suo rozzo latino. «Vi sarete accorti» dice, «che in questa casa a ciascuno è affidato un compito. Penso che sarete contenti se ne assegnerò uno anche a voi!»
Quelle parole per i tre giovani sono come un abbraccio d’affetto, come l’accoglienza ufficiale in quella casa. Sono le porte che si aprono a chi non sa dove andare e ora sa di potersi trattenere almeno per un po’. Nessuno di loro osa fiatare, ma i loro occhi fissi su Berterico, pieni di gratitudine e disponibilità, parlano chiaro.
«Allora vi aspetto tutti e tre domattina all’ora prima in questa stessa aula».

*       *       *

Rufo torna nel suo alloggio. Ora che è tornato in piena salute, sa che dovrà lasciarlo libero, e sistemarsi in una delle camerate degli uomini. Anche Schytilla dovrà andare in una camerata di donne.
Quella è l’ultima notte che lui e la sua schiava possono stare ancora insieme.
Appena entrati nella stanza, Schytilla si raggomitola sulla stuoia posata a terra.
Ma stavolta Rufo si sente a disagio. Non è la prima volta che ha avuto degli schiavi, ma quando ha comprato Schytilla, non lo ha fatto per avere una serva. Ha voluto illudersi di prendere per sé addirittura la bellezza. Ma sa bene che la bellezza non è una cosa che si può possedere. Se mai è il contrario.
«Basta con la stuoia, siedi qui, sul letto!» dice alla ragazza.
«Sto bene anche a terra, sono abituata» risponde lei, con un lieve sorriso di gratitudine e, allo stesso tempo, di ritrosia.
«Allora mi siedo io, accanto a te» dice Rufo. E le si affianca sulla stuoia.
Schytilla non può allontanarlo, Rufo è il suo padrone. Può disporre di lei come vuole.
Pur tuttavia la tratta con riguardo.
Rufo la guarda in volto. Dopo tutti gli eventi che si sono succeduti senza tregua, è la prima volta che può finalmente perdersi in quel volto dai lineamenti impossibili. Schytilla è cosa sua, ma sa che questo non significa nulla. C’è qualcosa, dietro a quel volto, che nessuna ricchezza può comprare.
«Sei stanca?» le chiede.
Schytilla  non sa cosa rispondere. Nessuno le si è mai rivolto con tanta dolcezza.
«Io sto bene, mio signore».
«Non ti ho ancora ringraziato per tutto quello che hai fatto per me, dal momento in cui Volcacio mi ha avvelenato!»
«Non è stata la prima volta che mi sono trovata a dover sopravvivere, e far sopravvivere!»
«Devi avere molto sofferto».
«Sì, mio signore».
Rufo tace, guarda in alto e sospira.
A Schytilla, quell’uomo dal piglio di soldato terribile, in quel momento sembra solo un caro ragazzone, scampato a fatica da un mondo di crudeltà dove solo con altrettanta crudeltà ha potuto sopravvivere, un ragazzone di un’impossibile ingenuità, che senza pensare e senza rendersi conto di quello che faceva, solo per averla vista un istante, non ha esitato a dar via tutto quello che aveva.
«Posso farti una domanda, mio signore?» sussurra.
«Certo».
«Perché, per avere me, tu hai dato via tutti i tuoi averi?»
«Io ho dato via molto di più», rilancia Rufo.
«Molto di più?» chiede lei, meravigliata di una simile risposta.
Rufo non sa se dirle davvero tutta la verità. Specialmente quando ci sono dei particolari infamanti, che mettono a nudo tutta la sua fragilità e la follia della sua impulsività. Ma la ragazza che lo ha folgorato è lì, accanto a lui, accogliente, amica, grata, pronta a qualsiasi rivelazione. Non ha senso tenere dei segreti per lei.
«Per te, Schytilla, ho dato via la mia anima!» confessa Rufo.
«La tua anima? Cosa vuoi dire?»
«La spada, Schytilla, ho rinunciato alla spada».
«Era quella, la tua anima?»
«Era la mia anima, sì, ed era anche il mio onore. Era la spada di Magno Maximo, il mio imperatore, la spada con cui...»Rufo si copre la faccia con le mani. Poi riprende «Quando, ad Aquileia perdemmo ogni speranza, e fu chiaro che Teodosio ci aveva sopraffatto, l’imperatore Maximo, sapendo che sarebbe stato ucciso, mi chiamò e mi consegnò la sua spada, una spada preziosa, forgiata nelle fucine della Britannia, leggera e tagliente!»
«Un dono?»
«No, una missione. Quella di uccidere, un giorno, con quella stessa spada, Teodosio!»
Schytilla rabbrividisce.
«È questa allora la vera ragione per cui tu hai lasciato le campagne intorno a Milano e sei tornato a Roma! Perché Teodosio era qui, vero?»
«Sì, è stato per questo. Per vendicare Maximo, il mio imperatore. A Roma avrei potuto avvicinarlo con più facilità. E avevo giurato a me stesso che avrei messo nella mia borsa una ciocca dei capelli di Teodosio!»
Schytilla è spaventata. È la schiava di un assassino.
Ma subito si rincuora pensando che per lei, quell’assassino, ha rinunciato a uccidere. E, titubante, azzarda a chiedergli: «Come porterai ora a termine la tua missione?»
«Non lo so» ammette scoraggiato Rufo. «Non so più quale sia la mia missione, adesso, non capisco più niente. Per te ho rinunciato a quella spada, per te sono in questo luogo dove c’è un nuovo modo di vivere, per te nel mio cuore si è insinuata l’idea di poter ricominciare… Ora non so più davvero quale sia la cosa giusta da fare. Ma cosa hai fatto di me, Schytilla, ragazza delle steppe?»
I due rimangono in silenzio per molto tempo.
Schytilla non osa fiatare. Sente però che, di un uomo così, lei non può essere solo una serva. È bene onorare il suo padrone, e dargli qualcosa di sé, donargli qualcosa dei suoi pensieri.
«Padrone, voglio dirti una cosa di me».
«Sì».
» Quel giovane, quell’Anteo, io lo conoscevo già».
«Come è possibile?»
«Quando ancora tu eri sotto l’effetto del veleno, lui era alla porta di una casa nobile, intento a distribuire ai poveri gli avanzi di un banchetto. E mi ha dato del cibo».
«E lui, adesso, ti ha riconosciuta?»
«Sono sicura di sì, anche se non ce lo siamo detto».
Una smorfia su viso di Rufo tradisce la sua gelosia.
«È lui, che mi ha donato la collana che porto al collo!» confessa Schytilla toccandosi il monile.
«Cosa ha voluto in cambio?»
«Nulla» risponde Schytilla. «Io ero molto impaurita, quando mi ha messo la collana al collo. Ma ho letto l’innocenza nei suoi occhi. E poi ho pensato che poteva valere qualcosa, e noi non avevamo nulla. Ecco perché l’ho accettata».
«È molto strano che qualcuno faccia un dono senza chiedere niente in cambio».
«Sì, è strano. Ma è stato così. Perché lo abbia fatto, io non lo so».
«Lo so io!» dice Rufo comprimendo le mascelle.
«Padrone, non ti dispiacere. Domani stesso renderò ad Anteo la sua collana!»
«No, non voglio che tu lo faccia, riesumeresti una questione che è meglio lasciar cadere. E si solleverebbero contrasti, forti contrasti. Tu invece continua a fingere di non riconoscerlo!»
«Sei saggio, mio signore. Penso anche io che per rispetto a Berterico e a come lui vuole che ci rapportiamo tra tutti noi, è meglio fare finta di niente».
Rufo ha cambiato umore. Fa per alzarsi, ma Schytilla lo trattiene. «Stai ancora un momento seduto accanto a me».
«Perché?»
«Perché tu sei Rufo, il mio padrone, colui che mi ha portata via a Volcacio».
Rufo la guarda, e nuovamente si sente rapito da quel viso e da quegli occhi verdi.
«Tu mi hai visto senza forze», dice con un pizzico di vanagloria, «ma io sono un guerriero, che sa come combattere, come vincere, e come proteggerti».
«Lo so!» sussurra lei avvicinando il viso al suo.
Rufo sente il cuore battere. Una sensazione che aveva dimenticato, di quando era adolescente. E ora riaffiora prepotente.
Carezza Schytilla su una guancia. Poi la avvicina a sé.
Schytilla sussurra: «Il mio padrone sei tu, e nessun altro!»
E chiude gli occhi, docile.
.
*       *       *

Il sole del nuovo giorno spunta, e colora tutto di vita.
Raggi splendenti dipingono d’oro le case e i giardini della città.
E inondano di luce gli alberi del Gianicolo.
Il villaggio si desta, e le attività ricominciano.
Berterico accoglie con un largo sorriso i tre nuovi venuti.
Si alliscia i baffi e dice: «Questa notte ho molto pregato. Ho pregato per voi, e ho pregato anche per me, per avere la giusta luce sugli incarichi che oggi vi avrei affidato. Tu, Schytilla, aiuterai Clelia e le altre nei lavori della mensa». Schytilla sorride. «Per questo compito», soggiunge in tono paterno, «non occorre solo faticare, occorre anche dare spazio alla propria attenzione, cura e creatività. Sei d’accordo?»
«Sono molto contenta, vescovo, grazie» risponde la ragazza, inchinandosi.
«Invece per te, Rufo, il posto più adatto penso che sia far parte del servizio di sicurezza. Lì occorrono uomini forti e decisi, doti che certamente non ti mancano».
«Onorerò il compito che mi hai assegnato» risponde Rufo con un tono che ricorda la devozione del soldato verso il suo centurione.
«Invece per te, Anteo, ho pensato un compito un po’ speciale, che sono sicuro non ti dispiacerà. Qui, tra i tanti oggetti che Pacato ha lasciato sparsi per casa, mi sembra di aver visto una cetra. Certamente non ha nulla a che vedere con l’arpa preziosa che avevi e che, purtroppo, è andata distrutta. Ma tu hai la musica nelle tue vene, e sono certo che, prima o poi, saprai utilizzarla al meglio. E così riprenderai a comporre inni a Cristo, e ne farai di sempre più belli. Raccoglierai intorno a te, tra gli amici di questa casa, un coro che ti faccia corona nel canto, e con loro renderai più vive e più belle le nostre celebrazione dell’ora terza».
Anteo quasi non crede a quello che ha udito. Fare musica, far cantare, continuare a comporre inni…! È l’unica cosa che lui sa veramente fare, e che lo riempie sempre di gioia.
«Ed ora andate» li congeda Berterico con dolce, ma ferma, autorità. «I vostri nuovi impegni vi aspettano. Chiedete agli amici di questa casa che già lavorano nei diversi settori, di aiutarvi per quello che dovrete fare, e siate sempre umili e pronti ad imparare!»
I giovani, animati dalla novità, si avviano verso l’uscio.
Anteo però a un certo momento si ferma. Sembra esitante. Si volta e dice: «Vescovo Berterico, ti devo confidare un segreto».
«Dimmi pure, ragazzo» risponde Berterico con tono accogliente. «Però accompagnami fuori, devo annaffiare i vasi».
Anteo segue l’omone dagli occhi azzurri fino a un muretto dal quale si può contemplare l’Urbe in tutta la sua grandezza. È una vista meravigliosa, giardini, cupole, guglie, tetti di bronzo. E statue, tante statue.
Berterico, con un secchio, prende a versare acqua nei vasi di fiori allineati lungo il muretto.
«Si tratta del mio codex» dice Anteo.
«Il tuo codex? Ah, ho capito a cosa ti riferisci. Mi sono accorto che tieni moltissimo a quell’oggetto!»
«Sì, vescovo. Esso contiene tesori inestimabili!»
«Cioè?»
«Ti spiego. Negli ultimi anni che ho passato ad Alessandria, non ho fatto altro che scartabellare gli inestimabili e rari documenti della biblioteca del Serapeo. Sono tanti, e provengono dai posti e dai tempi più remoti».
«Hai avuto una possibilità inaudita, Anteo! Chissà quanti avrebbero desiderato di poter fare quello che hai fatto tu. So che l’accesso alla biblioteca di Alessandria è riservato solo a pochi eletti. Beh, però, capisco, tu eri il figlio del gran sacerdote!»
«Sì, ero un privilegiato. E penso anche di essere stato un po’ maniaco. Infatti, via via che trovavo cantiche, o tecniche, o conoscenze dimenticate, io le appuntavo tutte diligentemente sul mio codex. Ora comprenderai perché lo porto sempre appresso e ci tengo tanto. Lì ho raccolto segreti preziosissimi, molti dei quali sono quelli che mi permettono di comporre canti che nessun altro sa comporre».
«Ah, si?»
«Ma al di là delle tecniche musicali», continua Anteo impaziente di arrivare al dunque, «quello che ha catturato la mia mente e il mio cuore è un poema, l’epopea di Dorq, un mitico eroe vissuto agli albori del genere umano».
«E perché questa epopea ti ha catturato?»
«Perché riporta una domanda. È la domanda di Imoth, figlio di Dorq. Lui non era un guerriero come il padre, Imoth era un giovane artista, che con le sue opere riusciva a carpire qualcosa della bellezza stessa, e attraverso di essa penetrare nel cuore degli uomini e dire «io esisto». Ebbene, sopraggiunge un diluvio che inghiotte il mondo e tutte le sue opere, e allora Imoth si dispera e grida «Dove sono ora tutte le mie opere? E cosa ne è del mondo, che deve custodire per sempre il mio nome?» E infine rivolge al padre la domanda più straziante «Padre, dove poggerò allora il mio nome, sicché non perisca?».
«Mmmhhh» fa Berterico prendendosi il mento. «Molto interessante. E il padre che gli risponde?»
«Purtroppo nessuno lo potrà mai sapere, perché il papiro si interrompe qui! E da allora, questa domanda, che è anche la mia, mi tormenta».
«Comprendo. Infatti anche tu, come questo Imoth, sei un artista».
«È proprio così, vescovo. Quando compongo i miei inni, provo la gioia indicibile di generare bellezza. Ma la storia di Imoth parla chiaro: tutto ciò che un artista può generare è  effimero, come è effimera la vita. Basta infatti una guerra, una carestia, una epidemia, o anche solo il tempo, e l’oblio degli uomini, perché delle mie opere, e del mio spirito che in esse alberga, si perda la memoria».
«Nessuno ha mai provato a darti una risposta?»
Anteo si gratta la testa. Con delicatezza perché è ancora bendata.
«Mio padre. Lui ha provato a darmi una risposta! Mi ha detto che i miei inni a Serapide non sarebbero periti, perché innalzati a colui che non perisce. Nel sempiterno dio Serapide infatti, essi avrebbero partecipato della sua stessa immortalità, e in essi anche io sarei divenuto immortale.«
Berterico storce la bocca sotto i suoi grandi baffi biondi. «Questa risposta di tuo padre, ti ha placato?»
Anteo non sa cosa rispondere. Qualcosa in lui lo trattiene dal dire la verità., per un residuo senso di rispetto verso suo padre, verso i suoi insegnamenti, verso la sua vita… Ma sente di doversi mettere a nudo, davanti a quell’uomo che ha tutta l’aria di volerlo aiutare sul serio.
«No», ammette infine.
«Perché?»
«Perché nel tempio di Alessandria ho visto un grande affanno, da parte di mio padre e dei suoi sacerdoti, per catturare la fede della gente nel dio Serapide. Tante parole, gesti, traffici… e anche trucchi, che mi hanno fatto pensare che questo dio...»
«Continua» lo incoraggia Berterico.
«Ho pensato che Serapide non è che un’invenzione di mio padre per accumulare ricchezze!»
«Beh, questo non puoi dirlo. C’è una lunga tradizione su Serapide da molto prima che tuo padre…»
«E cosa cambia? Se non lo ha inventato lui, vuol dire che l’ha inventato qualcun altro!»
Berterico ha finito di annaffiare i fiori, e si erge in piedi, drizzandosi la schiena. Fissa Anteo negli occhi. «Allora è questa, la vera ragione per cui… non hai esitato ad abbandonare il dio della tua giovinezza e a comporre inni a Cristo?»
«Sì. Ma aver cambiato il dio dei miei inni, non ha cambiato le cose. E soprattutto, non dà alcuna risposta alla domanda».
A queste parole Berterico rimane male. Sentire Anteo che mette sullo stesso piano Cristo e Serapide non gli piace proprio. Specie per tutta la vita che lui ha speso e spende continuamente per annunciare Cristo.
Ma vuole aiutare quel ragazzo. E lo invita a  rientrare a casa con lui.
«Io penso», gli dice, «che questo Imoth si è posto una domanda molto profonda. Non è certo nell’arte, e nemmeno in inni sublimi come quelli che cerchi sempre di fare tu, che si può afferrare l’immortalità. Anche la fama dopo la morte è una cosa molto breve ed eterea. E stai pur certo che anche di Teodosio, che ora è il signore del mondo, prima o poi si perderà memoria».
«E allora?»
«E allora, tutto porta a una sola, scarna, chiarissima conclusione. Sforzarsi per costruire la propria immortalità in questa vita effimera è tempo perso».
«Mi stai dicendo che non c’è risposta alla domanda?»
«Non dico questo…»
Il volto del giovane si illumina.
«Ma sarà la vita, a darti la risposta», riprende il vescovo dagli occhi azzurri, «solo la vita, Anteo. E allora, questa vita che hai per le mani, vivila intensamente, vivila nell’amore. Intanto cerca di svolgere bene il compito che ti ho assegnato. Fallo con cura, componi cose belle per far contenti coloro che ascolteranno. Poi, come ti ho detto, riunisci un coro. Curati di ciascuno facendo a lui quello che vorresti fosse fatto a te. Prova a fare così, e vedrai che qualcosa si smuoverà in te, e scenderà qualche luce sulla risposta che cerchi».
«Farò come tu dici!»
«E poi, Anteo, se nel tuo codex è racchiuso un tesoro, come dici, non lo tenere stretto, tutto solo per te. Condividilo con gli altri, facci conoscere le tue scoperte. Così non ci saranno segreti tra noi, e la famiglia sarà più unita!»
«Non chiedo di meglio».
«Allora mettiti d’accordo con Zelia, quella donna bassa con le lentiggini, che si mostra sempre allegra. Lei ha il compito di occuparsi dei momenti di festa e delle nostre riunioni. Ogni tanto, per esempio, potresti leggerci qualcosa del tuo codex, e sarebbe per noi tutti qualcosa di nuovo e interessante. Ti sembra?»
«Sì, potrei intanto subito far conoscere l’epopea di Dorq«
«Mi sembra davvero una buona scelta, per iniziare!»

*       *       *

Un grido. Proviene dal frutteto, in fondo.
Tutti accorrono. Un uomo è caduto dalla scala.
Non reagisce più.
Lo trasportano in infermeria.
Berterico manda a chiamare subito un medico.
Dopo un po’, eccolo che arriva, trafelato, alla porta del villaggio.
Corre a visitare l’uomo.
L’uomo è insensibile a qualunque sollecitazione. I suoi occhi sono vuoti. Anche il respiro si fa sempre più tenue. Deve essersi rotto l’osso del collo. Il medico si alza, tutto sudato, si volta verso Berterico e scuote triste la testa.
Vedendo quel gesto, una donna e una bambina gridano, scoppiano in lacrime e corrono da Berterico. L’omone dagli occhi azzurri allarga le braccia per stringere a sé quelle due creature disperate.
Rufo contempla la scena. Quel personaggio gigantesco, ritto in piedi, che accarezza il capo di quelle poverette che cercano conforto sul suo petto, e che leva gli occhi in alto, al cielo, in una preghiera muta che raccoglie tutti i dolori del mondo, che ora sono suoi… quel presbitero che consola, che è il riferimento dei deboli, degli afflitti, dei perseguitati, degli affamati… in quel momento gli appare di una virilità indescrivibile. Quello, sì, è un uomo. I guerrieri tra i quali lui ha vissuto, per quanti sforzi possano fare per circondarsi di gloria, non raggiungeranno mai la forza e la bellezza che si sprigiona da Berterico in quel momento.

Il respiro di Schytilla.
È lì, vicino a lui.
Rufo le poggia un braccio sulla spalla e la stringe a sé.
La ragazza sente il cuore del suo padrone battere forte. E volge anche lei lo sguardo verso Berterico.
Intuisce.
E vive la sua stessa emozione.

§ 32. Orti Aventini

Giovanni sta attraversando gli orti dell'Aventino.
Ha appena lasciato Marcella, una matrona che anni addietro, sotto la guida spirituale di un gigante del credo niceno, Girolamo, ha fondato, in casa sua, una bella comunità femminile. Sono donne molto pie, che portano la testa sempre coperta da un velo, e che si fanno chiamare monache. È principalmente per la cura di quelle anime che Girolamo, dal deserto, ha voluto mandare in città Giovanni, il suo monaco più stimato.

Quand’ecco, si parano davanti a Giovanni dei cavalieri con il volto bendato da sciarpe nere.
Giovanni sente un brivido per tutto il corpo. Capisce al volo che intenzioni abbiano costoro.
«Monaco Giovanni!» chiama una voce gracchiante e severa, col tono del giudice che sta emettendo una sentenza. «La tua predicazione e le tue opere puzzano di eresia! È ora che questa città sia liberata da tanto obbrobrio!»
«Chi siete, che volete da me?» chiede spaventato Giovanni, mentre i cavalieri si avvicinano a lui accerchiandolo.
La scena viene vista da alcuni passanti, che però si guardano bene dall’intervenire in difesa del monaco.
«Noi siamo gli angeli della giustizia!» rispondono i cavalieri. E subito cominciano tutti insieme a urlare insulti contro Giovanni, con una cattiveria tale da scuotere fin nel profondo.
«Il tuo fetore è insopportabile».
«Tu infanghi Roma!»
«Tu confondi le anime, non sei degno di calpestare questo suolo santo».
«Tornatene tra i cammelli della tua sporca Giudea, e impara cosa sia il silenzio».
«Vile! tu non hai il coraggio di ammonire i peccatori».
«Ti fa comodo mangiare alla stessa mensa degli ariani, eh?»
«Il popolo di Dio deve sapere chi tu sei veramente, e ha bisogno di un segno!»
La morsa attorno a Giovanni si fa più stretta e soffocante. Impossibile per lui trovare una via d’uscita, è in completa balia dei suoi aggressori.
I cavalieri ridono, giocando a non farselo scappare.
«Ma dove vuoi andare? Vuoi forse evitare la tua punizione?»
«Lasciatemi!» grida Giovanni.
«Cosa? Hai paura? Il grande monaco Giovanni, l’erede di Girolamo, colui che guida i cuori delle matrone più pie e più ricche di Roma, ora grida di paura?»
«Lo vedi che sei un vigliacco?»
«Ma stai tranquillo, nessuno di noi metterà una mano su di te» dice la voce gracchiante e severa del capobanda. Ma questa non è una rassicurazione. È un preciso segnale.
Gli uomini mascherati, ridendo come dèmoni, si mettono a fare a gara per vedere chi tra di loro, con il cavallo, riesce ad urtare più violentemente il povero monaco.
Sballottato di qua e di là, alla fine Giovanni cade a terra, e viene calpestato dagli zoccoli delle bestie, che gli schiacciano il petto.
Giovanni fa per gridare dal dolore. Ma non può. Anche il grido è dolore insopportabile. Non riesce nemmeno a respirare. Si sente morire.
Il cavaliere che comanda gli altri, si sporge dal cavallo per guardarlo come si guarda un insetto spappolato. «I nostri cavalli ti hanno fatto male, monaco repellente?» gli dice «Tu continua a convivere con l’errore, e stai certo che noi ti uccideremo!»
I cavalieri se ne vanno lasciando il monaco ad annaspare in un letto di sangue.

§ 33. Villaggio di Berterico

È sera. Nell’aula della cena, tra gli abitanti del villaggio comincia a serpeggiare la notizia dell’aggressione di Giovanni.
Appena giunge alle orecchie di Rufo, è un attimo, e l’ira si impossessa di lui, travolgendolo completamente. Interrompe di masticare un pezzo di pane che ha in bocca e si alza di scatto, biascicando un nome. «Volcacio!».
E così come è, senza curarsi di cosa ha indosso e di chi lo circonda, impugna il gladio del servizio di sicurezza che porta alla cintura, e corre verso l’uscita.
«Rufo, che fai?» grida terrorizzata Schytilla. Non ha mai visto il suo padrone in quelle condizioni. Cerca di trattenerlo per un braccio, ma lui si libera di lei con violenza, facendola cadere a terra.
Tutti nell’aula si spaventano di fronte a quella reazione fuori misura, e si alzano dai tavoli.
Rufo arriva in prossimità della porta della palizzata che recinta il villaggio. Ma dinnanzi a lui si para Berterico. «Non uscire, in queste condizioni, Rufo» gli dice. «Sei preso dall’ira, e potresti commettere degli errori irreparabili!»
«Scansati!» grida Rufo. «Quella bestia non ha il diritto di continuare a vivere!» E lo spinge via, proseguendo verso la porta
L’omone dai baffi biondi allora, da dietro, tenta di trattenerlo, e sue le mani finiscono tra la spalla e il collo di Rufo.
Appena Rufo sente delle mani sul collo, il suo istinto prende il sopravvento. Si rivolta di scatto e stringe il vescovo alla gola. Quello alza subito le braccia per mostrarsi inoffensivo.
Ma Rufo non allenta la presa.
Tutti restano a guardare. Immobili. Gli eventi scorrono più veloci di ogni pensiero e di ogni reazione.
E Rufo continua a stringere la gola del vescovo.
Passano istanti che sembrano un’eternità.
E infine Rufo molla la presa.
Tutti traggono un sospiro di sollievo.
L’ira di Rufo si dilegua con la stessa velocità con cui è scoppiata.
Il soldato si accascia a terra, con le mani sulla faccia.
Schytilla si siede accanto a lui, e cerca di scansargli le mani per guardarlo in faccia. «Rufo» chiama «Rufo…»
Berterico è rimasto in piedi, davanti ai due. Si passa una mano sulla gola. La pericolosa stretta non c’è più, ma la gola gli fa male.
«Anche io, Rufo», dice a fatica, «immagino che il colpevole di una simile bravata possa essere stato chi dici tu! Ma in questo momento nessuno di noi ha la certezza che sia stato proprio lui, e si rischierebbe di incolpare un innocente…»
«Volcacio non è un innocente!» rantola il soldato alzando la testa. «Ha tanti di quei crimini sulla coscienza, che merita comunque di essere punito!»
Il vescovo non ha argomenti per controbattere. Però prova a fare una domanda. Sottovoce. Come proveniente da un’altra dimensione. «Tu, Rufo, sai cosa è il perdono?»
«No!» risponde secco il soldato.
Schytilla gli prende le mani e se le stringe al petto.
«Non ne hai mai sentito parlare?» incalza il vescovo in tono quasi di scherzo. Sa benissimo che sta rischiando che Rufo si chiuda in uno sconsolato mutismo.
Ma Rufo controbatte. «Quello che tu chiami perdono, è una parola senza senso. Per il semplice motivo che colui che ti fa del male costituisce un pericolo, e i pericoli vanno eliminati!»
«Deve essere una dura scuola, quella che ti ha formato!»
«È la scuola della guerra».
«Ma lo sai che c’è un altro modo di vedere le cose?»
«Qualunque altro modo non permette di sopravvivere!»
«Noi due dobbiamo fare un lungo discorso, Rufo!»
«Quando vuoi!» risponde in tono di sfida il soldato.
«Anche adesso?» azzarda Berterico
«Anche adesso, sì».
«Allora alzati e vieni nella mia stanza».

 

§ 34. Bettola della Suburra

La bettola risuona di versacci, rutti e sconcezze. Volcacio è attorniato da gentaglia ubriaca ed esaltata che pende dalle sue labbra, e le donne che servono non fanno altro che versare vino nei bicchieri.
  «La prima impresa è stata compiuta!» dice. «Noi siamo gli unici che conoscono davvero le mire dell’imperatore e gli inconfessabili pensieri del papa… e che realizzano i loro più nascosti desideri. Noi siamo il loro cuore, gli angeli della giustizia, che attendono il premio degli audaci!»
E nuove grida baldanzose e animalesche riempiono la bettola.
«Ed ora, davanti a noi, nuove imprese, sempre più ardue!»
«I tempi stanno cambiando» esclama uno.
«Sì» risponde Volcacio «e siamo noi, i nuovi eroi».
«Nessuno più ardito di noi!»
«Chi ci supererà?»
«L’impero dovrà parlare di noi», grida Volcacio con i pugni sul tavolo, «come dei più grandi distruttori del male, di fronte ai quali anche il patriarca Teofilo si inchina!»
«Il patriarca Teofilo? E chi è?»
«Idiota ignorante, possibile che tu non abbia mai sentito parlare di Teofilo? È il patriarca di Alessandria d’Egitto, un osso duro che, appena insediatosi, come primo atto ha subito ordinato l’abbattimento dei santuari e delle statue pagane!»
«E i pagani? Staranno morendo di paura!»
«Sì, in Alessandria non c’è nessuno che i pagani temano più di lui. I sacerdoti di Mitra, di Dionisio, e perfino il grande Olympio custode del secolare Serapeo di Alessandria, al solo sentire il suo nome si vanno a nascondere. Hanno capito che la loro ora sta per arrivare!»
«Ma se in Egitto tremano al sentire il nome di Teofilo...»dice una voce viscida e adulatoria, «cosa succederà ai pagani di Roma? Quale sarà il nome che li farà morire dalla paura?»
A questo punto tutti i ragazzacci acclamano «Volcacio, Volcacio!»
«Sì, Volcacio, e i suoi angeli di giustizia!» conclude Volcacio stesso, afferrando una cameriera per un braccio e costringendola a sedere sulle sue ginocchia.
Risate sguaiate, bevute di vino.
«Allora dicci, Volcacio», chiede uno, «quale sarà la nostra prossima impresa?»
«Il Serapeo di Roma!» azzarda un altro «Quello sì che è un tempio che pullula di sacerdoti schifosi da punire!»
«Allora andiamo a distruggere il Serapeo di Roma!» fa un altro ancora.
«Ma siete animali?» urla Volcacio. «Dove avete il cervello? Dove volete correre, così, senza ragionare? Le imprese più gloriose non si improvvisano! Un generale non sferra mai il suo attacco senza prima una strategia ben precisa. Le aggressioni vanno progettate, accarezzate, pregustate. Solo quando tutto sarà pronto, e allora soltanto, potremo scagliarci contro la nostra preda e liberare tutta la nostra ferocia e la nostra furia distruttiva!»
La folla di ubriachi tace. Incuriosita e sottomessa.
«E allora, cos’è che dobbiamo fare?»
«I pagani qui a Roma sono ancora troppo potenti e ammanicati per potere essere distrutti. Il senato è pieno di gente come loro! Troppi nobili, troppi ‘clarissimi’ sono ancora pagani! Noi dobbiamo cominciare facendo piazza pulita intanto… degli eretici! Loro costituiscono le retrovie più sguarnite dell’esercito che dobbiamo annientare. Cominciamo da loro, facciamo irruzioni, spaventiamoli a morte, facciamoci conoscere. E così un po’ per volta susciteremo l’ammirazione…»
«Dell’Imperatore!» grida uno.
«E del Papa!» precisa Volcacio.
Un’ovazione sgangherata si leva per tutta la bettola.
«Sì» riprende Volcacio inebriandosi del facile plauso dei suoi. «Voi seguitemi, e vedrete che passo dopo passo arriverà il giorno in cui potremo cavalcare indisturbati verso il Serapeo, con i nostri picconi, le nostre funi e le nostre torce!»

§ 35. Zona dell’arsenale fluviale (Navalia) – casa di Giovanni

Un uomo ancora giovane dall’aria timida, vestito con un saio di tela bianca e ruvida, apre la porta ad Anteo.
«Io sono Noviano» si presenta. E poi, con lo sguardo sempre rivolto in basso, gli dice «Seguimi!». E lo accompagna in una stanza.
Giovanni è lì, steso sul letto, con il petto fasciato e due stecche ai lati. Ha l’aspetto molto sciupato, ma al solo vedere Anteo il suo volto si illumina in un sorriso peno di accoglienza.
«Anteo!»
«Come stai?» gli chiede il giovane.
«Il Signore ha voluto che io sopravvivessi, ma penso che non sarò mai più come prima!» Alza gli occhi in alto e dice «Qualunque cosa sarà, è la Sua volontà, e cos’altro voglio, nella mia vita?»
«Non credo che un’aggressione così malvagia possa essere stata volontà di Dio», obietta il giovane
«Io non lo so. Sono tante le cose che non so. Ma una cosa io la so per certa, che Dio è Amore».
Che risposta inaccettabile! Anteo si morde le labbra, e non riesce a mascherare la sua perplessità, e anche un po’ il suo sdegno. Ma rinuncia a polemizzare, non è andato lì per discutere, ma per far sentire al monaco il suo affetto.
«Berterico mi ha mandato da te per portarti i saluti di tutto il villaggio. Tutti ti assicurano le loro preghiere!» gli dice stringendogli la mano.
«Sono molto contento che Berterico abbia scelto te, per questo bel messaggio. Ringrazialo e digli che anche io prego per tutti voi, offrendo per voi tutte queste mie sofferenze!»
«La sofferenza… come preghiera?»
«Sì, tu di’ così, Berterico comprenderà».
Anteo rimane senza parole per un momento, limitandosi ad accarezzare la mano del monaco.
«Come vanno i tuoi inni?» chiede Giovanni.
«Le idee sono tante» risponde Anteo lieto di parlare della cosa che più gli interessa. «Sono riuscito a far funzionare la vecchia cetra che mi ha dato Berterico, e stanno venendo fuori cose molto belle!»
«Vedo che il tuo talento è sempre vivo, Anteo, sono contento. E che ne è di Rufo e Schytilla?»
«È successa una cosa incredibile!»
«Cioè?»
«Ora ti spiego. Rufo, tu hai visto che personaggio sia. È esattamente il mio contrario. Mentre sulle cose io ci rimugino, lui no, lui non perde tempo a pensare, per lui le cose o sono bianche o sono nere, non esistono mezze misure. E se una cosa gli appare chiara, lui ci si butta a capofitto, senza tentennamenti, a costo di prendere cantonate».
«Continua, mi sembra già di capire...»
«Insomma, Rufo ha passato una notte intera con Berterico, a parlare del crollo di tutti i suoi ideali e di tutto il suo mondo. E il mattino dopo, intenzionato a ricominciare per davvero la sua vita da capo, è successo che…»
«Te lo dico io cosa è successo, Anteo.» lo interrompe il monaco, con tono scherzoso. «Vediamo se indovino. Rufo vuole diventare presbitero!»
«Sì! Come hai fatto a capire? È proprio così!» esclama Anteo, con un sorriso che esprime tutta la sua incredulità. «Rufo presbitero!» ripete scuotendo la testa.
«E perché no?» dice il monaco. «Vedrai che ce la farà. Berterico gli farà buona scuola, e il villaggio avrà un nuovo presbitero» e, con malcelato dispiacere, precisa «Anche se, naturalmente, sarà un presbitero ariano».
Anteo lascia dolcemente la mano del monaco e lo guarda negli occhi.
«Ma tu, Giovanni», gli dice, «tu, perché ti sei fatto monaco?»
«Vedo che la decisione di Rufo ha scosso la tua curiosità!» ribatte il monaco cercando di mantenere un tono di leggerezza in quella conversazione.
Ma Anteo gli ha fatto una domanda molto seria e pesante. «Giovanni!» insiste «perché un uomo sceglie di donare la propria vita a un dio?»
Il monaco tenta di girarsi sul letto. Ma il torace gli fa male e non riesce a spostarsi se non di un centimetro. Anteo non ha detto «donare la propria vita a Dio». No. Ha detto «donare la propria vita a un dio». Non sta infatti cercando di capire chi sia il vero Dio, ma cosa possa spingere un uomo a donarsi, così come ha fatto lui, Giovanni, e come hanno fatto i presbiteri del villaggio, e anche come, per altro, hanno fatto in Egitto i tanti che lui ha conosciuto e che in buona fede si sono fatti sacerdoti di Serapide.
«Io», risponde Giovanni, «non conosco le ragioni della scelta degli altri, posso solo dirti le mie. C’è stato un momento, nella mia giovinezza, in cui ho guardato con obiettività e disincanto alla mia esistenza, in tutto simile allo sterminato numero di esistenze intorno a me, di uomini, di insetti, di uccelli e di animali, che mi hanno preceduto e che mi succederanno, esistenze che non si possono contare, tutte fatte di nascita, cibo, riproduzione e morte. E tutte spaventosamente senza il minimo significato!»
«Capisco perfettamente» sospira Anteo. «Lo penso spesso anche io!»
«E allora ho avuto un moto di orgoglio, nei confronti di questa assurdità. Potevo ribellarmi, protestare. Io avevo la facoltà di sopprimerla, questa mia vita senza senso! E magari proprio sopprimendola, avrei, paradossalmente, affermato me stesso!»
«È allora? Perché non ti sei ucciso?» domanda freddamente Anteo.
«Io l’ho fatto!» risponde il monaco sgranando gli occhi. «Ho preso la mia vita e l’ho resa nelle mani di quel Qualcosa, sia pure inconoscibile, che l’ha provocata».
Anteo si sente rabbrividire. Quel monaco gli sta parlando di cose che in qualche modo gli fanno tornare alla mente la domanda di Imoth.
«Giovanni», sospira guardando in direzione della finestra, «sì, donarsi, sì… ma perché», soggiunge volgendosi agli occhi del monaco che brillano sotto le sue folte sopracciglia, «tu ti sei donato proprio a Cristo e non a un altro dio, come ad esempio Serapide?»
Giovanni tace. Di risposte ne avrebbe tante. Troppe. Ma questo momento che sta vivendo con Anteo, gli sembra un momento sacro, e non vuole bruciarlo con altisonanti annunci di fede che il giovane certamente non potrebbe accettare. Deve parlare la sua lingua, esprimersi, per quanto può, nelle sue categorie.
«Perché Cristo mi ha affascinato».
«Come?»
«Mi affascina l’amore! Non mi affascina Baal, con i suoi sacrifici umani, o Mitra, con i suoi sanguinosi riti di iniziazione, e non mi affascina nessuno dei tanti dèi pagani, in perenne lotta per la prevaricazione fra di loro. Nessuno di loro è amore. Cristo sì. E che Dio, e il suo creato, sia tutto amore, è una cosa che sento vera nel più profonde del mio essere. Non mi chiedere perché. Me lo dice il cuore. Tutto ciò che mi circonda è amore. È amore il sole che sorge per illuminare e scaldare, è amore il fiume che si getta nel mare per alimentarlo, è amore l’albero che si intreccia a un altro albero per sostenerlo, È amore… » Giovanni si interrompe bruscamente, per non lasciarsi prendere da una sterile e fastidiosa oratoria poetica. Può bastare così, per farsi capire. Ma una parolina di conclusione non riesce a trattenerla. «Come, allora», conclude, «non gettarsi nelle braccia dell’Amore, visto che l’Amore non può ingannare?»
Anteo ha gli occhi spalancati come quelli di un bambino che sta scoprendo i misteri della vita. Ma presto torna ad aggrottare la fronte.
«E se tutto questo non fosse vero?»
«Cosa?» chiede Giovanni, tossendo di fronte a quella domanda diretta come una sassata. La conversazione lo sta affaticando parecchio, perché lo obbliga a scavare nel più profondo di sé e a cercare di rispondere a un tipo di domande che nei vasti silenzi del deserto nemmeno gli affioravano alla mente.
Anteo, dal canto suo, ha tutta l’intenzione di andare fino in fondo. E incalza: «E se questo Dio, principio di ogni esistenza, a cui ti sei donato… fosse così lontano da te da non sapere nemmeno che esisti?»
Giovanni punta gli occhi sul giovane, e sorride. È un sorriso puro, sereno, maschio.
«Io lo amerei ugualmente», risponde, «e sempre a lui io mi donerei, così come faccio ora. Perché è a Lui che devo la vita!»

Anteo ammutolisce, di fronte a tanta caparbietà.
Giovanni si è messo a nudo, di fronte a lui. Gli ha voluto donare i suoi più segreti sentimenti. Ha toccato argomenti di una profondità abissale, che sempre si sono agitati nel suo cuore. Ma non ha dato risposta alla sua domanda di sempre, la domanda di Imoth ‘Padre, dove dunque riporrò il mio nome, perché non perisca?’«
Si rende conto che dovrebbe smetterla, di affaticare il povero monaco. Ma ha bisogno di chiedergli ancora un’ultima cosa.
«E l’immortalità?» domanda con un filo di voce.
«L’immortalità?» rantola Giovanni, pronto a rispondere. Ma un nuovo colpo di tosse lo costringe ad interrompersi. Dopo un po' riprende. «C’è qualcosa di ancora più grande, dell’immortalità, Anteo! Io, il mio Signore, o il grande mistero come lo chiama il tuo amico Simmaco…»
«Non è mio amico!» precisa immediatamente Anteo, quasi offeso.
«Va bene, va bene!» continua il monaco, che nel frattempo, a furia di rivoltarsi sul letto, ha trovato una posizione che gli permette di parlare con più facilità. «Insomma, a questo qualcosa a cui devo la vita, e che io chiamo Dio, ebbene… io voglio dire ‘grazie’, io lo voglio amare! E lo voglio amare adesso, subito, in questa mia vita effimera, con tutto quello che ho in mano, per misero che sia, come le mie braccia, il mio pensiero, la mia religione! Solo così, la mia sete d’infinito è appagata. Non mi chiedere il perché. L’amore non si spiega, è follia».
Anteo rimane affascinato, da un amore così. Amore folle, come lo ha chiamato il monaco.
Folle.
Certo.
Come il suo amore per Schytilla.

§ 36. Villaggio di Berterico

Sono passati tre mesi, da che Rufo ha deciso di impersonare l’ideale di uomo che gli è balenato nella mente mentre guardava Berterico carezzare creature in lacrime che si erano strette a lui. Vuole anche lui essere un presbitero che accoglie i sofferenti, che vive a fianco dell’umanità, che condivide, che patisce e gioisce con gli ciascuno, che abbraccia, che fa pregare e fa volgere i cuori al cielo.
Berterico gli ha spiegato bene che si tratta di un cammino lungo e non facile, e che prima di ogni alta cosa deve farsi battezzare, e che quindi deve partecipare con umiltà agli incontri settimanali per i catecumeni, che lui ha avviato, e a cui sono invitati tutti gli abitanti del villaggio che vogliano diventare cristiani. Sono incontri condotti da due suoi fidati presbiteri, che spiegano le scritture alla luce della dottrina del loro maestro, Ario.
Anche Anteo, il cantore, ha chiesto di partecipare a questi incontri.
E lo ha chiesto anche Schytilla, che con la stessa semplicità e immediatezza del suo padrone, accoglie ora questo nuovo credo con passione. È rimasta molto colpita dalla storia del figlio di Dio che per amore dell’umanità, dunque anche di lei, sale sulla croce e prende su di sé ogni dolore, ogni angoscia, ogni debolezza. E così Schytilla, ovunque vede intorno a sé dolore, angoscia, debolezza, cerca di riconoscere Cristo, e cerca di alleviare come può le sue sofferenze. Anche nelle piccole cose di ogni giorno.

Per Rufo - e anche per Floro, un altro ragazzo che ha manifestato lo stesso desiderio di diventare presbitero - Berterico, in aggiunta agli incontri di catecumenato, impartisce lui, di persona, un’ulteriore istruzione quotidiana tutta speciale, dopo cena, nella casa principale del villaggio, quella in muratura.
Qualche volta, per far prendere loro dimestichezza con il compito che li attende, Berterico li invita a commentare il vangelo nella celebrazione dell’ora sesta. E si nota subito che mentre Floro ogni volta coglie la parte spirituale e consolante delle scritture, Rufo tende sempre a metterne in evidenza l’aspetto profetico, apocalittico e di violenta contestazione del male.

In una delle riunioni del villaggio, Rufo e Schytilla hanno annunciato pubblicamente, di volersi sposare.
Ascoltando la notizia, Anteo è sbiancato in volto e ha dovuto correre a sedersi. Ha compreso in un attimo che tutte le sue speranze altro non erano che illusioni.
E così ora cerca di evitare Schytilla. Ma è un vero tormento, perché più lui si sforza di non guardarla negli occhi e di non parlarle, più lei interpreta questa ritrosia come timidezza, e si mostra apertamente sua estimatrice, lo contempla con ammirazione quando canta e quando dirige i cori, e non gli lesina complimenti. Continua in sostanza a prestargli la stessa premurosa attenzione di quando lo ha visto per la prima volta ferito e sconvolto nell’infermeria del villaggio, come fosse un fratello da sostenere e incoraggiare.
Ma non è questo il sentimento di Anteo.
Ecco perché il giovane cerca di farsi sempre più totalmente assorbire dalla sua arte e dall’approfondimento dei tesori del suo codex.

Per quanto riguarda la musica, ligio alle indicazioni di Berterico, Anteo ha raccolto attorno a sé un coro, con cui nel corso delle celebrazioni dell’ora sesta, innalza a Cristo inni molto suggestivi. Le giovani, tra cui spicca Clelia, fanno a gara per farsi notare da lui, e a lui certo non dispiace di pavoneggiarsi un po’.
Con i suoi riccioli biondi, ormai ricresciuti fitti e fluenti, che spiccano sulla sua carnagione olivastra, e la sua voce ad un tempo vigorosa e suadente, per quelle giovani è divenuto un personaggio affascinante.
E soprattutto complesso. Possibile che non si senta attratto da almeno una di loro? Ma nessuna di loro può immaginare il tumulto del suo cuore.

Quando poi arriva la sera, sul suo letto, Anteo legge e rilegge il codex, quasi a voler imparare a memoria tutto quello che ha trascritto negli anni.
Una notte, di fronte alle pagine che parlano della terapia delle forme – quella usata dai misteriosi e dimenticati Scribi Nascosti – legge che per operare una guarigione, occorre provocare ‘il richiamo’, e questo ‘richiamo’ si ottiene formando intorno al malato un recinto di pali che ricordi la disposizione delle stelle della costellazione della Libellula. ‘Sopra ad ogni palo’, continuano gli appunti, ‘bisogna appoggiare delle pietruzze piramidali di oricalco viola, il minerale con cui si fanno le collane’».
Collane? Pietruzze piramidali di oricalco viola? A che razza di manufatti volevano alludere gli Scribi Nascosti? Mai vista roba del genere!
Con un brivido che lo scuote dalla testa ai piedi, Anteo comprende di avere invece visto eccome, una collana di pietruzze piramidali viola! Era immagazzinata, tanto tempo prima, tra tanti altri oggetti antichi nei sotterranei del Serapeo di Alessandria, quando lui, ancora adolescente, si divertiva a frugare dappertutto. Gli era subito piaciuta, se l’era presa, e con essa era venuto a Roma. E in un’alba ormai lontana. alla porta di Simmaco, lui l’aveva messa al collo di Schytilla!
Ora comprende che quella collana non è, come pensava, un semplice monile. È uno strumento di guarigione. Che ora pende dal collo di Schytilla e che lui non può chiedere indietro.

Ma il codex non contiene solo tecniche mediche. A suo tempo Anteo vi ha trascritto anche delle splendide epopee, tra cui quella di Dorq, che tanto gli ha preso l’anima. Anteo la rilegge sempre con piacere, e ha cominciato a farne conoscere brani anche agli abitanti del villaggio, nelle serate ricreative organizzate da Zelia.
E così, adesso, eccolo in sala con il suo codex.
Le lucerne irradiano una luce tremolante.
Il pubblico è assiepato attorno a lui, e lui tiene il codex aperto sulle pagine che narrano della riconquista di Dorq del suo regno, usurpato in sua assenza dal fratellastro Luth.

«Luth, il perfido satrapo dell’Occidente,
aveva catturato la bellissima sposa di Dorq,
la principessa dalla pelle color ocra.

Ma nessuna forza e nessuna minaccia poteva piegare
la principessa dalla pelle color ocra
perché lei  attendeva di essere liberata dal suo sposo.

«Dorq è morto!» le ripeteva ogni giorno Luth.
«No» rispondeva lei. «Il mio signore sta arrivando».

E un giorno la terra tremò, e nell’aria si udì un boato spaventoso.
Erano i rinoceronti bianchi di Dorq
che travolgevano gli schieramenti e le difese della città.

«Ecco il mio sposo» esclamò la principessa dalla pelle color ocra,
alzandosi e correndo sul terrazzo per vedere.
«Ecco il mio sposo che viene a salvarmi».

E Dorq irruppe nella città alla testa dei suoi eserciti
il fior fiore dei popoli del continente.

Furono in molti, a cadere.
Caddero i più vili difensori della città,
e tra di essi cadde Luth, il satrapo dell’Occidente.
Caddero i più valorosi guerrieri di Dorq,
e tra di essi cadde la sua più fidata alleata,
«la leonessa delle paludi».

Dorq abbatté le porte del palazzo e riabbracciò la sua sposa.

Ed ecco,
i guerrieri acclamarono Dorq loro satrapo,
le legioni acclamarono Dorq loro imperatore,
gli Indomati acclamarono Dorq loro signore.

E anche le armate delle paludi acclamarono Dorq
tributandogli il nome stesso della loro perduta condottiera,
e da quel giorno Dorq divenne il «Leone delle paludi».
raffigurato in mille mosaici
osannato in mille poemi
venerato in mille templi.
E infine fu innalzato tra le piramidi un colosso
che con la sua stessa presenza gridasse al mondo:
Onore a Dorq, il leone delle paludi
Onore a Dorq, il leone delle paludi!»

Tutti restano presi dalla narrazione, con la mente rapita in quel leggendario mondo di un passato perduto.
Schytilla guarda Anteo con occhi imbambolati. Quel ragazzo fragile, pieno di poesia e di fantasia, ha la capacità di farla sognare. E questa è una cosa nuova per lei, che in tutta la vita non ha potuto far altro che lottare per sopravvivere.
Così come è una grossa novità per lei il fatto che, giorno e notte, nelle occupazioni della mensa, e anche nei momenti di intimità con Rufo, le riecheggino in mente gli inni e la voce di Anteo.

 

§ 37. Pendici del Gianicolo

Sulle pendici del Gianicolo si sta radunando una piccola folla.
Volcacio tiene a freno il suo cavallo nero. Con lui stavolta non ci sono solo i suoi sgherri, ma anche Lusio con i suoi monaci neri.
È una incursione preparata con tutte le cure, che dovrà essere di esempio per chiunque pretenda di essere cristiano al di fuori del credo di Nicea. E gli ariani di Berterico sono le prime vittime designate.
Una semplice scorribanda e un po’ di fuoco saranno sufficienti a scoraggiare non solo quella gente, ma anche i vari priscilliani, manichei ed eretici in genere, dall’ostinarsi a non sottomettersi al vescovo di Roma. E la cosa non potrà che essere molto gradita a Siricio, il papa che la gente guarda come un sovrano dal pugno di ferro, capace di affermare come nessuno prima di lui il primato di Pietro, e che fa valere i suoi decreti al di sopra dell’autorità di qualsiasi altro vescovo di qualsiasi altra città. Un tipo così ben dovrà apprezzare chi tenta di riportare gli eretici sotto il dominio del papato.

«Sei perfetto» dice Volcacio dall’alto del suo cavallo a un suo servo di media statura vestito di pelli, con trecce e i baffi rossi. «Sembri proprio un barbaro. Ora va’ e fatti aprire, Noi veniamo dietro».

§ 38. Villaggio di Berterico

C’è atmosfera di grande festa, nel villaggio. Dopo soli tre mesi di catecumenato, Rufo e Floro sono talmente progrediti, nell’apprendimento e nella pratica della religione, che Berterico ha ritenuto che per loro sia venuto il momento di ricevere il battesimo. Gli altri catecumeni, che devono invece aspettare ancora un po’ prima di ricevere il sacramento, sanno bene che quei due hanno fatto una scelta molto impegnativa, e capiscono perché Berterico li abbia così privilegiati. Ora sarà lui stesso, alla fine della consueta celebrazione dell’ora sesta, ad immergerli nell’acqua lustrale e a battezzarli.
Schytilla e le altre donne addette alla mensa, hanno preparato dolci e nettari perché quello sia un momento lieto e gioioso per tutta la comunità.

Ma ecco che, nel bel mezzo della messa, si odono delle grida. C’è qualcuno che sta scuotendo la porta della palizzata e che chiede di entrare. Gli uomini della sicurezza accorrono, ma non sanno che fare.
«Vi scongiuro!» grida un uomo vestito di pelli, con trecce e baffi. «Mi stanno inseguendo, vogliono farmi del male solo perché sono un barbaro e un ariano. Per carità aiutatemi, apritemi, fatemi entrare!»
Uno così ha tutta l’aria di dire il vero. Oltretutto è molto agitato e piange.
Gli uomini della sicurezza si commuovono e aprono il portone.
Il finto barbaro entra.
Ma immediatamente il suo viso straziato dalle smorfie cambia espressione. Diventa aggressivo. Gli uomini non fanno in tempo a rendersene conto, che subito vengono da lui colpiti a tradimento.
Il nuovo venuto spalanca il portone, e nel villaggio si riversa una masnada di sgherri urlanti con monaci neri che tengono in mano delle fiaccole. Infine arriva anche Volcacio, a cavallo e con il volto scoperto. Ha in mano una grossa catena, e la fa roteare sopra la testa. Lo seguono altri cavalieri e sgherri armati di lance.
I fedeli, distolti dal trambusto, abbandonano la celebrazione e, angosciati, corrono fuori all’aperto a vedere. Ed è lo scempio.

«Chi siete? Che volete?» grida Berterico lanciandosi verso gli aggressori con le braccia spalancate, nell’inutile tentativo di fermarli.
Ma i cavalieri non gli fanno caso. Devastano le tavole imbandite per la festa, mentre i monaci neri con dei bastoni colpiscono le strutture di legno che sostengono le capanne per farle venire giù.
Gli abitanti del villaggio restano inebetiti di fronte a tanta brutalità. Sono gente che si sforza di essere mite, e che sempre, nelle celebrazioni e nelle preghiere ha cercato di eliminare da sé ogni violenza.

Anche Rufo, dopo tutto il tempo passato nel villaggio, non è più il feroce soldato di una volta.
Osserva quegli scalmanati distruggere ogni cosa, vasi, suppellettili, staccionate colpire i cani, sventrare le gabbie dei conigli e delle galline… e nel profondo di sé sente qualcosa di ormai sopito che pian piano si risveglia e cresce, cresce… fino a che non vede uno sgherro di Volcacio che, nel tentativo di entrare in una capanna, dà una spinta a un bambino e lo fa cadere a terra.
In un attimo viene invaso dalla stessa cieca collera con cui si era scagliato la prima volta, ancor piccolo, contro il ragazzone che giocava con la pecorella indifesa. Corre ad afferrare una pala e spezza le gambe allo sgherro.
Vedendo una tale reazione, altri uomini del villaggio si infervorano, afferrano asce e attrezzi brandendoli come armi, e si lanciano contro gli incursori.
«Fermi!» grida disperato Berterico. «Nel nome di Dio non potete usare violenza!» E si getta nella mischia per separare e disarmare i suoi. «E tu, Rufo» grida ancora, «lascia quella pala! Rufo, Rufo..!»

Sentendo quel nome, Volcacio rabbrividisce.

Riconosce il suo nemico di sempre.
Ed emette un grido disarticolato. Ma non è un grido di battaglia. È un grido di paura!
Rufo punta su di lui due occhi di fuoco.
«Volcacio!» urla di rimando, «Non potevi essere che tu!»
In quel momento Rufo sente svanito improvvisamente da lui ogni residuo dell’ascetica dei mesi precedenti. In lui, ora, c’è solo la furia folle del guerriero.
«Volcacio» riprende Rufo con una voce da brivido. «Ti avevo promesso che ti avrei ucciso. E il momento è arrivato!»
E si lancia contro di lui. Ma gli uomini di Volcacio accorrono in difesa del loro capo E Rufo si trova a lottare contro un numero sempre crescente di avversari.
Volcacio, tremebondo, sprona il cavallo e corre a ripararsi dietro l’edificio in muratura, seguito da alcuni dei suoi, che si fanno largo con le lance. Passando davanti a un mucchio di fieno Volcacio, per pura cattiveria, afferra una torcia dalle mani di un monaco nero e la lancia lì sopra.
L’incendio inizia.
«Fermo, fermo, Rufo, basta!» continua a gridare in lacrime Berterico cercando di trattenere il soldato.
Ma un monaco nero lo getta a terra e gli sputa in faccia.
Rufo vede la scena, si volge verso il monaco, e con la pala gli spacca la testa.
Gli invasori rimangono esterrefatti da tanta violenza. Una reazione di questo genere, da parte dei miti ariani, non se la sarebbero mai aspettata.
«Catturate quell’assassino» grida Volcacio sempre a ridosso dell’edificio in muratura e ben protetto dai suoi.
 
Ma ecco, dal terrazzo di quell’edificio cade un vaso addosso ai uno degli sgherri di Volcacio, e gli rompe una spalla.
Volcacio guarda su. E incrocia lo sguardo di Anteo che, spaurito, grida «Mi dispiace, non volevo, non volevo proprio! Questo vaso è caduto per errore, non volevo…»
«Vigliacco» grida Volcacio. «Tu volevi uccidermi!»
«Nooo. Sono fuggito quassù solo per portarmi in salvo, davvero non volevo colpire nessuno».
«Ora ti vengo a prendere» esclama Volcacio. Scende giù da cavallo e strappa di mano a uno del suoi una lancia.
Ma ecco, davanti a lui, il luccichio di una lama.
È Schytilla. Ha il piglio pericoloso della lupa incattivita, che deve difendere i suoi cuccioli. «Di qui non puoi passare!» gli dice, brandendo un coltello da cucina.
Un’idea malvagia passa immediatamente per la testa di Volcacio e gli fa storcere la bocca in un ghigno. «Ecco una cosa che desideravo fare da tanto tempo!» bofonchia. Fa cenno a due dei suoi di afferrare la ragazza.
Ma afferrare una bestia selvaggia non è cosa facile, e gli sgherri imparano subito a proprie spese che quella ragazza non va sottovalutata. Uno dei due prova ad avvicinarsi e subito si ritira, con un vistoso taglio sul braccio.
Vedendo la scena Volcacio urla con disperazione e disprezzo allo stesso tempo: «Possibile che due uomini non riescano ad avere il sopravvento su una ragazzina?»
Ma Schytilla è una furia.
Volcacio comprende che deve chiamare altri uomini.
E con il loro intervento, finalmente la ragazza viene disarmata e immobilizzata.
«Portatela via di qui», ordina Volcacio, «e legatela. A lei penserò più tardi».

Anteo, sul terrazzo, ha riconosciuto le grida di Schytilla. Si sporge per vedere, ma l’incendio sprigiona un fumo fitto e pungente che avvolge tutto e tutti, e non permette di capire cosa stia succedendo.
Si sporge ancora di più, ma niente. Sente solo degli schiamazzi confusi.
Cosa  staranno facendo a Schytilla? Un violento senso di impotenza lo attanaglia e gli fa perdere il lume della ragione. Come un folle si mette spasmodicamente a divellere le tegole di un tetto vicino per poi tirarle all’impazzata nella direzione di Volcacio e dei suoi.
Ma è un momento di rabbia cieca che dura solo un attimo. Perché subito arrivano su da lui gli uomini di Volcacio, che lo catturano.
Gli strappano di dosso la sacca che lui porta a tracolla.
«No, il codex no!» implora Anteo.
Uno sgherro, con malvagia ostentazione, alza in aria la sacca, e la getta, con quello che contiene, tra le fiamme.
Anteo crede di impazzire. «Nooo» continua a gridare dimenandosi, «il codex nooo! Voi non sapete cosa avete fatto!»
Ma gli arriva un pugno in piena faccia, che lo stordisce e lo riduce al silenzio.
Lo trascinano fino a uno spiazzo dove c’è Rufo, incatenato. Incatenano pure lui e lo gettano a terra accanto all’amico, sotto la sorveglianza di due uomini.

«Cosa ne è di Schytilla?» gli chiede Rufo.
«Non lo so!» risponde sconsolato Anteo. «L’hanno aggredita, ma il fumo mi ha impedito di vedere altro».

Mentre le capanne continuano a bruciare, monaci neri e cavalieri girano tutt’intorno nel villaggio ormai deserto per completare l’opera di distruzione. Tutti gli abitanti del villaggio sono fuggiti via, dispersi negli orti di Geta. È rimasto solo Berterico che, come un vecchio che ha perduto il senno, continua a correre qua e là nell’assurdo tentativo di fermare gli assalitori.

Nello spiazzo dove Rufo e Anteo stanno incatenati, ecco arrivare Volcacio a cavallo. Li guarda con odio. «Siete degli sporchi assassini, e pagherete, per quello che avete fatto!»
Balza a terra, afferra una lancia e va dritto verso di loro.
«A condannarvi a morte non saranno i giudici. La soddisfazione di fare giustizia adesso me la prendo io. Perché siete voi, che avete trasformato una semplice manifestazione in un campo di battaglia! E dove c’è una battaglia, si sa, ci sono quelli che sopravvivono e quelli che periscono».
Volcacio alza la lancia per trafiggere Rufo.

Ma lo ferma una voce irata, che strepita più forte di ogni rumore. «Cosa diavolo state combinando?»
Volcacio si volge.
Al portone, accompagnato da due servitori, c’è il diacono Dafnio, col suo volto butterato tremendamente scuro.
«Le fiamme dell’incendio che avete appiccato si vedono fin dal Laterano! Ma siete pazzi?»
«Non siamo stati noi, padre!» grida Lusio correndogli incontro. «Sono loro che ci hanno aggredito, e con una violenza inaudita».
«Ma cosa stai dicendo? Stupido, loro stavano a casa loro!»
«La nostra», interviene Volcacio con tono rispettoso, «voleva essere solo una innocente scorribanda contro gli ariani. Ma quello lì», e indica Rufo, «ha reagito come un folle. Ha spezzato le gambe a uno dei miei uomini e ha ucciso uno dei monaci neri. Per forza poi abbiamo dovuto difenderci!»
«Sì, è stata tutta colpa loro!» piagnucola Lusio.
«Basta così» taglia corto Dafnio. «Spegnete immediatamente questo maledetto incendio! Che non lo vedano le guardie! Se vengono loro, faranno anche un’ispezione, e la vostra bravata diventerà una vera complicazione! Forza, spegnete tutto, subito, forza!»
Lesti, gli invasori, si mettono a tirar su acqua dal pozzo e a lanciare secchiate tra le fiamme.
«L’avete proprio fatta grossa!» continua Dafnio su tutte le furie. E tu, stupido figlio, con i tuoi monaci neri, ma come avete fatto ad associarvi a gente come Volcacio e i suoi sgherri?»
Volcacio si sente offeso, ma non ribatte. In fondo quell’impresa lui l’ha ideata e intrapresa tutta di testa sua, senza prima consultarsi con Dafnio! Ed è anche vero che gli è stato molto facile reclutare Lusio e i suoi monaci neri, facendo leva sul loro zelo delirante e sulla loro ingenuità.
«Qui non si tratta della demolizione di un tempio!» dice Dafnio passeggiando in circolo con le mani dietro la schiena. «Voi avete aggredito un vescovado! Vescovado ariano finché vi pare, sì, ma pur sempre un vescovado! E poi qui ci sono due omicidi. dobbiamo per forza chiamare il tribuno e le guardie!»
«Ci condanneranno?» chiede spaurito Lusio.
«Stai zitto!» grida Dafnio. «Lo vedi? Con la tua stupidità mi costringi ancora una volta a correre in tuo soccorso!. Ora dovrò andare io personalmente dal tribuno, e presentargli le cose nel giusto modo. Speriamo che riusciate a spegnere presto l’incendio. Finché non dilaga, chi lo vede in distanza può ancora credere che si tratti di un semplice falò di sterpi, come fanno i contadini. E tenete d’occhio questi due assassini. Saranno loro, a pagare per tutti».
Detto questo, il diacono se ne va, sollecito, pensoso, adirato.

Volcacio torna a guardare dall’alto in basso i due prigionieri.
«Rufo», dice, «devi ringraziare il tuo dio ariano, se il diacono Dafnio ti ha salvato dalla mia lancia!»
«Tu lo sai che ti ucciderò!» risponde il soldato.
«Oh, oh» lo schernisce Volcacio, «ma che parole terribili! Non si addicono a un uomo di fede quale sei tu!»
Lo sguardo di Rufo è odio puro.
Volcacio lo ricambia, ma da una posizione privilegiata. Rufo è nelle sue mani.
Sulle labbra del ragazzone dal naso storto si delinea un sorriso malvagio. Prende dalla tasca una collana e se la mette al collo, con ostentazione.
«Bella, vero?»
Rufo e Anteo non credono a i loro occhi.
«Mi sta bene?» insiste Volcacio, accarezzandola.
«Dove l’hai presa?» urla Rufo
«L’aveva al collo una schiava delle vostre».
«Quella è la collana di Schytilla! Schytilla! Dove l’hai portata?»
Volcacio avvicina la sua faccia a quella di Rufo e, alitandogli in faccia, sussurra: «Devo darti purtroppo una brutta notizia, caro. Quella ragazza è finita in cenere tra i legni della capanna!»
Rufo grida. Un grido infinito. Dolore infinto. Rabbia infinita. Si dimena come un forsennato, ma riesce solo a ferirsi le braccia incatenate.

§ 39. Zona dell’arsenale fluviale (Navalia) – casa di Giovanni

«Giovanni, Giovanni» chiama affannato il chierico Noviano. «C’è qui fuori un uomo ferito, che chiede di poterti vedere!»
Giovanni lascia immediatamente il libro che stava leggendo. «E chi è?» domanda,
«Dice di essere del villaggio di Berterico!»
«È del villaggio? Fallo entrare, subito!»
E arriva un uomo con una mano premuta contro un braccio sanguinante.
«Ma tu sei Floro!» esclama Giovanni, riconoscendolo. «Cosa ti è successo?»
«Hanno fatto un’irruzione nel villaggio, hanno devastato tutto e ci hanno dispersi!»
«Chi?»
«Volcacio con i suoi, aiutato dai monaci neri di Lusio!»
«Oh… Ma come hanno osato? Come hanno potuto commettere un simile abuso?»
«Con un inganno si sono fatti aprire il portone, e sono entrati urlando con torce, lance e bastoni, e hanno cominciato a distruggere ogni cosa».
«E voi, che avete fatto?»
«Stavamo inermi senza sapere cosa fare. Finché Rufo ha reagito!»
Il monaco scuote la testa. «Posso immaginare», sussurra addolorato.
«E così ci siamo difesi!»
«E..?»
«Ci sono stati dei morti!»
Giovanni si mette le mani nei capelli. «Dei morti?»
«Sì. Da ambo le parti».
«Cosa? Voi del villaggio avete ucciso?»
«Sono stati Rufo e Anteo».
«Non è possibile! Anche Anteo, ha ucciso?»
«Sì, anche Anteo!»
«Ma come?»
«Questo non lo so» risponde Floro.
«E di voi del villaggio?»
Floro abbassa lo sguardo e piange. «Clelia e Schytilla», rantola.
«Oh no!»
«Sì. Sono rimaste intrappolate nell’’incendio della loro capanna. Una trave è caduta su di loro e...»Floro si interrompe, dando libero sfogo alle lacrime.
«Le hai viste morire?»
«Non io. Volcacio. È lui che le ha viste morire, e ha cominciato a gridare come un ossesso che era tutta colpa nostra, perché avevamo lottato contro di loro».
«È terribile!». Giovanni non sa cosa pensare.
«Nonostante la nostra reazione, gli invasori hanno preso subito il sopravvento. Non è stata per loro una cosa molto difficile in un villaggio dove nessuno di noi è un guerriero».
«E non sono intervenute le guardie per fermarvi?»
«Le guardie no, ma per grazia di Dio era lì nei paraggi il diacono Dafnio, che ha sentito il trambusto ed è accorso! Si è molto arrabbiato con Volcacio e Lusio per la loro infame incursione! Ed è subito andato dal tribuno a spiegare ogni cosa».
«C’è andato lui, a spiegare? Bell’affare!» esclama il monaco «Immagino cosa racconterà, visto che Lusio è figlio suo».
«Lusio… figlio suo?» esclama Floro. Sul suo volto sbiancato roteano due occhi stralunati. «Ma allora, se Lusio è figlio di Dafnio, al tribuno arriverà solo la versione dei fatti che scagiona gli incursori, e per Rufo e Anteo non ci sarà nessuna scusante...»Floro sembra venir meno.
«Ma tu sei ferito!» esclama Giovanni guardando la sua mano bagnata di sangue. «Prima di tutto dobbiamo pensare al tuo braccio! Vieni, fatti medicare, vieni!» E lo invita a seguirlo in una stanza dove c’è una brocca d’acqua.
Mentre gli cura il braccio, gli chiede: «E cosa ne è di Berterico?»
«L’ultima volta che l’ho visto», risponde Floro, «vagava nel villaggio cercando di trattenere la furia degli…». Ma non può terminare la frase per una stilettata di dolore al braccio. Infatti Giovanni gli ha versato sulla ferita un vino molto forte, che brucia terribilmente.
«Resisti, coraggio» gli dice. «Questo ti disinfetterà per bene. Ora sta attento… che stringo la fasciatura!
«Monaco Giovanni!» invoca Floro lasciandosi fare. «E ora che facciamo? Tu ci hai sempre aiutati!»
Giovanni alza lo sguardo in alto e sospira. «Non so proprio cosa risponderti. Per capire cosa fare, qui occorrerebbe una forza e un’intelligenza che io non ho. Floro, aiutami a pregare! I nostri amici Rufo e Anteo, qualunque cosa abbiano fatto, non sono degli assassini! Devono essere salvati! E anche tu e la tua gente dovete essere salvati!»
«E come?»
«Vi serve una nuova casa!»
Giovanni si interrompe, come chi ha appena avuto un’idea. «O magari...»azzarda. «O magari», riprende subito, «dopo questa tribolazione, voi potreste tornare nella vostra stessa casa, che è il vostro villaggio, per ricostruirlo ancora più bello di prima».
«Cosa?»
Giovanni si alza in piedi e guarda fuori dalla finestra. «C’è una persona che ci potrebbe aiutare. Ci devo parlare… anche se farlo mi pesa terribilmente».
«Perché?»
«Perché non mi è mai andato di chiedere. Ma stavolta devo proprio vincere me stesso, è il prezzo da pagare!»
«Chiederai aiuto a qualcuna delle influenti matrone di cui sei guida spirituale?»
«No. Busserò alla porta del clarissimo Drepanio Latino Pacato. Lui ci ha già fatto un dono, una volta, la sua villa, grazie alla quale la vostra comunità ha potuto fiorire. Ora tornerò da lui!»
«C’è sempre da imparare da te, monaco Giovanni! Per amare il prossimo tu sei sempre pronto a umiliarti».
«Ahimè, caro Floro, non è proprio così. Non sono affatto sempre pronto. Devo sempre ingaggiare una lotta furibonda contro il mio orgoglio! Anni e anni di deserto non mi sono serviti a nulla. Tante volte mi sento un fallito, per la mia scarsa umiltà. Ma, come dice Berterico, la partita è sempre aperta perché in ogni occasione, quando la superbia fa cadere, si può sempre tirare su il fiato e…ricominciare!»

 

§ 40. Cantine di Volcacio.

Da tre giorni Schytilla è segregata in una cella gelida delle cantine di Volcacio.
Ma con sua sorpresa, si accorge che gli sgherri non la trattano male, anzi. Devono avere avuto ordini precisi.
Intanto non viene mai lasciata al buio, c’è sempre una lucerna, accanto a lei, e l’olio per ardere viene sempre rimboccato.
E anche il mangiare, non le manca mai, nonostante il primo giorno sia stata lei stessa, a non voler toccare cibo.
I suoi carcerieri le permettono anche di lavarsi.

Tutto questo deve avere un perché, ma Schytilla non è nelle condizioni di ragionarci su. Resta il fatto che è stata imprigionata.

Rumore di passi di qualcuno che scende le scale.
Volcacio.
Dalla mano gli ciondola una lampada. Si avvicina a Schytilla e la illumina.
La esamina.
«Bene, sei sempre bella, bene così!» dice. «Ma sei anche molto fortunata. Non ti nego che ho pensato molte volte di prenderti nel mio letto per giocare un po’ con te. Ma l’incursione mi ha fiaccato parecchio, e non mi va di lottare ancora, per giunta contro una selvaggia che graffia. Ho visto come hai ridotto i miei sgherri, ce ne sono voluti quattro per prenderti! Così ho deciso di mantenerti intatta, te e il tuo prezzo!»
«Non sono un animale!» ribatte Schytilla.
«Un animale no, ma una preziosa schiava sì».
«Non sono più una schiava!» rivendica Schytilla.
Volcacio ridacchia. «Ma davvero? Oh, poverina! Mi dispiace dovertelo far capire, ma non risulta da nessuna parte che il tuo padrone ti abbia affrancato. Ah, che distratto, questo Rufo, si vede che era troppo impegnato a voler diventare presbitero, per ricordarsi di una cosa di così poco conto….«
«Cosa vuoi dire?»
«Che tu per i giudici sei sempre proprietà di Rufo. E sei anche l’unica cosa che lui possiede. Tu ed io lo sappiamo bene, che Rufo non ha più nulla, ha dato via tutto per comprare te. E allora, quando il giudice lo condannerà per tutto il male che ha fatto, secondo te quale dei suoi beni potrà sequestrargli, per risarcire almeno in parte coloro che lui ha aggredito?».
«Stai dicendo che io..?»
«Tu hai un preciso valore in monete d’oro, ragazza! E vuoi sapere chi è, che ti ha richiesto come risarcimento?» Volcacio scopre il suo polpaccio, bendato da una fascia sporca di sangue.  «Guarda qui cosa mi ha fatto, il tuo Rufo» continua. «Io già so per certo chi sarà, il giudice che giudicherà il nostro caso, e ti posso assicurare che per questa ferita tu sarai assegnata proprio a me!»
«Rufo mi verrà a prendere e mi libererà!» reagisce Schytilla.
Volcacio sorride sotto il suo naso storto, e mormora, «Rufo? Il tuo padrone? E come farà, se tra qualche giorno...»Si interrompe e si lecca le labbra, come a pregustare quello che sta per dire. «Ma lo sai che tra qualche giorno il tuo Rufo» conclude, «deve essere giustiziato?»
«Ma che dici?»
«Rufo ha ucciso, ragazza!» urla Volcacio. «Sai cosa vuol dire, questo?»
«Nooooo! Rufo non è un assassino! Se ha lottato è stato solo per difendere la gente del villaggio!»
«Rufo ha aggredito, cara mia».
«Rufo non è un assassino» ripete Schytilla.
«Anche io lo credevo. non immaginavo certo che un presbitero si sarebbe messo ad uccidere. Rufo voleva diventare un uomo di fede! Ma a quanto pare si sbagliava. È bastata una semplice incursione per far riesplodere in lui tutta la sua ferocia incontrollata e mandare all’aria tutti i suoi progetti di redenzione!»
«Rufo non è un assassino!» continua ostinatamente a gridare Schytilla.
«Non la pensa così il tribuno. Qualcuno si è preso la briga di informarlo dettagliatamente su come sono andate le cose!»
«Rufo non è un assassino» insiste la ragazza disperata. «Lui mi libererà».
«Ora basta, schiava! Accetta la realtà, è meglio! Non hai capito che Rufo è già morto? È lui, che ha fatto scoccare la scintilla della lotta, e quattro persone sono morte. E di suo, Rufo non solo ha ucciso uno dei monaci neri, ma ha anche spezzato le gambe a un cittadino romano! Neppure il tuo dio Ariano, con tutta la sua potenza, potrà mai salvargli la vita!»
Schytilla scoppia in lacrime. Si copre la faccia con le mani e si acquatta in un angolo, gemendo e singhiozzando.
«Rufo tra pochi giorni non esisterà più», incalza crudelmente Volcacio. «E se ti dico che è solo questione di qualche giorno, è perché lo so per certo. Colui che ha riferito al tribuno le gesta di Rufo, è uno che ha il potere di ottenere giustizia in poco tempo!»

§ 41. Palazzo di Pacato

«Altro che umiltà!», rimugina Giovanni fra sé e sé mentre si appresta a bussare alla porta del senatore Pacato. «A Floro ho detto la pura verità. Se c’è una cosa che non posso sopportare è proprio questa che sto facendo, andare a chiedere aiuto per qualcuno».
Si rende conto di non aver mai avuto problemi quando si è trattato di impersonare il ruolo del monaco che viene dal deserto, che ha passato anni e anni lontano dalle cattiverie e dai compromessi della società, che parla e si muove al di sopra di ogni pochezza umana per evocare solo il paradiso, e che consiglia sempre tutti… Ma ora, dover distruggere quella sua immagine per umiliarsi di fronte una personalità influente come Pacato - che oltretutto dopo avere ottenuto la guarigione grazie alle sue preghiere, non si è nemmeno fatto cristiano! – beh, questo davvero gli pesa.
Ma ormai, dopo tanti anni, il monaco Giovanni ha le idee chiare. C’è una sola cosa che deve fare nella sua vita: amare. Quello vale. Il resto no. E per incoraggiarsi in quello che sta per fare, ripete tra sé e sé una preghiera che ha scritto tanto tempo prima.

«Signore, io lo so
quanto è vuoto il mio parlare,
quanto è vuoto il mio dare,
quando in essi non metto il tuo amore!

Signore, io lo so
quanto invece è pieno il mio tacere,
quanto invece è pieno il mio chiedere,
quando in essi io metto il tuo amore!»

*       *       *

«Raccontami pure tutto!» gli dice Pacato tirando le profonde rughe delle sue guance in un sorriso accogliente. È incredibile come un uomo di statura così bassa, possa essere invece così tanto intelligente e così tanto importante.
Giovanni racconta. Racconta di Berterico, dell’incursione, della lotta, degli incidenti, dei morti, e dell’intervento di Dafnio.
Per tutto il tempo che Giovanni racconta, Pacato ascolta senza mostrare alcuna emozione, tenendo ferme le mani sulla pancia, come un giudice che accumula freddamente tutti i dati, in attesa di esprimere solo alla fine il suo verdetto inappellabile.
«E questo è tutto!» conclude Giovanni.
«C’è una cosa che non mi convince!» mugugna Pacato comprimendo le labbra. «Come mai Dafnio si trovava proprio da quelle parti?»
La domanda del senatore è pungente. Improvvisamente Giovanni si rende conto che la coincidenza è un po’ troppo particolare per non far sorgere dei sospetti.
«Pensi che Dafnio fosse d’accordo con gli aggressori?»
«Conosco bene quel diacono, e i cristiani come lui» conferma Pacato con disprezzo. Ma si rende subito conto di aver espresso un giudizio che può risuonare sgradito al suo interlocutore cristiano, e subito precisa: «Intendo dire che conosco che razza di gente circondi il Pontefice. Non sono persone spirituali, quelle, ma una corte come tante altre corti di sovrani, dedite agli intrighi e capaci di qualsiasi delitto pur di far valere i loro privilegi e aumentare il loro potere. Tu, monaco Giovanni, con la tua fede mostri un volto del cristianesimo molto diverso da quella gente, che invece accumula ricchezze, si circonda di schiavi e servitori, sfoggia abiti preziosi e usa carrozze che destano l’invidia dei nobili più in vista della città».
«Quindi il casuale arrivo di Dafnio, il suo sdegno e la sua corsa dal tribuno… può essere stata tutta una macchinazione?»
«Non vorrei scuotere troppo la tua visione del mondo», riprende lo scaltro senatore, «ma tu, monaco ingenuo, rischi di essere un agnello in mezzo ai lupi». Poi si gratta il mento e dice: «Giovanni, se sei venuto da me e mi hai raccontato tutta questa storia è perché vuoi il mio aiuto, vero?»
Giovanni abbassa il capo, e fra sé e sé recita ancora una volta la sua preghiera.
«Sì, clarissimo», risponde diventando rosso, «sono qui per chiederti di salvare la vita di Rufo e Anteo, perché anche se hanno sbagliato, non sono degli assassini. E ti chiedo anche di vegliare perché a Berterico sia concesso di ricostruire il suo villaggio».
«Giovanni!» esclama il senatore. «Comprendo benissimo che tu voglia salvare due amici tuoi, ma mi stupisco non poco che tu, monaco cattolico, mi chieda di proteggere degli eretici!»
«È una cosa che stupisce molti, lo so».
«Ora capisco perché hai tanti nemici tra i cattolici potenti. E devo confessarti che questa tua richiesta, di contrastarli nei loro piani, mi attira tremendamente. Mi attira. E penso che sarà per me un piacere accontentarti. Allora senti, ho una proposta da farti».
«Eccomi!»
«Per quanto riguarda i due ragazzi, assumerò io personalmente la loro difesa in aula, e ti garantisco che non saranno giustiziati».
«Oh, clarissimo, tu di persona, difensore? Non osavo nemmeno sperare una cosa simile!»
«Però», soggiunge subito Pacato, «non potrò evitare che scontino una pena!»
«È giusto!»
«Vedrò di farli finire ai lavori forzati, magari a quelli delle opere pubbliche».
«Sarebbe un sogno!»
«Sì. E anche per la ricostruzione del villaggio ti assicuro la mia protezione. Così tutti quegli ariani rimasti senza tetto ritroveranno la loro casa».
Giovanni tace. Il senatore sta facendo troppe concessioni. Quale ne sarà il prezzo?
La risposta non tarda a venire.
«Tu però dovrai fare una cosa per me».
«Dimmi».
«C’è una persona a me molto cara che sta molto male. Io temo che stia per morire. È una persona che mi ha dato tanto, nella vita, la sua giovinezza e la sua bellezza. E io mi sono affezionato molto a lei».
«Vuoi che vada da lei?»
«Sì, voglio che tu vada nella villa che le ho donato, e che la assista. Se, per benevolenza del tuo Dio, la ragazza sopravvivrà, ti sarò grato. Se invece la ragazza dovrà morire, almeno avrà avuto accanto a sé una persona come te, inviatole dal suo padrone che tanto la ama, che la avrà accompagnata verso il grande buio sostenendola e aiutandola in ogni cosa».
«Assisterò con tutto il cuore questa persona», esclama Giovanni mostrando piena adesione alla richiesta. «E dove è la sua villa?»
«Un po’ lontano da qui, nella mia natia Gallia!»
«Cosa? In Gallia?»
«Sì, lo so, la Gallia sembra sempre molto lontana da qui. Ma per il viaggio ti metterò a disposizione una mia carrozza, e vedrai che arrivare fin là non sarà poi una cosa dell’altro mondo!»
Giovanni sente un brivido lungo tutto il suo corpo. Il conto che gli ha presentato il clarissimo è davvero salato. Dovrà assentarsi dal Roma per chissà quanto, e lasciare tutte le sue attività.
Ma solo così i suoi amici, e Berterico, potranno essere salvi.

 

§ 42. Palazzo Laterano

«Cosa sei venuto a fare qui da me, Volcacio?» chiede il diacono Dafnio, con fare sospettoso. «E perché porti con te questa donna velata, con il collare degli schiavi?»
«Devi farmi incontrare il Pontefice».
«Perché?»
«Questo è un dono per lui. È una giovane schiava».
«Ma sei matto?» reagisce il diacono. «Donare una giovane schiava al Pontefice? Ma non lo vedi quanto il Pontefice si atteggi a rigido moralista? Ha addirittura vietato al clero di prendere moglie! E secondo te, un uomo così intransigente, potrebbe accettare in dono una giovane schiava?»
«Ma guardala!» invita Volcacio scoprendo il volto della ragazza. Dafnio sgrana gli occhi.
«Come vedi», continua Volcacio, «non si tratta solo di una buona lavoratrice, ma di una creatura di rara bellezza. Permettimi di incontrare il Pontefice e di farmi conoscere da lui, almeno in questo modo. Questa schiava è il frutto dell’incursione nel villaggio ariano, è quasi un simbolo, e penso che in fondo, accettarla non gli dispiacerà poi molto!»
«No, non si può fare un dono simile a papa Siricio!», ripete Dafnio scuotendo la testa e facendo vibrare le sue orecchie a sventola. «Non è conveniente perché...»
Improvvisamente si ferma, quasi voglia trovare le parole giuste.
Ma non è così. Lui sta cambiando idea.
«Però», dice, «riflettendoci bene, non è una brutta cosa che gli si offra un simile dono».
Volcacio ormai conosce il diacono e le sue mire. «Tu stai pensando di tentare il Pontefice?» sussurra.
«No», reagisce subito Dafnio, «una cosa così non la farei mai!» Ma subito sulla sua faccia butterata si stende un largo sorriso malvagio. «Penso solo che debba essere lui, a giudicare se questo dono è inopportuno o no. Non posso essere io a dirlo. E quindi attendi qua. Vedo cosa posso fare».

Non passa molto tempo, e si aprono le porte della sala del Pontefice. Il papa è in piedi, con il volto serio, quasi infastidito.
«Santità», si presenta Volcacio, «io sono Dalio Salsulo Volcacio, e il mio cuore brucia di zelo per la santa chiesa».
«Ho sentito parlare di te», gli dice il papa senza mostrare alcuna benevolenza. «E ho sentito delle tue imprese. Penso che questo tuo bruciante zelo, tu debba sforzarti di governarlo!»
«Santità, riconosco di aver commesso degli eccessi», si scusa Volcacio, convinto che il piglio severo del Pontefice sia solo una facciata per nascondere un’approvazione di fondo. «Ma ho sempre agito in buona fede. Non potevo sopportare che in questa città, cuore del cattolicesimo, potesse convivere indisturbata una setta che non riconosce il puro credo niceno e non si sottomette alla tua autorità».
Siricio tace. Non vuole in alcun modo essere accogliente. «Il consigliere Dafnio mi ha molto pregato di  ascoltarti. Cosa mi devi dire?»
«Devo dirti che ti sono devoto, santità, e che per provare la mia devozione, ho un dono per te».
E subito il diacono Dafnio, che era rimasto accanto alla porta, fa entrare Schytilla e la fa andare verso il Pontefice.
Schytilla, con lo sguardo basso, cammina fino ad essergli vicino, e si inginocchia davanti a lui. «Santità...»dice, con un tono che è allo stesso tempo deferenza e implorazione.
«Alzati, figliola», la invita paternamente il papa. «Vedo che porti il collare da schiava».
«Sì, santità!» si intromette subito Volcacio. «È questo il mio dono per te!»
Siricio rivolge a Volcacio uno sguardo di fuoco.
Volcacio rabbrividisce.
Solo in quel momento viene preso dal dubbio di avere osato troppo. Forse non è vero che il papa, nel segreto dei suoi pensieri, approva tutto quello che lui fa?
Il papa, indispettito, va a sedersi su un tronetto. Si mette le mani sul viso, muove le dita sulla fronte, e resta pensoso per un po’.
Dafnio e Volcacio non capiscono.
«Che devo fare, Signore?» dice il papa, guardando in alto. «Che devo fare con questi tuoi figli?»
Si rimette in piedi. Ha preso una decisione.
«Va bene Volcacio, accetto il tuo dono. Ma questa figliola non resterà un minuto nel mio palazzo. Tu la consegnerai immediatamente alla pia matrona Marcella. Lei saprà come accoglierla e come liberarla».
Schytilla non crede alle sue orecchie.
«Sorveglierò che tutto sia fatto secondo il tuo volere, Santità» dice Dafnio mal celando una cocente delusione. Siricio non è caduto nella sua trappola, ha accettato la bellissima schiava solo per liberarla!
Ma subito si rincuora, pensando che non gli mancheranno altre occasioni per insidiare il Pontefice,

 

§ 43. Domus di Marcella

Dafnio in persona, sulla sua carrozza, porta Schytilla sull’Aventino. La carrozza si ferma davanti a un palazzo sontuoso, che sembra una reggia. «È questo, il posto!» dice Dafnio.
Schytilla rimane a bocca aperta.
Marcella, una donna anziana con il capo coperto da un velo nero, corre ad accogliere l’ospite.
«Il Santo padre», le dice Dafnio, «ti invia i suoi saluti e la sua benedizione, pia signora. Ti ho portato la schiava Schytilla, che, secondo il desiderio del Santo Padre, tu accoglierai nel tuo monastero e renderai persona libera».
«Ti ringrazio, diacono Dafnio. Porgi i miei filiali saluti al Pontefice e assicuragli la mia totale obbedienza. E tu, cara, vieni! Vedrai, qui ti troverai bene!»
Schytilla è tremendamente imbarazzata. Quasi non crede a quello che le sta succedendo. Nessuno, all’infuori di Rufo l’ha mai trattata con tanto riguardo.
Mentre Dafnio se ne torna con la sua carrozza in Laterano, Marcella posa una mano sulla spalla della ragazza e la fa entrare in casa.
«Il santo Padre ha fatto bene, a mandarti da me. Vedi, Schytilla, in questa casa c’è la pace, la pace di coloro che lodano Dio. Questa non è, come può sembrare, la dimora di gente ricca. Questo è un monastero».
«Qui… ci sono monache?»
«Sì, io sono monaca, e qui vivono con me altre che, come me, rifiutano il mondo e le sue pompe, per pregare, studiare le scritture e per vivere in fraternità».
Schytilla ascolta sbigottita. Nonostante i suoi mesi di catecumenato, non le è facile sentire parlare con tanta disinvoltura di vita di preghiera. Sente di trovarsi in un altro mondo, privilegiato, che non conosce cosa sia la furibonda lotta per la sopravvivenza, e che, al riparo di una ricca casa che lascia fuori soprusi e cattiverie, si permette invece di parlare di preghiera e di studio. Ma dove è capitata?
In ogni caso quella monaca è affettuosa, e sembra proprio sincera. Oltre tutto lei è stata mandata, lì, nientemeno che dal Pontefice. Quello che nelle trame di Volcacio doveva essere il suo sfruttamento fino alla fine, si è concluso invece con il suo ingresso in una casa accogliente e la prospettiva di essere addirittura affrancata dalla schiavitù.
Schytilla in questo momento prova un forte senso di gratitudine verso Dio e si sente da Lui condotta.
«Come prima cosa», dice Marcella, «voglio mostrarti il cuore pulsante di questa casa». E la fa entrare in un locale pieno di banchi bene allineati, in fondo al quale c’è un altare. Sulla parete, illuminato da una gran quantità di ceri, troneggia un mosaico, raffigurante un uomo con la barba e tanti raggi che escono dal suo capo. Alla sua sinistra c’è la lettera alfa, alla sua destra la lettera omega».
«È la raffigurazione di Cristo, vero?» dice Schytilla.
«Certo! E vedi, sotto al mosaico, cosa c’è?»
La ragazza abbassa lo sguardo e vede diversi oggetti poggiati con cura su un tavolo, una stampella, una mano di gesso, un ritratto, un pugnale tempestato di gemme, un cofano contenente chissà cosa…
«Questi sono oggetti votivi», spiega Marcella, «di chi ha chiesto a questa immagine di Cristo miracoli e li ha ottenuti! Come vedi c’è chi era zoppo e ora non lo è più - e ha voluto lasciare qui la sua stampella -, c’è chi stava per vendicarsi ma è stato sanato nel cuore - e ha lasciato qui il suo pugnale -, c’è chi aveva il marito in fin di vita - e ha lasciato qui il suo ritratto -…. tu comprendi, vero?» 
«Sì».
Schytilla guarda meglio il volto di Cristo. È un volto molto severo. L’artista che ha realizzato quel ritratto non sembra aver mai conosciuto ciò che più attirava Schytilla nei mesi di catecumenato nel villaggio, e cioè l’accoglienza amorosa di Cristo. Quel volto lì, invece, fa anche un po’ paura.
«Andiamo» dice Marcella. E accompagna la ragazza lungo un corridoio.
«Questa è la tua cella», dice aprendo una porta. È una stanza molto bella, con degli affreschi colorati, un letto, un armadio, una sedia e un tavolo, e ci sono anche una brocca e un catino per lavarsi. «Qui», riprende Marcella, «potrai startene al sicuro. Vedi? Sul davanzale della finestra c’è anche un vaso di lavanda. Simboleggia la nuova vita che qui molte di noi hanno intrapreso. Quando vorrai, saremo contente se verrai a pregare con noi, e se ci aiuterai nelle nostre opere caritative per poveri!».
«Ti ringrazio, signora» dice Schytilla. «Non avrei mai osato sperare tanto».
«Come vedi, la provvidenza sa bene come curarsi di ciascuno di noi!» esclama Marcella.
La parola «provvidenza», detta da Marcella quasi sospirando, con un velato intento di istruire, in quel momento fa fare un’impercettibile smorfia a Schytilla. Il suo cuore è straziato per la sorte di Rufo, e anche di Anteo, e quella parola le suona come qualcosa di estraneo, di etereo, di fuori dalla realtà. 
Vorrebbe chiedere alla pia matrona se lei per caso sa qualcosa dei due ragazzi, ma capisce che è meglio tacere. Potrebbe essere imprudente aprire il suo cuore, almeno in quel momento.

 

§ 44. A.D.390, primavera, Paludi Pontine

Paludi pontine. Un ambiente invivibile, infestato da esalazioni putride, acquitrini, fango, marciume, liquami, grovigli inestricabili di canne, e zanzare a non finire. Un posto dove nessuno vorrebbe mai abitare.
Il territorio, vasto e abbandonato, è però il passaggio obbligato per chi va e viene dalle province meridionali a Roma. Luogo ideale quindi, per tendere agguati e perpetrare rapine.

Quello è il regno di Caurione.
Si dice che sia un gladiatore della Gallia fuggito dal circo. Ma guai a chiamarlo brigante. Caurione ha coniato per sé l’altisonante appellativo di «Caurione, il re bagaudo», facendo suo il nome, da lui sentito chissà quando e chissà dove, dei «bagaudi», i ribelli delle Gallie che raccolgono tra le loro fila i perseguitati, gli scontenti e anche tanti cittadini romani angariati dall’insopportabile gravame fiscale di uno stato sempre più nemico.
Ma nonostante il tentativo di darsi una parvenza di nobile combattente e di nemico di Roma, Caurione, figura rozza, dalla testa massiccia incassata nel torace, e dagli occhi piccoli piccoli, resta sempre un volgare bandito.
Ma non gli mancano furbizia e intelligenza. Ha organizzato i suoi briganti in più bande, autonome, mobili, inafferrabili, che cambiano di continuo accampamento, ciascuna con un capo a sé, ma tutte a lui sottoposte. Spetta sempre a lui, infatti, la scelta degli agguati e la spartizione dei bottini. Con questa organizzazione, ogni volta che le forze dell’ordine si avventurano in quell’inferno per sterminare i briganti, a farne le spese può essere una delle bande, due al più, ma sempre altre nuove ne spuntano dai canneti, vanificando così ogni tentativo di riportare sicurezza in quella zona.
Nei pochi e squallidi centri abitati della regione, il nome di Caurione è temuto e rispettato.

Ed ecco, al cospetto di Caurione, facendosi strada tra i canneti delle paludi, arriva un temuto capobanda. Si chiama Dargaste, e porta con sé una dozzina di prigionieri.
«Ho dato compimento alla missione che mi hai affidato» dice orgogliosamente. «Ho aggredito il gruppo di edili che stavano ripristinando il tratto allagato della via Appia. Ho ucciso le guardie, e ho preso con me i condannati ai lavori forzati. Eccoli, sono i tuoi nuovi guerrieri».
«Inchinatevi di fronte a Caurione, il vostro liberatore, il vostro nuovo re» tuona la voce di un brigante.
Tutti i prigionieri si inchinano.
Ad eccezione di uno, dall’aria fiera.
«Tu, perché non ti inchini?» chiede Caurione incuriosito.
«Io non mi inchino di fronte a nessun uomo, ma solo fronte a Dio».
Caurione sbotta in una sonora risata, che mette in primo piano la sua bocca e nasconde del tutto i suoi piccoli occhi. E si rivolge ai suoi uomini. «Oh, bene, guardate, abbiamo tra di noi un presbitero!»
«Tu l’hai detto, Caurione» conferma l’uomo in piedi.
«Hai visto che ti ho scoperto?» esclama Caurione, guardandosi intorno soddisfatto di aver intuito giusto. «E quale sarebbe il tuo nome?»
«Io sono Virio Anicio Rufo» risponde l’uomo. «Sono stato un soldato di Maximo, e ora, sì, è come dici tu, sono un presbitero. Un presbitero ariano».
«Soldato e presbitero, splendido!» gongola Caurione come di fronte a un nuovo divertimento. «E oltretutto ariano, proprio come me! Allora già so tutto di te. Ti hanno incolpato di crimini mai commessi, vero?»
«Non è così, io ho ucciso!»
Tutti restano sorpresi da una simile risposta, e ancor più dal tono determinato con cui è stata data.
Caurione fa un ghigno di soddisfazione. Nella monotonia della vita delle paludi, finalmente un personaggio interessante che, nonostante si ritrovi sperduto, completamente disarmato e in sua completa balìa… si permette di trattarlo da pari a pari! Davvero divertente.
«Qui tutti hanno ucciso!» dice Caurione. «Perché noi siamo i nemici di Roma!». Va vicino a Rufo, lo guarda in faccia con un sorrisetto di scherno, e riprende. «Benvenuto nel mio regno, Rufo. A quanto pare tu sei stato soldato, quindi sai bene come si combatte, vero?»
«Sì».
«E se sei anche presbitero, sai bene anche come si prega, vero?»
Rufo stavolta tace. Sente su di sé lo sguardo adorante di alcune donne, palesemente prostitute, che circondano Caurione. Devono essere il fior fiore della sua corte.
Quel silenzio indispettisce il bandito, che si stufa dell’inutile confronto, e afferra una lunga spada.
«Questo è il mio scettro» declama mostrandola a Rufo e ai nuovi venuti. «Qui il solo re sono io, ‘Caurione il re bagaudo’, il nemico di Roma. E voi siete i miei nuovi soldati. Se lotterete fedelmente per me avrete potenza, ricchezze, e forse un giorno condividerete con me il dominio su Roma! Se invece non riconoscete la mia regalità, o tenterete di tradirmi, io vi crocifiggerò».
«Maestà» implora uno dei prigionieri. «Io voglio con tutto il cuore esserti devoto, ma non so guerreggiare, non l’ho mai fatto. Io potrei servirti in un altro modo!»
Caurione squadra chi ha parlato. È un ragazzo dagli occhi tondi e sognatori e con tanti riccioli biondi.
«Io», continua il ragazzo, «sono capace di comporre inni, e lo posso fare per te e per i tuoi guerrieri!»
Le donne che fanno corona a Caurione emettono risolini e sospiri. Non si erano mai trovate, prima d’ora, di fronte a un personaggio così delicato.

Caurione invece si adira. «Qui mi servono guerrieri», urla. «L’unico canto che mi interessa è il grido di chi uccide! Non mi importa cosa tu sappia fare, ma qui, o impari a maneggiare le armi, o ti lascio inghiottire dal fango della palude!»
«Imparerò a combattere, stanne certo!» rettifica subito il ragazzo, tra le risate di tutti.
Ma Caurione resta serio. «Dargaste!» dice al capo banda, ignorando completamente il ragazzo «questi prigionieri puoi prenderteli tu, te li sei meritati! Portali nel tuo campo e fanne diventare dei guerrieri».
«Lo farò con piacere!» risponde Dargaste.
«E ora andate tutti via!» ordina Caurione. «E tu, presbitero», dice rivolto a Rufo, «non provare mai a mancarmi di rispetto! E non ti azzardare soprattutto», continua aprendo la bocca nel ghigno ironico di chi sta per dire una grossa spiritosaggine, «a diventare il confessore di queste povere ragazze. Guai a te se le riconduci sulla retta via!». E sbotta in una sguaiata risata di autocompiacimento, seguito dagli schiamazzi divertiti dei briganti.

*       *       *

Nei giorni che seguono, nel campo di Dargaste, i prigionieri vengono addestrati ad aggredire e a difendersi.
Rufo, per la sua esperienza militare, eccelle su tutti, mostrando di conoscere bene ogni arte e ogni trucco dello scontro uomo a uomo.
Non così Anteo, che come guerriero si ritrova in un ruolo che gli è completamente estraneo. Molti fanno a gara per scontrarsi con lui solo per il piacere di gettarlo a terra senza difficoltà. Per quanti sforzi faccia, Anteo proprio non riesce ad essere aggressivo. E così viene deriso, e diventa lo zimbello di tutti.

E arriva finalmente il momento di una sortita che, secondo le valutazioni di Dargaste, non presenta grandi difficoltà e che può quindi rappresentare la prima prova per le sue reclute.
Si tratta di una rapina a un carro di mercanti che sono rimasti impantanati su un tratto sconnesso della strada consolare.
Anteo è emozionatissimo, e si muove goffamente.
I briganti sbucano fuori dai canneti, circondano il carro e tirano giù in malo modo i mercanti. Uno di loro, sentendosi strattonare, accenna a difendersi. Dargaste allora alza la spada per ucciderlo. Ma Anteo grida «No!» e istintivamente si frappone fra Dargaste e il mercante, finendo così per prendere un colpo di piatto sulla tempia.
«Ma cosa fai, imbecille?» grida Dargaste furibondo.
I mercanti approfittano di quel momento di incertezza per fuggire e dileguarsi tra i canneti.
I briganti urlano sdegnati contro Anteo.
Ma il giovane non reagisce, è ferito, e cade a terra.

I briganti raccolgono le mercanzie dal carro, e vanno al campo del loro re.
Rufo, che porta sulle spalle Anteo, lo posa delicatamente a terra. Il giovane geme con una mano sulla tempia sanguinante.
Dargaste invece è tutto compreso dall’orgoglio di avere un bottino. Si avvicina a Caurione e, con atteggiamento trionfante, lo fa deporre ai suoi piedi.
Tra gli oggetti spicca un elmo, molto leggero e modellato in modo da coprire bene sia la testa che le guance.
A Rufo viene subito un’idea. «Mio signore», dice a Caurione con tono serio e rispettoso, «questo elmo potrebbe essere utile ad Anteo per le prossime sortite, fintantoché non diventi un po’ più esperto con la spada».
«Sì, magari...»rantola Anteo.
I briganti ridono.
Ma Dargaste, il capobanda, no.
«Un imbecille come questo, molle e incapace», urla, «non merita niente del bottino! Non gli serve un elmo, per riparargli la testa. A forza di prendere botte imparerà da solo come difendersi!» Si avvicina ad Anteo e, con violenza, comincia a prenderlo a calci.
«Anche l’elmo, adesso, vorresti?» lo beffeggia continuando a colpirlo. «Tu che mi hai impedito di tagliare la testa a uno stupido mercante!»
Anteo cerca di scansare come può tutti quei calci. Ma Dargaste incalza, tra le risate crescenti di tutti. «Tu, femminuccia», continua, «hai paura di uccidere, questa è la verità. Ce ne vorrà, del tempo, prima che tu diventi un guerriero!».
Anteo rotola a terra, e Dargaste gli monta sopra con un piede.
Rufo vede un debole soccombere, e ancora una volta, sente la follia che gli sale al cervello,
Senza pensare, si scaglia contro Dargaste.
Dargaste dapprima resta stupito da un attacco che non si sarebbe mai aspettato Ma subito reagisce, e i due si attanagliano l’uno all’altro rivoltandosi a terra e fino ad arrivare ai piedi di Caurione.
Caurione sembra non aspettasse altro. Un brivido lo scuote tutto, e grida: «Basta! Dividetevi! Non è in questo modo, che si battono i miei uomini. Se dovete farlo, fatelo qui, davanti a me, e sia all’ultimo sangue!»  È la sua vita da gladiatore che riaffiora, con tutte le brutture e atrocità del circo. Ma stavolta lui non è nell’arena, ma nel trono dello spettatore.
Tanto è l’odio di Rufo, che gli uomini di Caurione fanno una gran fatica a staccarlo dal suo avversario. Poi li mettono uno di fronte all’altro, parimenti armati, delimitano l’area in cui la lotta deve svolgersi, e si mettono tutti intorno desiderosi di assistere allo spettacolo.
Anteo invece trema come una foglia. Se Rufo mai dovesse soccombere di fronte all’avversario, per lui sarebbe la fine!
Caurione emette un grugnito di soddisfazione. Un duello del genere lo aspettava da tempo. Il risultato gli farà capire cosa fare di Rufo. Quello lì infatti, che, come consumato uomo d’armi, si rivela un ottimo brigante, è anche un presbitero, e questo può costituire un sottile pericolo per Caurione. Al furbo «re bagaudo» non è certo sfuggito come le donne, ma anche tanti suoi uomini, spesso chiedano a Rufo dei consigli, gli facciano delle confidenze, aspettino da lui una parola rassicurante. Questo vuol dire che quel guerriero si sta conquistando un ascendente, e quindi un potere che potrebbe un giorno competere con il suo.
Ben venga che ora stia ingaggiando lotta con uno dei suoi più temuti capobanda. Il fato stabilirà la sua sorte.

Caurione dà il via alla lotta.
Rufo sembra di colpo aver perso tutta la cieca animosità che lo aveva invaso prima. Ora è una fredda macchina da guerra, che scruta il nemico per abbatterlo senza misericordia.
Dargaste, dal canto suo, è un brigante esperto nelle finte e capace di trovare subito il punto debole dell’avversario. E oltretutto tutti quelli della sua banda lo sostengono con grida di incoraggiamento, mentre insultano e ridicolizzano Rufo, l’ultimo arrivato.
La lotta sembra non finire mai. I due nemici infatti sono di pari valore.
Ma a un certo punto Dargaste fa un passo falso. Vacilla.
È la sua sconfitta.
Rufo prevale su di lui. E lo riduce a gemere a terra, sotto la punta della sua spada.

Caurione, con un certo disappunto, deve prendere atto della superiorità di Rufo. E tende il pollice verso, che decreta l’uccisione del perdente.
Tutti tacciono.
Rufo non si muove.
Caurione comincia a infuriarsi per la disobbedienza di Rufo.
Ma Rufo non si muove.
«Cosa aspetti? Ti ho dato un ordine!» grida spazientito.
Ma Rufo non prende ordini da nessuno. La vita di Dargaste è tutta nelle sue mani, è solo lui che può decidere se uccidere o usare misericordia.
Misericordia, sì. Quella di cui tanto parlava Berterico, nel tempo benedetto del villaggio, quando lui sentiva il richiamo all’infinito, a Dio, e accanto a lui c’era Schytilla, colei che dava senso a tutto e che sempre gli ispirava pensieri nobili, comportamenti giusti, ragionevoli, umani. Ma qualcuno, con un’incursione assassina, ha provocato la morte di quella incredibile creatura. Ora l’angelo che aveva accanto e che impersonava la sua misericordia stessa, non c’è più.
Non c’è più.
«Volcacioooo!» grida Rufo. È un nome mai udito, incomprensibile per la gente della palude. Un grido che fa accapponare la pelle, lungo, che sembra non finire mai, e che si perde nei meandri della palude.
E Rufo affonda la sua spada nel collo di Dargaste.
«Ohhhh» esclama la folla delusa e sconfitta.
«Sei stato bravo Rufo» dice compiaciuto Caurione. «Ora sostituirai tu, Dargaste, nel comando della banda. Ora i suoi uomini sono tuoi!»
Ma Rufo non esulta. Lui non ha obbedito, come crede Caurione.
E si allontana.
Va verso una tenda.
Vorrebbe nascondersi.
Si siede e si copre il volto con le mani.
E intanto, sul campo, le donne e i briganti fedeli a Dargaste corrono da lui per raccogliere i suoi ultimi respiri.

 

§ 45. Domus di Marcella

Nonostante il trascorrere dei giorni e dei mesi, e nonostante il caldo affetto di Marcella e delle sue monache, Schytilla si sente ospite in un mondo che non è il suo e che non lo potrà mai essere.
Con tutto il cuore ha provato, per sé e soprattutto per chi la sta accogliendo con tanta generosità, a integrarsi fra di loro. Ci ha messo tutto il suo impegno. Ma la sua natura è selvaggia, e Schytilla si sente in gabbia.
Si ripete ogni giorno, ogni ora, che l’esperienza del villaggio di Berterico è una cosa ormai passata e finita, e che Rufo, il suo focoso e fragile padrone, purtroppo non c’è più. E non c’è più nemmeno Anteo, il suo inafferrabile e sognante amico.
Ma proprio non riesce ad accettare di dover girare pagina e vivere una vita nuova.
Sarà certamente qualcosa di edificante, la vita che le monache conducono tra quelle belle mura, adorne di marmi e affreschi, di giardini, piscine, e grandi aule mosaicate. Esse guardano altrove, puntano al cielo, pensano solo ad approfondire le sacre scritture, e le meditano, le interiorizzano e le condensano in atti effettivi di carità verso i poveri. Di per sé è una grande cosa, perché è tutto un grido di contestazione alle stupide lotte del mondo di fuori, che vive solo per la sopraffazione.
Tutto vero.
Ma Schytilla non ha pace.

Le hanno spiegato che la prima guida spirituale del monastero è stato il grande Girolamo. Quando poi il santo eremita ha dovuto lasciare Roma, a prendersi cura delle loro anime si sono susseguiti altri monaci, fino a che, dalla Terra Santa, Girolamo stesso ha inviato a loro l’amato Giovanni, che le ha subito conquistate alla carità di Cristo.
Ora però, anche Giovanni è dovuto partire, per un suo misterioso viaggio nella Gallie! Ma non ha voluto lasciarle sole, e ha incaricato di sostituirlo un chierico da lui molto stimato.
Si chiama Noviano, è un uomo abbastanza giovane, sbarbato, dall’atteggiamento sempre vigile e compreso dalle proprie responsabilità. Nonostante la sua età è molto esperto nelle scritture, e ispira fiducia.
Ecco perché Schytilla, al termine di una celebrazione, gli chiede di potergli parlare in privato.
Marcella e le altre monache cercano di mascherare la loro contentezza per quella richiesta, perché sotto sotto, pur mostrandosi disinteressare alle scelte di Schytilla, sperano sempre che lei abbracci una buona volta il credo niceno e si faccia monaca accanto a loro.
Ma se mai potessero ascoltare il colloquio, tutta la loro contentezza sfumerebbe in un attimo.

«Perché il tuo cuore è in pena?» chiede Noviano
Schytilla è titubante. Non le è facile aprire il suo cuore. «Io non vedo» risponde. «Io non so. Questa vita tra le monache non fa per me. Temo però, così dicendo, di essere ingrata verso Marcella, verso il papa, e anche verso Dio, che mi ha salvato da tante tribolazioni facendomi riparare in questo posto felice».
«Dici di non voler essere ingrata verso Dio. Allora vuol dire che tu, Dio, lo vuoi amare!»
«Se devo dirti la verità, temo di non conoscerlo molto, perché la mia formazione come catecumena è stata interrotta tragicamente. Però, sì, lo vorrei amare».
«Allora prova a farlo sul serio, Schytilla. Ricorda che il Signore stesso dice ‘A chi mi ama, mi manifesterò’. E io ti posso assicurare che è proprio così. Se proverai ad amarlo, ne vedrai delle belle».
«E come faccio, io, misera creatura, ad amare Dio? Lui è l’infinito, io sono infinitamente piccola e senza forze».
Noviano sorride. «Non penserai mica che per amare Dio occorra fare cose clamorose come fanno quelli che abbattono i templi dei pagani e disperdono gli eretici?»
«Beh, io cose così non saprei proprio farle».
«E non penserai nemmeno che per amare Dio occorra farsi monaca come Marcella, cantare, studiare e pregare?»
«No?»
«No!»
«Tu mi stai dicendo», azzarda Schytilla incredula, «che io posso amare Dio anche senza restare qui, in questo monastero?»
«Ma certo! Per amare Dio – sono parole del Vangelo - occorre fare una cosa sola, la sua volontà! E questo significa che l’unico modo per amarlo è fare bene, con tutto il cuore, quello che Dio ha pensato per te. E non, fare quello che Dio ha pensato per qualcun altro! Per la nostra Marcella indubbiamente la volontà di Dio si è manifestata nel fatto che è rimasta vedova ancora giovanissima, e che ha poi incontrato Girolamo. Marcella ha detto il suo sì a tutto questo, e si è ritrovata a fondare questa bella comunità. La volontà di Dio su me, invece, come vedi, è tutta un’alta cosa. Per chi poi, come tanti miei compagni di studi, è tagliato per il matrimonio, è evidente che la volontà di Dio è comporre una buona famiglia… Insomma, Dio ci ha creati l’uno diverso dall’altro, e su ciascuno di noi c’è una Sua volontà, distinta per ciascuno. Tu, Schytilla, devi raccoglierti e capire quale è la volontà di Dio su te, e quando l’avrai messa a fuoco, dovrai volerla con tutte le tue forze, e seguirla fino in fondo. È solo così che tu puoi amare Dio!»
Schytilla ascolta estasiata. Noviano gli sta aprendo una visione della vita del tutto liberante. Di colpo sente spazzati via da lei tutti i sensi di colpa per non essere grata a Marcella, e per il suo rifiuto di fondo di una vita, come quella monastica, che non sente sua.
«Come capirò cos’è che vuole di preciso Dio da me?»
«La prima cosa che Dio vuole da te è che tu stia serena, Schytilla, perché lui è Amore, e ti ama. Tu tieni il cuore aperto a lui, alle situazioni che lui ti farà vivere, a ciò che senti giusto per te, alle pulsioni che lui ti metterà in cuore. E quando riconoscerai che, in tutto ciò, è lui che ti sta indicando una via, allora buttatici a capofitto».
«Sì» risponde Schytilla, con gli occhi umidi.

Il monaco le posa una mano sul capo, la benedice, e Schytilla corre a chiudersi nella sua cella.
Si inginocchia sul letto e prega.
Si rende conto che è la prima volta che lo fa così sul serio.
Si trova a parlare con Dio.
Non ci sono più formule liturgiche, inni, frasi fatte. È qualcosa di diverso anche da quando pregava nel villaggio di Berterico. Lì si era in tanti, confusi l’uno nell’altro.
Ora c’è lei. E Dio che la ascolta.
E nessun altro.
Per la prima volta sente che sta parlando a un amico, che non è più etereo, impalpabile, improbabile. Questo amico la sta prendendo per mano e la sta conducendo verso il compimento della sua storia, quella che lui ha pensato proprio per lei.
Ora al suo Amico può dire tutto, può mettersi a nudo senza remore, può offrire tutto di sé e può… chiedere qualsiasi cosa. Perché lui è Amore.
E le sgorga dal cuore una preghiera assurda.
È assurda, sì, ma all’amico, che tutto accoglie, si può dire tutto.
«Signore! Il mio amato padrone, Rufo, è stato giustiziato. Me lo ha detto Volcacio, e io so per certo che la sua malvagità non ha limiti. Ma anche se questa è la realtà, tu… cambia la realtà. Tu puoi! Fa’ che Rufo sia vivo, e che io lo possa ritrovare!»
Schytilla si asciuga il pianto. E si rialza in piedi.
Ma subito torna ad inginocchiarsi. La sua preghiera, con cui ha espresso la sua più profonda verità, non è stata completa.
«E fa’ che anche Anteo sia vivo!»

 

§ 46. Paludi Pontine

Dopo la sua cruenta vittoria, Rufo è divenuto il capo indiscusso e ossequiato della banda prima comandata da Dargaste.
E ora Anteo, l’involontaria causa del duello, in quanto suo amico, non viene più sbeffeggiato.
Questo cambiamento ha fatto prendere fiducia al giovane, che si è buttato a capofitto nell’addestramento, riuscendo spesse volte a prevalere su omaccioni molto più grandi di lui.
Le sortite ai danni dei viaggiatori continuano ininterrotte, e Anteo non manca mai di indossare l’elmo. Quell’elmo infatti, che gli copre tutto il volto e lascia solo uno spiraglio per gli occhi, non rappresenta solo il suo orgoglio, ma anche il suo monito nei confronti di chiunque osi farsi gioco di lui, e opporsi a Rufo e ai suoi comandi.

Caurione è soddisfatto di questi suoi nuovi guerrieri, anche se non smette di guardarli con sospetto, così come, d’altronde, guarda con sospetto chiunque, in quel regno infernale. Sa bene infatti che nelle paludi ogni delitto è permesso.
Per altro, anche se non lo vuole ammettere, nel suo profondo teme Rufo. Quell’uomo, che si spaccia da presbitero ma che si comporta invece con una ferocia inaudita, da quando ha ucciso Dargaste ha preso a tagliare una ciocca di capelli da ogni sua vittima e a raccoglierla in un sacchetto. E Caurione non ha nessuna intenzione di scontrarsi con uno come quello là e magari incrementare con la sua capigliatura la sua macabra collezione.
Deve però anche riconoscere che quel soldato mostra verso di lui una fedeltà militare alla quale non è abituato. Gli si rivolge come se fosse il suo generale. E questo è un comportamento altamente esemplare anche per gli altri capobanda. 
«Bene», si dice Caurione, «finché non si mette in discussione il mio comando assoluto e il mio potere di vita e di morte su chiunque, in questa palude, le cose possono anche andare avanti così. Forse sto davvero diventando un re. Le mie bande, in fondo, sono i miei eserciti che si fanno carico di tutte le fatiche di guerra, e io posso godermi i piaceri della vita».

Col passare del tempo, il giovane Anteo manifesta ogni giorno di più grandi doti di negoziatore, riuscendo a trattare con le famiglie dei sequestrati sempre con grande vantaggio per i banditi, e deponendo a scambio effettuato, ai piedi di Caurione, cofani pieni di monete.
Quando poi ci sono giovani prigioniere, magari provenienti da buone e ricche famiglie, Anteo veglia perché non vengano abusate o fatte schiave, in modo da poter chiedere, per  la loro integrità, i più alti riscatti.

Ma mentre Anteo sviluppa le sue capacità a tutto tondo, Rufo ogni giorno di più si chiude in un ostinato mutismo, ed è sempre più violento. Non sono infatti solo i malcapitati viaggiatori a dover subire i colpi della sua spada, ma anche i briganti della sua banda che non obbediscono ciecamente ai suoi ordini, quali che siano. E per ottenere la loro sottomissione totale, Rufo spesso perpetra di persona punizioni esemplari.
Tutto questo scuote l’amico Anteo, che non si lascia sfuggire occasione per chiedergli una chiacchierata a quattr’occhi. Ma Rufo rifiuta ogni volta. È per questo che Anteo ha deciso di seguirlo fedelmente in ogni scorreria, con il preciso scopo di impedirgli di compiere misfatti. Specialmente nei casi in cui si rapinano carri protetti da scorte armate, in cui facilmente l’assalto può trasformarsi in una carneficina.

Ma una notte, nel corso di una sortita che richiede un lungo appostamento, Anteo sente dei gemiti tra le canne.
«Rufo?»
Singhiozzi.
«Tu… stai piangendo?» chiede Anteo.
«Sì», ammette Rufo. «Piango la mia anima perduta».
«Capisco!»
«Io, adesso, sono solo uno stupido animale. Con lei invece ero un uomo».
«Sì, era così».
«Con lei la parola misericordia aveva un significato».
Anteo sente un brivido. «Ma quella parola», esclama, «un significato, ce l’ha comunque!»
«No. Il significato era solo Schytilla, quella piccola, selvaggia barbara».
Anteo si morde le labbra. L’amore di quel soldato per la sua donna sopravvive. Ed è un amore così puro che ancora adesso gli parla di misericordia. Ecco chi davvero era Schytilla per il suo amico! E in cuor suo rivolge a Dio, quel dio che ha appena conosciuto, una preghiera assurda.
«Schytilla è morta, lo so. Ma tu, o Dio della misericordia, tu, o Cristo del mio mancato battesimo, sei più potente di ogni logica e di ogni evidenza. Fa’  che Schytilla sia ancora viva!»

§ 47. Aventino – Domus di Marcella

«Mi raccomando, cara», dice Marcella con un fare gentile e volitivo allo stesso tempo, «questa sera non devi mancare! Alla prima vigilia, nell’aula grande, ci riuniamo con il chierico Noviano. Ci saremo tutti, sia noi di questa casa, sia gli amici tutti del monastero. Ci riuniamo per ascoltare due nostri fratelli, Grato e Liviana, che Noviano – la loro guida spirituale -, ha invitato tra noi perché ci raccontino una loro disavventura in cui, dice, risalta tutta l’amorosa provvidenza di Nostro Signore Gesù Cristo».
Nonostante gli sforzi di Marcella e il suo tono accattivante, l’invito non riesce a suscitare in Schytilla una grande curiosità. Pur tuttavia, a quella pia e affettuosa matrona, non può dirle di no.

Dopo i convenevoli, i saluti e le presentazioni fra tutti, Noviano fa una preghiera, e poi legge una pagina della Scritture.
Preparati così gli animi, dà la parola agli ospiti.
Grato, sforzandosi di sillabare bene le parole per farsi capire nonostante la sua erre moscia, premette che tutto ciò che dirà è unicamente a lode di Dio, e che quindi non deve assolutamente diventare poi oggetto di commenti o, peggio, di pettegolezzi. Se infatti le notizie che sta per dare usciranno dalla cerchia ristretta dei fratelli, potranno nuocere a tante persone. Ottenuta dagli ascoltatori la promessa della riservatezza, fa sapere che lui e Liviana sono domestici del clarissimo Simmaco che, pur essendo il campione dei pagani, li stima per la loro dedizione e laboriosità, ed è loro affezionato pur sapendoli cristiani.
Liviana aggiunge che è per questo che, quando Simmaco si assenta da Roma per andarsi a rifugiare per un po’ in qualcuna delle sue ville, se li porta sempre appresso.
«Tornavamo dunque in città», prende a raccontare Grato, «dopo un periodo di riposo del clarissimo nella sua villa di Baia. A causa del degrado della via Appia nel tratto delle paludi, e quindi della scomodità che avrebbe comportato un viaggio in carrozza su un lastricato dissestato come quello, eravamo su una barca trainata in alaggio dai muli, lungo il canale che costeggia la via nel tratto del decemnovium».
«Quand’ecco», interviene Liviana, «ci fermano dei briganti!»
«Ooohhh» esclamano gli uditori.
«Li vediamo davanti a noi, che ci aspettano. La barca sta andando verso di loro e noi non possiamo invertire la navigazione. Ci guardiamo intorno. Non abbiamo scampo. Sono tanti, e tanti altri ne spuntano fuori dai canneti. I tre uomini della scorta del clarissimo tremano, di fronte a un tale numero di briganti. Il clarissimo capisce subito che un tentativo di difesa non servirebbe a niente, e invita gli uomini a deporre le armi. I briganti si impossessano dei muli dicendo ‘Nei prossimi giorni non ci mancherà da mangiare!’. Io e Liviana ci guardiamo in faccia. L’intesa è immediata. Rivolgiamo la nostra preghiera a Cristo. ‘Salvaci!’, imploriamo insieme…»
A questo punto l’attenzione della sala è totale. Anche Schytilla è diventata curiosa di sentire come va a finire la storia.
Grato e Liviana si alternano nella narrazione, mostrando una consolidata intesa fra di loro.
«Un brigante, dal viso tutto coperto da un elmo», riprendono, «sale sulla barca e ci guarda fisso. Sembra quasi riconoscerci. Noi rabbrividiamo, ma il nostro aiuto è nel nome del Signore. Poi punta gli occhi sul clarissimo, e subito grida ai suoi compagni: ‘Qui c’è una preda favolosa! È il senatore Simmaco!’
«A quel richiamo, salta sulla nostra barca un altro bandito, alto e muscoloso, con una folta barba scura. Da come si muove è evidente che è il capo. Squadra Simmaco, squadra noi, squadra gli uomini della scorta ormai disarmati e, stranamente, si mostra contrariato. ‘Sei sicuro che sia Simmaco?’ domanda. ‘Sì’ risponde l’uomo con l’elmo. ‘Allora dobbiamo ucciderli tutti!’ esclama il capo. ‘Un personaggio così in vista è troppo pericoloso per noi. A chi potremmo mai chiedere il riscatto per un senatore?’
«Gli altri briganti sono concordi con il loro capo, e gridano ‘Uccidiamoli!’
«Il clarissimo Simmaco allora, fiutato il pericolo, tenta di parlare ai briganti. Sa bene infatti di avere la capacità di trovare le parole giuste. Ma appena apre bocca, l’uomo con l’elmo gli intima: ‘Zitto tu!’, e con nostra dolorosa sorpresa, gli dà un manrovescio, facendolo cadere a terra. Noi cominciamo a tremare come foglie. Ma pur tremando, non dimentichiamo di tenere il nostro cuore rivolto a Cristo.
«Nonostante la sua violenza, però, Il brigante con l’elmo sembra più ragionevole degli altri, e dice al capo: ‘Aspettiamo, a ucciderli. Dammi un giorno. Se riesco a trovare il modo di trattare come si deve, stai pur certo che la nostra fortuna sarà grande. Fidati di me!’. Il capo non ribatte. Si vede che ha grande stima dell’uomo con l’elmo!
«Ad ogni modo ci fa scendere tutti dalla barca e ci fa legare, per portarci chissà dove. Io e Liviana alziamo gli occhi al cielo e ci affidiamo all’amore di Nostro Signore Gesù Cristo.
«E nostro Signore ci esaudisce, perché l’uomo con l’elmo ci prende in disparte e ci intima: Voi due, venite con me!’ e ci spinge dove le canne sono più fitte. Lì per lì siamo terrorizzati, perché non riusciamo a capire perché mai ci abbia allontanato dagli altri nostri compagni di viaggio!
«L’uomo con l’elmo ci dice: ‘Io ho il potere di liberarvi. Ma voi in cambio dovete farmi un giuramento davanti al vostro Dio’. Quello che ci sta accadendo non ci sembra vero. ‘Eccoci’, rispondiamo. ‘Non dovrete dire a nessuno che Simmaco è prigioniero in queste paludi, altrimenti morirà’. ‘Te lo promettiamo’. L’uomo con l’elmo allora taglia le corde che ci legano e ci dice brusco ‘Ora fuggite, via!’ e ci dà uno spintone. Solo in quel momento comprendiamo, il Nostro Signore Gesù Cristo ha toccato il cuore di quell’uomo.
«Ma prima di allontanarci sentiamo il dovere di chiedergli una cosa. ‘Tu chi sei, perché noi possiamo almeno pregare per te?’ gli domandiamo. ‘Io non ho un nome’, risponde, ‘nessuno qui ha un nome’. ‘Noi pregheremo lo stesso per te’. ‘Pregate invece per il mio capo, lui ne ha molto bisogno’. È uno strano brigante, l’uomo con l’elmo. Che incredibile dedizione e amicizia lo lega al suo capo? Gli rispondiamo: ‘Stai certo, pregheremo per lui. Anche il tuo capo non ha un nome?’ A questo punto l’uomo con l’elmo sembra pensarci un po’ su, e ci risponde: ‘Lui è Dorq, il leone delle paludi’».

Schytilla sente una vampata di calore spaccagli il cuore e la testa. Quel nome impossibile, Dorq, è un nome che lei ha già sentito, tanto tempo fa, nel villaggio di Berterico, quando Anteo leggeva le leggende del suo codex. È un nome che nessuno può conoscere, all’infuori di quei pochi che ascoltavano le storie di Anteo. Nessuno si chiama così. E nessuno ha nemmeno mai portato l’appellativo di «Leone delle paludi».
Schytilla comprende che quel nome è un messaggio. Un messaggio dell’uomo con l’elmo, di un uomo che non può essere che…

 

§ 48. Paludi pontine

Simmaco e il suo seguito, legati e con un cappio al collo, vengono portati al cospetto di Caurione, e costretti in malo modo ad inginocchiarsi davanti a lui.
L’omaccione, che già di per sé è fiero delle imprese di Rufo, quando viene a sapere di avere ginocchio davanti a sé nientemeno che il senatore Simmaco, non riesce a trattenere la sua vanagloria.
«Tu lo sai chi sono io?» chiede a Simmaco.
Simmaco non risponde. Sa benissimo che se gli dà la risposta più ovvia, che cioè lui è un volgare brigante, e che avrà vita molto breve se non lo rilascia immediatamente, susciterà l’ira del bestione. Cosa che per ora non gli conviene di certo.
Ma per sua fortuna interviene l’uomo con l’elmo. «Te lo dico io, Simmaco. Tu sei di fronte a Caurione, il re bagaudo», declama, «l’inafferrabile, il padrone delle paludi».
Caurione gongola.
Simmaco si gira verso l’uomo con l’elmo. Il suo modo di parlare, e quell’accento greco-egizio non gli sono nuovi. Ma ancor prima che gli torni in mente dove abbia già sentito quella voce, l’uomo si toglie l’elmo, e libera i suoi riccioli biondi, che gli cadono sulle spalle.
«Tu sei Anteo!» esclama il senatore.
«Si sono invertite le parti, a quanto pare, eh, senatore?» dice beffardo il giovane. «Una volta ero io, ad essere ospitato da te, ed ora sei tu, qui da me. Ma stavolta c’è una differenza. Tu mi hai cacciato via», gli rammenta con una smorfia, «io invece non ho alcuna intenzione di lasciarti andare».
Caurione, come al suo solito di fronte a uno scontro, anche solo verbale, si diverte. E si accomoda sul suo scranno per godersi la scena.
«Come sei finito qui, Anteo?» domanda il senatore. «Tu sei un cantore!»
«Ora sono un brigante, e stai attento al tono che usi con me!»
Simmaco abbassa lo sguardo. Ma non è né umiltà né sottomissione. È fiero rifiuto a continuare una conversazione come quella.
Dal canto suo, Anteo ha esaurito tutta la spavalderia che voleva ostentare con il senatore. Non è tipo da infierire più di tanto. Gli ha finalmente rinfacciato, e con molta soddisfazione, l’umiliazione subita, e in più si è presentato come un brigante pericoloso che pretende sottomissione. Cosa volere ancora? Gli basta così.
Ma Caurione non la pensa così. Ha davanti a sé un rappresentante del potere di Roma, e lo vuole schiacciare.
E così «Vedo che vi conoscete!» dice beffardo. «Bene, allora, caro Anteo, conduci tu la faccenda. È evidente per tutti che uno come questo qua, che sta per essere investito addirittura della dignità di console…». Caurione si rivolge un attimo a Simmaco. «Le notizie, come vedi, arrivano fin qui». E riprende: «Tenere prigioniero uno come questo qua è un rischio troppo grande per noi, Anteo, portatelo via e vedi tu se ne possiamo ricavare qualche cosa senza correre pericoli. Altrimenti uccidi lui e tutto il suo seguito».

Simmaco sbianca in viso.
Anteo china il capo in un rituale che considera ridicolo, ma che sa quanto faccia piacere al bestione bagaudo. «Sarà fatto come tu vuoi, mio re!» declama.
«Ora via tutti!» conclude Caurione, tornando nella sua tenda.

*       *       *

Anteo non prova nessun piacere a rinchiudere Simmaco e i suoi nel recinto dei prigionieri, legati e stipati l’uno accanto all’altro come animali. Ma deve farlo, è la prassi per tutti quelli che cadono in mano ai briganti.

Nei giorni che seguono va spesso a trovare il senatore. E Simmaco, che in un primo momento istintivamente ha assunto un atteggiamento sdegnoso, rifiutando addirittura di mangiare, dopo due giorni di fame, di zanzare e di umidità, alla fine cede, ed accetta, dalle sue mani, un piatto di lenticchie.
Mentre mangia, quel cibo gli sembra delizioso.
«Come hai fatto a finire in questo letamaio?» chiede ad Anteo.
«Mi hanno catturato i briganti, e alla fine sono diventato uno di loro!»
«Capisco!»
Simmaco finisce il piatto di lenticchie e con molto piacere accetta anche il vino di Anteo.
«E cosa ne è di tuo padre, il mio amico sacerdote di Serapide?»
«Forse lo sai meglio tu, clarissimo. Io non ho più notizie».
«So che giù ad Alessandria se la stanno passando male. Hanno serie ragioni per temere che da un momento all’altro i cristiani diano l’assalto al Serapeo e distruggano tutto!»
«Ma non è possibile!»
«Invece sì, che è possibile. Tu non conosci il fanatismo dei cristiani, sono capaci di tutto pur di affermare il loro dio. Distruggono templi secolari e al loro posto innalzano monasteri e basiliche».
«Ma ad Alessandria questo non può succedere! Una costruzione come il Serapeo è un patrimonio per tutto l’impero».
«Succederà, Anteo, succederà! Laggiù è stato fatto patriarca un certo Teofilo, che sta distruggendo un tempio pagano dopo l’altro. Tutti sanno che tra poco toccherà anche al grande Serapeo. È questione di mesi. A Teofilo basta solo un cenno dell’imperatore».
«Quello che dici mi addolora profondamente. Non vorrei proprio che succedesse qualcosa a mio padre, e a quelle mura benedette tra le quali ho vissuto tanti anni!»
«E per il tuo dio, non sei addolorato?»
«Lo sai bene che Serapide non è più il mio dio da molto tempo!»
Simmaco, con una lieve smorfia di disprezzo, ribatte: «Già, come non ricordare che tu hai tradito la tua famiglia per diventare cristiano?»
«Sto solo cercando di conoscere quale sia la Verità. Il Dio dei cristiani è un dio che prende il cuore e la mente, che ama e che induce ad amare. È proprio ciò di cui ha sete questo mondo di brutture e di odio!»
«Oh, no! Sono davanti a un brigante cristiano», esclama Simmaco, «una vera contraddizione in termini!» E subito, col tono pungente di chi vuole ferire, soggiunge: «O forse no, forse non c’è alcuna contraddizione».
«Perché dici così?»
«Perché voi cristiani non accettate che il ‘Grande Mistero’ che sovrasta tutti noi… si possa raggiungere per una via che non sia la vostra. Tutte le altre vie per voi sono immondizia. Da dieci anni sto cercando di far entrare nelle vostre piccole zucche l’idea che non si può disprezzare tutta quella umanità che, nel tempo, si è sforzata e si sforza di conoscere la Verità per altre strade. Di fronte all’immensità di un tale mistero, è evidente che occorre camminare insieme, nel rispetto dei valori dell’altro e con il contributo di ciascuno. Ma non c’è niente da fare, un’idea semplice come questa voi non la volete capire!»
Anteo si sente ribollire. In quel momento gli torna alla mente tutto quello che Berterico gli insegnava nel villaggio. Si sente offeso, e aggredisce Simmaco.
«Parli come se noi uomini avessimo qualche speranza di raggiungere il Grande Mistero! Ma davvero sei in buona fede, Simmaco? Davvero tu, con tutta la tua intelligenza, sei convinto che se ci mettessimo insieme tutti quanti, con tutti i nostri pensieri e le nostre forze, riusciremmo a carpire anche solo una briciola del ‘Grande Mistero’ che ci sovrasta? Sei troppo saggio per non sapere bene che, su questa terra, noi non siamo nulla e non sappiamo nulla. La Verità, Simmaco, non è, non è, non è a portata dell’umanità».
«A quanto pare, vedi tutto nero e senza speranza. E allora, cosa resta da fare, secondo te, a chi si chiede cosa ci sia oltre questa vita effimera?»
«Sperare che sia la Verità stessa, a rivelarsi a noi».
«Ho capito» chiude demoralizzato Simmaco. «Non parliamo più di queste cose!»

§ 49. Aventino, monastero di Marcella

Schytilla torna lesta nella sua cella. Ha l’anima in subbuglio. Ma un solo desiderio. Prepotente. Correre dal suo signore.
Perché il suo signore è vivo. Non c’è da soffermarsi a ragionare. Lei lo sa perché lo sa. Non può rimanere un istante di più nell’isolamento del monastero. Lei non è una monaca, questo lo ha finalmente ben chiaro in testa.
Nella mente le risuonano le parole liberanti di Noviano: «Tu tieni il cuore aperto a Dio, alle situazioni che lui ti farà vivere, a ciò che senti giusto per te, alle pulsioni che lui ti metterà in cuore. E quando riconoscerai che, in tutto ciò, lui ti sta indicando una via, allora buttatici a capofitto».
Quel momento è arrivato. Ora Schytilla sa cosa fare.
Non è ingratitudine verso Marcella. Nel suo cuore c’è un richiamo che la strappa al monastero.

Attende che sia notte fonda.
Si mette addosso un mantello e si cala in testa il cappuccio.
Prima di uscire dalla cella, apre la finestra e guarda per l’ultima volta il bel vaso con la pianta di lavanda. È appena fiorita. Ne recide un rametto e lo prende con sé.
Esce senza voltarsi indietro. Nessun rimpianto.
Attraversa il corridoio silenzioso e depone il rametto fiorito davanti alla stanza di Marcella .
Va dritta verso la cappella. Le mille tessere del mosaico del Cristo pantocratore riflettono come un minuscolo firmamento la luce delle candele, e il volto del Salvatore, in contrasto con la severità che l’artista gli ha voluto imprimere, a Schytilla stavolta sembra ammiccare, quasi voglia incoraggiarla per quello che sta per fare.
Sul tavolo brilla il bel pugnale votivo dalle gemme incastonate. Lo afferra e se lo mette alla cintura.
Giunge al cancello e ordina al custode di farla uscire. «La tua signora», gli dice con tono imperioso, «mi ha dato un incarico!»
Il custode apre il cancello.
  E Schytilla è fuori, sola, nel buio della città.
Si sente percorrere da una incontenibile ebbrezza, quella di una lupa che ha ritrovato la sua libertà.
Per raggiungere le paludi pontine le serve un cavallo. Si ricorda che tanto tempo prima, sotto il portico di Emilio, quando era ancora una schiava in vendita, di notte vedeva sempre un gran movimento di carri per il rifornimento delle botteghe. Basta andare lì. E lei sa come si fa, a rubare un cavallo.

Ma la città, di notte, specie per le vie solitarie che scendono dall’Aventino, è molto pericolosa per una ragazza che cammina sola. E infatti, dopo poca strada, ecco, davanti a lei, tre uomini ubriachi. La vedono, ed è chiaro che non se la vogliono far scappare.
«Dove vai tutta sola, bellezza?» dice uno di loro, parandosi davanti a lei con un sorriso malvagio. Gli altri si avvicinano ridacchiando.
Ma se quegli uomini si aspettavano di vedere una fragile fanciulla spaventarsi e indietreggiare, devono subito ricredersi. Con loro grande stupore la ragazza non si ferma, ma tira dritto, con l’aria torva e tutta l’intenzione di passare in mezzo a loro.
Allora le mettono le mani addosso.
Grande errore.
Perché devono fare i conti con una belva che morde e graffia. E che uccide.
Due di loro, senza avere il tempo nemmeno di capire come sia possibile, cadono giù con un profondo taglio sul petto. Il terzo si ritrova steso a terra, con la ragazza su di lui che gli sta conficcando un pugnale sotto al mento.
«Ti prego non mi uccidere», rantola, «ti darò quello che vuoi! Prendi la mia sacca, ci sono tante monete d’argento!»
La ragazza si rialza in piedi. «Dammela!» ordina facendo un gesto con le dita. L’ubriaco tremante si sfila dalla vita la saccoccia e gliela porge.
Schytilla gliela strappa di mano e si perde nella notte.

 

§ 50. Paludi pontine, campo di Caurione

«Ho mangiato bocconi più teneri» protesta Simmaco cercando di masticare un pezzo di carne di mulo.
A quanto pare il senatore pensa di poter godere ancora di qualche privilegio, tra quelle paludi. Non ha capito o non vuol capire che la sua vita è completamente in mano ad Anteo. E che non ha nemmeno il diritto di lamentarsi.
«Cosa ne hai fatto, di Grato e Liviana?» chiede alzando la testa dal piatto e puntando i suoi occhi su Anteo.
«Non me lo chiedere!» risponde il ragazzo scuotendo la testa.
«Li hai uccisi?»
«Pensa piuttosto a te, clarissimo! Se non trovo il modo di ottenere un riscatto per te, sei morto!»
«Perché non mandi la tua richiesta all’Imperatore?» provoca Simmaco. «Lui è stato a casa mia e saprà bene come riempirvi di ricchezze!»
«Vuoi spaventarmi? Basta, una buona volta, con questo tuo sussiego! Tra queste paludi, la tua autorità non esiste più, è morta! Se ti schiaccio come una di queste zanzare, nessuno a Roma o nel mondo lo saprà mai, e soprattutto nessuno potrà lodare questo tuo contegno altezzoso prima di morire, stanne certo. Qui sei un omuncolo come tutti gli altri. La tua vita è appesa a un filo, Simmaco. Se vuoi uscirne vivo e riprendere la tua gloria, devi aiutarmi a capire come chiedere un riscatto per te!»
«Beh, alla fine questo mulo è quasi mangiabile!» dice Simmaco per tutta risposta.
Anteo si alza indispettito e se ne va.
«Aspetta, ragazzo!» lo richiama Simmaco. «Non fare l’offeso. Non ti rendi conto che ti sto aiutando?»
«Tu mi stai aiutando?»
«Certamente. Non dimenticare che sono un principe del foro e che so bene come ingannare l’avversario. Io avrei potuto benissimo suggerirti, ad esempio, di mandare la tua richiesta al clarissimo Flaviano, mio parente, e sarei stato capacissimo di presentarti la cosa come la via più percorribile. E invece sarebbe stato un inganno, e tu e i tuoi amici briganti sareste finiti!».
«Mi consideri davvero così stupido?» ribatte Anteo.
«Sì, ti considero proprio così. Ma come vedi, non voglio imbrogliarti. Io, sinceramente, di giorno e di notte mi sto scervellando per trovare un modo di chiudere la faccenda onorevolmente. Ma non è facile, credimi».
«La tua presunzione non ha confini!»  

Sopraggiunge Rufo.
«Che succede?» chiede ad Anteo. «Il senatore ha bisogno di una lezione?»
«È una faccenda fra me e lui».
«Caurione ti ha dato un incarico impossibile, amico. Ogni giorno che questo qui e i suoi rimangono vivi, è un giorno in più di rischio per tutti noi. Se per domani non avrai escogitato una proposta ragionevole, Simmaco e il suo seguito dovranno scomparire dalla faccia della terra!»
«Comandante» interviene Simmaco con voce suadente, «una via per ottenere il riscatto ci sarebbe…»
Anteo si mostra subito interessato a quello che sta per proporre Simmaco. Ma non così Rufo, che si avvicina al senatore, gli punta gli occhi addosso e gli dice con una voce rauca capace di far sussultare anche la persona più coraggiosa: «Taci, tu, manipolatore di parole! Io non sono Anteo. Io non chiedo il tuo aiuto. Tu sei un pericolo per il fatto stesso che esisti. Non mi interessa nessuna proposta. Io non ti ascolto. Io domani ti uccido!»

 

§ 51. Via Appia, decennovium

Schytilla galoppa lungo la via Appia. La tenue luminosità della luna sta cedendo il passo al crepuscolo. Il cielo si tinge dei colori più incredibili e tutto pian piano si illumina.
La ragazza non sente più la fatica, ha in mente solo di trovare il suo signore, colui che, per lei, ha dato via ogni cosa.
Chissà cosa la aspetta, in questa sua folle corsa. Mille ipotesi si affacciano al suo cuore, ma Schytilla le rigetta via con decisione. Nulla deve distoglierla dal suo obiettivo. E sprona ancora di più il cavallo.
E arriva a Foro Appio, località dove inizia un lungo rettilineo dell’Appia, costeggiato da un canale, il canale dove, a detta dei domestici di Simmaco, il senatore e i suoi sono caduti nelle mani dei briganti.
Schytilla non ha un piano, lei corre là dove l’istinto la conduce.
Il cavallo è stanco, e la strada sempre più sconnessa, tra lastroni divelti, e sterpi disseminati dappertutto.
Schytilla è costretta a rallentare il galoppo.
Una  lanterna.
In uno stagno del canale, c’è un barcaiolo che armeggia con una rete.
Schytilla si ferma, scende da cavallo e va dritta da lui. L’uomo è solo. La vede avvicinarsi con tale determinazione, che si spaventa. Schytilla prende la saccoccia con le monete d’argento e gliela porge.
L’uomo non capisce. Prende la saccoccia con sospetto. È pesante.
La apre e scopre che è piena di denaro.
«Perché mi dai questo? Chi sei? Cosa vuoi da me?».
«Devo trovare il leone delle paludi».
«Leone delle paludi? Mai sentito nominare. Ti aiuterei, ma davvero non so di chi tu stia parlando».
L’uomo fa il gesto di restituire la borsa.
«Tienitele pure, queste monete! A me non servono» dice Schytilla, e si gira per andarsene.
«No, aspetta. Sei una ragazzina, e si vede bene che hai cavalcato per ore. Mangia almeno qualcosa. Ho qui del pane e del formaggio. Sarò contento di dividerlo con te».
Fare una sosta, per l’animo di Schytilla teso ad andare sempre avanti, suona come una cosa che non la riguarda. Ma l’uomo è gentile, e lei è ormai arrivata nel luogo che voleva. Se accetta l’invito del barcaiolo, potrà forse raccogliere da lui qualche notizia utile.
Così si siede sulla barca accanto all’uomo e prende quello che lui le dà. E, alla fioca luce della lampada, mangia con lui.
«Tu stai cercando il leone delle paludi», ripete l’uomo scuotendo la testa. Sembra dispiaciuto. «Davvero non so. È un bel nome, sembra il nome di un brigante».
«Lo è».
«Qui di briganti ce ne sono, e noi barcaioli li conosciamo bene...»l’uomo si ferma. Ma cosa sta dicendo? Non può fare confidenze a una sconosciuta. Potrebbe anche essere una spia delle guardie.
«Immagino», risponde Schytilla. L’istinto in questo momento la fa essere cauta e scaltra. «Se ti permetti di stare qui da solo con la tua barca», continua, «vuol dire che i briganti te lo permettono!»
L’uomo si sente scoperto. Può solo cercare di rimediare dando notizie generiche. «Si tratta gente bene organizzata. Più volte le guardie hanno cercato di liberarsi di loro o di catturarli spingendosi fin dentro alle paludi. Ma questa è casa loro, e se anche qualche volta una banda è stata distrutta, subito altre ne sono rispuntate qui e là».
«Come faccio a trovarli?»
«Cosa? Vuoi trovare i briganti? Sei forse una spia?»
«No, sono la schiava di uno di loro, e cerco il mio padrone».
L’uomo avvicina la lampada alla faccia di Schytilla. Il suo cuore si intenerisce. E vuole crederle.
«Chi sia il leone delle paludi, come ti ho detto, io non lo so», dice. «I briganti usano spesso nomi diversi, per non essere identificati. Sono nomi che sorgono e poi muoiono, nel groviglio inestricabile dei canneti. Uno solo però è il nome che non cambia mai. Il nome di Caurione, il re bagaudo! Lui è il capo inafferrabile di tutti i briganti».
«E dove lo posso trovare?»
L’uomo ride, ma è un riso triste, che mostra gli unici suoi tre denti davanti. «Impossibile!»
Schytilla si copre il viso con le mani.
«Figliola, tu chiedi una cosa che molti vorrebbero sapere. Nemmeno le sue bande hanno sempre la certezza di ritrovarlo in un posto preciso».
«Come farò, allora?»
«Non puoi fare niente!»
«Senti, barcaiolo!» supplica Schytilla. «Io comprendo la tua omertà e non voglio che tu rischi per me. Ma dimmi almeno come posso fare per farmi catturare da loro!»
«Ma sei matta? Vuoi andare a farti violentare e uccidere?»
«No, voglio andare dal mio padrone!»
«Tu lo sai, cosa rischi?»
«Voglio il mio padrone!»
L’uomo scuote a lungo la testa.
«E va bene!» esclama dopo un po’. «Allora prosegui lungo il decennovio per quattro miglia, fino a che vedrai un fiumiciattolo che confluisce nel canale. Arrivata lì, fermati. Dall’altra parte della strada  vedrai un cippo. Lì vicino si apre un sentiero tra le canne. Io ti posso solo dire che una volta ho visto dei briganti uscire di lì».
«Grazie!» esclama Schytilla. Si alza, dà un bacio sulla guancia all’uomo, e riprende a cavalcare. L’uomo sente tutta la dolcezza di quel bacio e si passa la mano sulla guancia. Davvero non sa se ha fatto bene a dare quell’indicazione alla ragazza.

Schytilla trova il sentiero. Abbandona il cavallo e si addentra nel canneto. Il terreno è fangoso, gli insetti sono terribilmente fastidiosi, l’aria è densa di esalazioni putrescenti. Comprende come sia impossibile, per delle guardie, riuscire a fare piazza pulita di briganti che si nascondono in un tale groviglio.
Il sole si alza nel cielo, e Schytilla continua a camminare tra le canne, incurante dei graffi sulla pelle e delle lacerazioni del mantello.
A un certo punto le sembra di vedere un fumo levarsi in cielo. E va in quella direzione.

Ed ecco che dalle canne, improvvisamente, sbuca una faccia barbuta coperta di fango, dagli occhi rossi, e con una lunga cicatrice sulla fronte.
«Ah, ma che bella bambina», dice. «Vieni da papà».
Altre facce, una più brutta dell’altra, spuntano qui e là.
«Devo parlare con Caurione!» dice Schytilla.
«Ma certo», dice una voce, «noi ti porteremo proprio da lui».
L’attenzione di Schytilla sale ai massimi livelli.
Mani grandi e sporche si posano su di lei. La vogliono afferrare, tentano di immobilizzarla, le stringono i polsi. Schytilla si divincola disperatamente. Gli uomini si accorgono che quella ragazza è tutt’altro che una preda facile.
Tra le canne,  ecco il luccichio di una spada. Schytilla sente una punta metallica sulla gola.
Ma una belva non si fa catturare.
Schytilla si divincola, morde e graffia con una ferocia che gli uomini non potevano prevedere. Caccia fuori un pugnale e acceca occhi, taglia nasi, lacera gambe. Si china su uno degli uomini caduti e si impossessa della spada. Si accorge che altri uomini stanno sopraggiungendo. E allora urla. Ma più di un urlo, quello, pare un ululato.

*       *       *

Nell’accampamento di Rufo giunge trafelato un brigante. È un uomo allo stremo, barcolla. Ha una brutta ferita sul fianco. «C’è una bestia, nella palude!»
«Che bestia?» domanda Rufo.
«Non sappiamo cosa sia...»risponde a fatica il brigante. Ma mentre sta ancora parlando le gambe non lo reggono più, e cade a terra.
E perde conoscenza.
«Curatevi di lui!» ordina Rufo alle donne dell’accampamento.
Poi si volge ai suoi uomini. «Andiamo a vedere di che si tratta. Tu, e tu e tu», indica, «venite con me».
I briganti si armano di lance e si inoltrano nella palude, sparpagliandosi per braccare la fiera. Tesi e attenti, cercano in lungo e in largo per ore.

Finché un grido. «Eccola!».
Gli uomini accorrono, con le lance puntate per circondare la bestia.
Con grande sorpresa si accorgono che si tratta invece di una ragazza. Ha i piedi invischiati in sabbie luride, che le impediscono muoversi. Le sue vesti sono lacere e sporche di fango e di sangue. Ha un aspetto spaventoso. Stringe in mano una spada e mostra i denti come a voler mordere. Il suo sguardo è lo sguardo di una belva, che non permette a nessuno di avvicinarsi.
Ma i suoi occhi sono arrossati e tutto il viso è bagnato di sudore.

Rufo si fa largo tra le lance e, con la meraviglia più assoluta, scopre che quella ragazza è…
«Schytilla?» esclama con voce rotta dall’emozione. «Schytilla… tu?»
Ma lei non lo riconosce.
Rufo, con il cuore che gli batte all’impazzata, le va incontro.
Lei fa un grugnito e tenta di alzare la spada per difendersi.
Ma non ha più forza.
La spada le cade dalla mano.
Il suo sguardo è diventato vuoto.
Rufo tende la mano verso di lei.
Gli occhi di Schytilla ruotano. E gli crolla esanime tra le braccia.
Rufo la stringe a sé e sente che ha la febbre alta.
La prende in braccio e la porta nel suo accampamento.
Le donne accorrono. La sistemano su un lettuccio e le bagnano la fronte.

Sopraggiunge Anteo.
Sbianca in viso.
«Schytilla?» esclama.
Fa per chinarsi su di lei, ma sente la mano di Rufo che lo trattiene. Quella ragazza è sua.

Le donne che hanno adagiato la ragazza sul lettuccio non sanno cosa fare. Sul suo corpo non ci sono ferite pericolose, nessuno dei briganti è riuscito a colpirla. Ma la palude sì. Quali esalazioni l’avranno avvelenata? Quali insetti l’avranno punta? Quali serpenti l’avranno morsa? Una sola cosa è certa, la ragazza ha le ore contate.
Rufo è disperato.
Ancora non si rende conto di aver ritrovato la sua anima, e già sta per perderla, ancora una volta.

Simmaco grida: «Comandante, io posso salvare quella ragazza!»
Il senatore, che tutta la notte non ha dormito pensando cosa potersi inventare per non essere ucciso, ora che, con i sensi acuiti dal terrore, è riuscito a intuire cosa sta succedendo nel campo, ringrazia gli dèi di avergli messo in mano una carta vincente.
«Cosa vuoi?» chiede Rufo.
«Ascoltami, ti prego, io posso salvare questa ragazza!» ripete il senatore.
Stavolta Rufo non può rifiutarsi di ascoltare. Si avvicina. «Che stai dicendo?»
«Io a Roma dispongo di medici capaci di guarire la ragazza».
Un’improvvisa speranza illumina il cuore di Rufo.
«Allora? Cosa proponi?»
«Portiamo la ragazza nella mia casa, a Roma. E farò accorrere i miei medici».
«Questo è un tuo miserabile tranello!»
«No, stavolta nessun tranello, comandante. Ne va della vita mia e della vita della ragazza. Ora sono legate l’una all’altra».
«Va bene», dice Rufo. «Allora manderò qualcuno a Roma, a prendere i tuoi medici».
«Troppo tempo, non capisci? Andare e venire, non c’è tutto questo tempo. E poi i medici, se sono a Roma, e non in una palude, possono disporre di tutte le loro medicine e di tutti i loro strumenti. Qui sarebbero impotenti».
«Maledetto, mi vuoi ingannare!»
«Ma tu, ami quella ragazza?»
«Sì».
«E non la ami al punto di rischiare per lei?»
Rufo tace.
«Rufo» continua il clarissimo, «io ti do la mia parola di console, erede dell’onore di Roma, che se tu mi riporterai a Roma, io farò curare la ragazza, e in più ti farò scagionare da tutti i reati che puoi aver commesso».
Rufo abbassa la testa, confuso.
Simmaco avverte di avere il gioco in mano.
È fatta.
Rufo però ancora tace.
«Comandate», insiste il senatore, «ma tu la ami, la ragazza che chiami Schytilla?»
Rufo gli rivolge uno sguardo di fuoco. «E sia!» dice «Ma dovrai scagionare da ogni colpa anche il mio amico Anteo!»
«D’accordo» annuisce Simmaco sospirando. E subito, nella sua consumata abilità di negoziatore, soggiunge: «Ma quello che ti ho offerto oggi è il massimo che io possa darti. Restituirò la vita a Schytilla e a te, sì, e la restituirò anche al tuo amico Anteo. Ma poi tu non mi chiederai altro, noi non dovremo più vederci».
«Ora basta! Lo sai che non ho scelta. Il nostro accordo è chiaro! Prepariamoci, non abbiamo un istante da perdere».

§ 52. Monte Celio, casa di Simmaco.

La casa di Simmaco è ben rifornita di tutto, e Grato e Liviana si affannano per portare ai medici ampolle, strumenti, panni, e qualunque cosa chiedano.
I medici scrutano il respiro di Schytilla, controllano le sue pupille, le tastano il polso. Tentano persino di farle respirare essenze. Ma Schytilla non reagisce. Tutto inutile.
Alla fine scuotono la testa. «Le abbiamo provate tutte!» dicono. «Ma non è umanamente possibile riuscire a capire che razza di male abbia contratto questa ragazza. E se non sappiamo di cosa si tratta, non possiamo curarla!»
«E voi sareste i grandi medici di Simmaco?» tuona Rufo adirato. «E noi siamo venuti fino a qui solo per constatare la vostra impotenza?
Anteo, in disparte, si strofina occhi rossi e umidi.

«Eccoci!» dice una voce trafelata. «Appena i servi ci hanno informato del vostro arrivo, siamo corsi».
Quella voce… Rufo la conosce!
Un senso di fastidio.
Si volta di scatto.
Volcacio!
Il suo nemico di sempre è entrato nella stanza, con il suo faccione rossiccio dal naso storto. Tiene la mano poggiata sulla spalla di Memmia. Già, lui è di casa, da Simmaco!.
«Tu?»
«Sì, Rufo, io» dice Volcacio con lo sguardo basso. «Ma non mi guardare così! Il tempo mi ha portato consiglio. Dimentichiamo gli odi passati! Ti chiedo perdono per tutto il male che ti ho causato. Sono cambiato, Rufo, credimi. E ora ho a cuore solo la vita di Schytilla».
«Non osare pronunciare il suo nome!» gli intima Rufo.
Ma l’atteggiamento di Volcacio è rispettoso, quasi contrito. E a Rufo in questo momento non interessa altro che Schytilla.

Nessuno osa parlare.

Nemmeno Anteo, che si rende conto come il letto dove Schytilla giace, abbia il potere di riunire attorno a sé tutti, amici e nemici, personaggi nobili e personaggi infami, medici presuntuosi e domestici affettuosi.
E amanti inconfessati.

Anteo nota che dal collo di Volcacio, tra le tante catene d’oro e argento, pende ancora la collana rubata a Schytilla, l’antichissima, inestimabile collana di pietre piramidali di oricalco viola.
Vedere quell’oggetto e ricordarsi della terapia delle forme, per Anteo, è un tutt’uno.

Ma una voce affranta lo scuote. «Ha cessato di respirare!» grida un medico.
«È morta!» conclude tragicamente Volcacio.
«Nooo» grida Rufo chinandosi sulla ragazza e stingendola disperatamente a sé.
Ma Anteo lo strappa via da lei. Con decisione. «Ora lasciala a me!» gli dice, con un tono affermativo impensabile per la sua persona. «In un tempo dimenticato», continua assorto, quasi contemplando qualcosa che lui solo può vedere, «c’erano degli Scribi Nascosti che conoscevano una via di guarigione che proviene dal firmamento».
«Cosa stai dicendo?» chiede Rufo. «Farnetichi?»
«È un evento che non ho mai provocato», continua ancora Anteo, «ma del quale ho letto e riletto tutte le pagine del mio codex che ne parlavano. Esse sono impresse nella mia memoria, e ora… so perfettamente cosa fare!»
«E allora fallo!» grida disperato Rufo. «Presto!»
Anteo si volta verso Volcacio. «Tu», comanda in tono perentorio, «dammi la collana!»
«Quale?»
«Sai benissimo quale, quella che hai rubato a Schytilla!»
Volcacio, con un insolito atteggiamento di collaborazione, si leva dal collo il suo trofeo, e lo consegna senza la minima obiezione ad Anteo.
«Ora portate Schytilla all’aperto, sotto le stelle! E portatemi anche dei bastoni!»
«Cosa? Bastoni?» chiede Simmaco.
«Sì, sette bastoni, presto!» Anteo è divenuto improvvisamente colui che impartisce ordini.
«Andate, non avete sentito?» dice Simmaco a Grato e Liviana. «Fate quello che dice Anteo! Trovate subito questi bastoni».
I domestici corrono.
«E voi» comanda ancora Anteo ad altri servi della casa, «prendete Schytilla e adagiatela al centro del giardino, sotto il cielo stellato, come dico io! Presto».
Poco dopo Grato e Liviana consegnano ad Anteo i bastoni.
«E ora via tutti! Allontanatevi, devo restare solo con lei», ordina Anteo.
Rufo è titubante.
«Anche tu, Rufo!»

«Coraggio, allontaniamoci» dice il senatore. «Lasciamo che Anteo faccia il suo tentativo!» E invita tutti ad andare oltre la siepe che delimita il giardino.

Anteo e Schytilla.
Soli.
Anteo crede di essere in paradiso.
Ma quello non è il paradiso. È la terra, dove c’è una tragica realtà che lui deve plasmare.
Alza gli occhi alle stelle, poi si rivolge a Schytilla come se lei potesse ascoltarlo, e le sussurra: «Ecco, ho riconosciuto in cielo l’antica costellazione della Libellula!».
Prende i sette bastoni e li pianta intorno alla ragazza secondo un preciso schema, che lui solo sa.
Poi sfila dalla collana le pietruzze piramidali, e le appoggia in cima ai bastoni.
E continua a rivolgersi a Schytilla. «Vedi?», le dice. «Sto facendo ricorso all’antichissima terapia delle forme. Con queste pietre ho modificato lo spazio che ti circonda, e tra poco non sarai più immersa nella deformazione che il morbo mortale porta con sé, ma in una nicchia che richiama le armonie del cielo. Come la Libellula, che è prima una dolorante crisalide e poi diventa un nuovo essere, così sarà di te. Tra poco l’armonia richiamata dalle pietre avrà ricompaginato ogni distorsione, e la bellezza ti avrà risanato».
Al di là della siepe, Volcacio freme. Se il respiro di Schytilla si è fermato, come può adesso quell’egiziano illudersi di richiamarla in vita? Volcacio vorrebbe intervenire, ma avverte una strana forza che lo tiene a bada.
Simmaco, dal canto suo, nuovamente padrone della sua casa, della sua vita e della sua potenza, osserva tutto come se si trattasse di uno dei tanti intrattenimenti a cui è abituato, da osservare con curiosità ma a lui estraneo.
I medici guardano la scena con curiosità e invidia, cercando di carpire qualche nuovo segreto di guarigione, ma nel contempo augurandosi il fallimento degli sforzi di quel giovane che non ha mai studiato medicina come loro.
Rufo, invece, per la prima volta si sente una nullità. È perfettamente impotente. Schytilla, la sua vita, è in mano a un sognatore.

A un certo punto tutti sentono le orecchie tappate, come in un improvviso balzo in alta montagna.
Anteo, che sta vicino a Schytilla, sente qualcosa che gli penetra nel profondo. È una lancia di luce, che scuote lo strato di cenere che la sua vigliaccheria ha sempre steso sulla brace della verità, e fa riaffiorare il fuoco di una visione pura, incontaminata delle cose.
Ora è tutto chiaro. Ora vede.
Quella ragazza è il suo sogno, il suo vero inconfessato travolgente unico vero amore. Ma c’è qualcun altro, che reclama il suo pieno diritto di amarla. È il suo signore, colui che per lei ha dato via tutto di sé.
E se Anteo vuole che il suo sogno viva, non basta che abbia richiamato l’armonia del cielo su di lei. Ora lui deve scomparire del tutto. Non ci sono ragionamenti. È così.

Schytilla apre gli occhi.
«Dove sono?» domanda, vedendo brillare sopra di lei miriadi di stelle.
«Ma dove sono?» ripete.
«Sei con me!» le risponde Anteo, rassicurante.
Schytilla lo riconosce, e le sue labbra si stendono in un ampio sorriso di gioia.
«Anteo! Ci sei! Sei vivo!»  sussurra. «Lo sapevo!» E cerca di alzarsi a mezzo busto.
«Sei stata molto malata», dice Anteo, «e non puoi ricordare nulla. Ma ora ti ho richiamata alla vita, e ti racconterò tutto!»
«Mi hai richiamata in vita?» ripete la ragazza. «Anteo! Sei sempre tu, colui che mi richiama alla vita!»
Tende la mano verso di lui.
Anteo si sente morire dall’ebbrezza. Non avrebbe mai osato sperare in una dichiarazione di quel genere. Afferra quella mano e sente di toccare il suo sogno. Ora ha tutto.
Ma subito dentro di lui esplode un dolore infinito.
Come forzato da una mano invisibile, ruota la testa e incrocia uno sguardo disperato.
È lo sguardo di Rufo. Lontano. Vagamente illuminato dalla luce tremolante delle torce. Dietro la siepe appare chiaramente un uomo finito, senza più fierezza. La sua amata, colei che lui chiama la sua anima, è nelle mani di un altro. E quest’altro è Anteo, il ragazzo che in fondo lei ha sempre ammirato, che è riuscito sempre a commuoverla e che ora l’ha riportata alla vita.
Il soldato forte e invincibile, nel momento della verità, come in uno scontro gladiatorio, ora è in ginocchio, in completa balia del suo avversario.
Fissa Anteo, il vincitore.
Implora pietà.

E Anteo sente le guance avvampare di calore.
La brace che poco prima si è riattizzata nella sua anima, ora lo sta divorando.
E lascia la mano di Schytilla.
Per sempre.

«Ora potete avvicinarvi» grida agli altri. «Ciò che andava fatto, è stato fatto!»
Rufo d’impeto scavalca la siepe e corre dalla ragazza.

Anteo si allontana, ignorando completamente Schytilla. Lei non comprende. Lo chiama più volte, ma Anteo non risponde.

Rufo stringe le mani di Schytilla, la bacia, la conforta, le racconta come è stata portata nella casa di Simmaco.
Ma Schytilla è confusa, e continua a girarsi nella direzione dove Anteo è sparito.

Anteo si è andato a nascondere nel retro della casa.
Grato lo raggiunge. «Stai bene?» gli chiede affettuosamente.
Ma lo sguardo di Anteo è vuoto. «Sì», risponde. E scoppia in lacrime.
Grato non capisce. Cerca di rincuorarlo. «Hai fatto un grande lavoro, Anteo!» gli dice.
Il giovane si asciuga le lacrime e ribatte «Sì, un gran lavoro. Ma non è ancora finito!».

Simmaco, con la stessa disinvoltura di quando uno spettacolo è terminato, invita tutti a lasciare il giardino e rientrare in casa, facendo intendere di volersi accomiatare dai suoi ospiti.
Ma Volcacio si attarda un momento in giardino. Si sta mordendo le labbra. È il suo modo di meditare. Muove lo sguardo continuamente dalle stelle ai bastoni piantati da Anteo. Finché sulla bocca si delinea un ghigno. Nella sua mente si è accesa un’idea perversa.

In una bella sala delle sua casa, Simmaco prende la parola. «Veramente incredibile, quello che ho visto!» esclama. «La natura racchiude in sé tanti di quei segreti che noi mortali possiamo conoscerne solo una insignificante briciola».
Dà un’occhiata a Schytilla e, davanti a tutti, le dice «Ora però tu, ragazza, hai bisogno di mangiare e di riposare!» Si rivolge a Grato e ordina: «Provvedete!»
Poi si gira verso Anteo. «Tu e il tuo amico, se volete, potere restare qui, miei ospiti, ancora un paio di giorni, fino a che Schytilla non si sia completamente ripresa!»
Simmaco respira profondamente, contento di aver potuto dire quello che ha detto. È tornato ad essere se stesso. Lo spauracchio di morire in una palude dimenticata è ormai lontano, ed è ben lieto di sfoggiare ancora una volta la sua generosità e la sua liberalità.
Ma, con suo grande stupore, Anteo rifiuta l’offerta. «Accogli pure il mio amico Rufo, clarissimo. Ma io non starò nella stessa casa dove c’è Schytilla».
«E perché mai?» gli domanda Simmaco.
«E perché mai?» fa immediatamente eco Schytilla, corrugando la fronte.
«Perché io, Schytilla». risponde Anteo con fare indisponente, «non ti voglio più vedere!»
Nel cuore di Anteo la tempesta. «Ma cosa sto dicendo?» pensa. «È follia allo stato puro! Tu la stai distruggendo!» E subito una risposta luminosa fra sé e sé: «No, io sto donando la vita al mio sogno!»

E riprende, fingendo un’espressione di sussiego nei confronti di Schytilla. «Non pensare che io sia quello che ti ha voluto ridare la vita. Ho solo fatto un esperimento che volevo fare da tempo, e tu me ne hai dato l’occasione. Tutto qua».
«Ma cosa ti succede, Anteo?» ribatte lei accorata. «Parli come se improvvisamente tu mi fossi diventato nemico!»
«Io sono amico di Rufo, e non tuo!»
Rufo, che fino a quel momento ha ascoltato, con grande meraviglia, parole mai dette prima da Anteo, perde la pazienza. «Sei ammattito? Bada a quello che dici, Anteo» intima. «Ora stai esagerando!»
«Io me ne vado» taglia corto Anteo, lasciando tutti di stucco. Ed esce dalla casa.
Appena fuori, si domanda dove mai può andare. Tutto il suo orgoglioso modo di fare ora sta lasciando il posto allo sconforto più totale.
Si sente sperduto.
Comincia a camminare, in una Roma notturna allo stesso tempo trafficata e pericolosa.
Quand’ecco dietro di lui un rumore di zoccoli.
Una carrozza.
«Sali, Anteo» lo invita Volcacio.
«Vai via! Non mi fido di te!»
«Ma non hai capito che io sono cambiato?»
«Può cambiare, uno che, come te, ha commesso crimini imperdonabili?»
«Certo che sì. Se Sali ti porterò tra i tuoi amici ariani, nel villaggio che conosci. Berterico lo sta pian piano ricostruendo».
«Cosa?»
«È così. I tempi sono cambiati, Anteo. Ora le lotte tra cattolici ed ariani sono solo un brutto ricordo, il Prefetto del Pretorio ci ha graziati tutti, noi e voi…»
Anteo continua a camminare con gli occhi fissi davanti a lui.
«È così, Anteo, credimi!».insiste Volcacio. «Il villaggio rivive!»
«Non voglio più tornare tra gli ariani» risponde Anteo.
«Perché?»
Anteo non risponde.
Volcacio insiste. «Ma dove stai andando? Almeno per questa notte, chiedi ospitalità a Berterico, lo farai contento. Poi domani deciderai tu, se restare o andare altrove. Ma ora sali, che ti porto là».
Anteo continua a camminare senza dire una parola. Ma a un certo punto si ferma e dice: «Va bene!»
Appena salito sulla carrozza, sente Volcacio dare un preciso ordine al cocchiere: «Tira dritto, tu sai dove dobbiamo andare».
Lungo tutto il percorso notturno i due non si scambiano una parola. Anteo ha lo sguardo assente. Davanti a lui all’incerta luce delle torce, scorrono palazzi, vie, monumenti, statue, mercati… finché non si rende conto che il cocchiere sta andando in tutt’altro posto, che verso il Gianicolo. Ma non fa in tempo a chiedersi cosa stia succedendo che, come in una trappola prestabilita, la carrozza si ferma bruscamente, salgono delle guardie che, incuranti della sua istintiva reazione, lo tirano giù e lo legano.
«Ho cambiato idea, Anteo» gli dice Volcacio dalla carrozza. «Forse è meglio che la notte tu la passi in prigione, piuttosto che nel villaggio di Berterico. Domani il tribuno vedrà cosa fare di te».
«Perché mi hai consegnato alle guardie? Simmaco ci aveva promesso l’immunità!» «Non oso certo contraddire il clarissimo!»
«Allora? Di quale colpa mi stai accusando?»
Volcacio sporge la sua faccia rossa dalla carrozza e, sforzandosi di scandire bene le parole, dice: «Magia, egizianello, magia».
«Cosa? Io avrei fatto ricorso alla magia? E quando?»
«Lo vedi? Tu l’hai usata senza nemmeno accorgertene. Questo è molto grave. Vuol dire che sei tutto intriso di magia. E la magia, lo sai meglio di me, si paga con la morte!»

§ 53. Casa di Simmaco

È ormai notte fonda. Tutti sono andati via dalla casa di Simmaco.
Anche il senatore si è ritirato.
Grato e Liviana però sono ancora in piedi. Davanti al terrazzo.
Non hanno il coraggio di farsi avanti per accompagnare i giovani nella stanza degli ospiti.
Con che cuore, infatti, potrebbero interrompere il loro abbraccio, appassionato ed emozionante epilogo di tutti i loro dolori e tutte le loro vicissitudini?
Hanno sentito Schytilla mormorare: «Ti ho ritrovato finalmente, mio signore!»
E Rufo ripetere all’infinito: «Ti ho ritrovato, anima mia!».
I giovani sono avvinti l’uno all’altra, fusi in un unico respiro, e pare che il tempo per loro non esista più.
Schytilla non si è mai sentita così bene. Non solo tutte le sue ferite sono scomparse, ma anche il suo animo è divenuto saldo, senza più angoscia, paura o tristezza. Ora si è finalmente riunita con il suo sposo, e non le manca più nulla.
Anche Rufo sente che la stagione del male è acqua passata, e che proprio quando sembrava tutto perso, ha ricominciato a vivere.

Ma ecco che, pian piano, la mente di Schytilla si obnubila. La ragazza si sente invadere da una grande stanchezza che le fa chiudere gli occhi. È l’azione risanatrice della medicina delle forme, che dopo aver operato il suo risanamento, la sta ora consegnando a un sonno profondo e ristoratore.
«Non riesco più a stare sveglia» si sforza di dire. Ma la sua voce è lenta e flebile
La sua stretta si allenta, e vacilla.
Rufo sorride, e la prende in braccio come fosse una bambina da portare a letto.
«Hai molto sofferto, mia signora», le dice sottovoce, «è venuto per te il tempo di riposare.
Grato e Liviana accorrono lesti, e gli dicono: «Seguici, signore!»

*       *       *

Il giorno dopo, all’ora sesta, i ragazzi vengono svegliati dal maggiordomo. Dietro di lui c‘è un gruppetto di servi carichi di cibi, bauli e fagotti.
«Il clarissimo vuole vedervi», dice Grato. «Ma non potete presentarvi a lui con l’aspetto che avete, di gente della palude. Dopo che vi sarete rifocillati, questi servi vi laveranno, vi ungeranno e vi profumeranno. E vi vestiranno con abiti decorosi!»
I due ragazzi si sentono un po’ divertiti da quello che sembra loro quasi un gioco e si sottomettono di buon grado alle cure dei servi.

E quando si apre la tenda della sala delle udienze, il senatore rimane stupito di fronte alla bellezza dei suoi ospiti.
Schytilla, dagli occhi verdi lievemente a mandola e i lineamenti minuti e regolari, ora, vestita di bianco e verde, con lunghi orecchini e un’acconciatura che mette in risalto i suoi morbidi capelli dorati, spigiona un’avvenenza solare che ferisce il cuore.
Rufo, dal canto suo, si staglia alto e muscoloso, con un portamento fiero che ispira forza e senso di fedeltà.
«Ho davanti a me Apollo e Venere!» esclama istintivamente il senatore contemplando i ragazzi.
Ma il viso di Rufo, che si apre al sorriso, gli ricorda qualcuno. Aggrotta le sopracciglia e socchiude gli occhi. «Ora che il barbiere ha scoperto le tue fattezze, senza più né fango né barba…», mormora, «devo dire che tu rassomigli in un modo impressionante a un mio vecchio amico retore, Anicio Ramnio! Tu lo conosci?»
Rufo smette di sorridere. «È mio padre!» ammette, rabbuiandosi.
«Ecco chi sei, Rufo! Ho indovinato! Tuo padre…»
«Non è più mio padre!»
«Cosa dici?»
«Quell’uomo mi ha umiliato, mi ha cacciato via dalla sua casa, e ha anche minacciato di uccidermi, come fossimo ancora al tempo degli antichi padri».
«Perché?»
«Perché partivo alla volta di Milano, per arruolarmi sotto le insegne di Maximo».
«Tu, un soldato di Maximo?» chiede incredulo Simmaco, non riuscendo a dissimulare la sua ammirazione. Ma subito si ricorda della fedeltà che ora ha giurato al nuovo imperatore, e torna a darsi un contegno al di sopra delle parti.
«Tu, quindi», riprende, «ti sei permesso di ignorare i comandi di tuo padre?»
«Sì!» afferma fiero Rufo, rivendicando il primato dei suoi ideali.
«Il tuo orgoglio non conosce limiti!» mormora Simmaco scuotendo la testa. Poi fa un lungo sospiro e continua: «Ecco chi è, il figlio che Ramnio aspetta da tanto tempo! Sei tu! Tutti a Roma sanno che Ramnio non fa altro che aspettare il ritorno di suo figlio. Perché allora, ragazzo, non lo perdoni e corri a riabbracciarlo?»
«Proprio tu mi parli di perdono?»
«Sì, ti parlo di perdono! Perché il perdono è una virtù! E questa virtù, a quanto pare, tu non sai cosa sia».
«Non ho nulla da perdonare a chi, nel mio cuore, è ormai morto e sepolto!»
«Facile posizione, la tua. Ma tuo padre vive. E vive anche il tuo amore per lui!»
«Perché lo sostieni così tanto?» domanda Rufo con fare indagatore.
«Perché quel vecchio ostinato, io lo stimo moltissimo. Di tutti noi nobili che in tempo di guerra abbiamo parteggiato per Maximo, lui è stato l’unico che non si è chinato al vincitore. Lui non ha accettato, come noi, di essere graziato e di essere reintegrato in tutti i suoi privilegi. Ha preferito piuttosto abbandonare la vita pubblica».
«Mi stai dicendo che mio padre non si è sottomesso a Teodosio?» domanda Rufo con un sussulto.
«Proprio così. Comprenderai bene che, ora, nessuno di noi può più frequentarlo, per non essere tacciato di nemico dell’imperatore. Ma io personalmente lo ammiro. Ecco perché ti suggerisco di perdonarlo se ha detto parole che, come vedo, ti hanno lacerato nel profondo. Il perdono, caro il mio Rufo, non è una concessione che tu fai a chi ti ha offeso, ma una tua pacificazione interna. Se riesci ad estirpare da te stesso il rancore della vendetta, tu guadagni la serenità del cuore, al di là del fatto che l’altro chieda o non chieda scusa».
Rufo resta ammutolito. «Sei molto saggio, clarissimo!» dice dopo un po’, colpito da questa visione del perdono. «Mediterò con attenzione le tue profonde parole. Sento che sono vere. Ora che il buio delle paludi è dietro di noi, vedo che saresti un buon amico».
«Se stimo tuo padre, questo non vuol dire che voglio essere tuo amico, Rufo, brigante delle paludi. Ti ho aiutato unicamente perché questi erano i nostri patti. E ti ricordo di averti anche detto che, una volta fuori dalla mia casa, per me tu non esisterai più».
Queste parole sono come ghiaccio sul cuore di Rufo.
«Ma per oggi e domani, che tu e la tua sposa sarete ancora miei ospiti, non vi mancherà il mio riguardo, stanne certo. Se vuoi, ora seguirmi, che ti accompagno a vedere i miei cani. Sono uno spettacolo vivente, vedrai. Vieni!». E fa cenno di volerlo prendere sotto braccio.
Rufo e Schytilla sono sconcertati dalla disinvoltura con cui il clarissimo passa dal suo sussiego di senatore inarrivabile alla sua liberalità di nobile dal tratto cordiale. È evidente che, al di là dei suoi modi di fare, nel fondo al senatore non importa nulla di niente e di nessuno.
Rufo non sa come reagire all’invito di Simmaco. Si volge verso Schytilla per chiedere consiglio, e lei gli fa cenno di seguire  il senatore senza far caso alla sua ambiguità.
Così Rufo si fa condurre, docile, verso il giardino, dove già si odono i latrati dei cani.

Schytilla, rimasta indietro, sente un respiro alle sue spalle. «Signora», dice una voce un po’ impastata. «Ti prego, ascoltami!»
Grato.
«Cosa vuoi?»
«Io ti ho riconosciuto, signora». La ragazza arrossisce sentendosi chiamare per la seconda volta signora. Non le è mai successo. Ritrovandosi per altro elegantissima e di fronte a un maggiordomo che la chiama così, con il massimo rispetto, le sembra di vivere in un altro mondo!
«Tu eri nel monastero di Marcella, vero?»
Schytilla annuisce.
«Ecco!» si compiace Grato.
«E ho riconosciuto anche Anteo!» continua. «Lui era il brigante con l’elmo, quello che ha salvato la vita a me e Liviana! Era evidente, non poteva essere che lui, come ho fatto a non capirlo subito?»
Schytilla accenna un sorriso.
«E Rufo… », riprende Grato, «sì, io ho già avuto a che fare con lui, non ho il minimo dubbio. Lui era il capobanda dei briganti che ci hanno assalito! Si comportava con grande ferocia, tant’è che nella palude Anteo, ancora mascherato sotto l’elmo, ci chiese addirittura di pregare per lui. Non ci vuole molto a capire che uomo sia, e come  possa venire facilmente invaso da un’ira senza controllo! Ecco perché mi permetto di rivolgermi a te, signora, perché anche adesso che siamo tutti ben lontani dalla palude, ho molta paura delle sue reazioni. Tu sola puoi trovare il modo di portare a lui la notizia che sto per darti, ed evitare il peggio!»
Il cuore di Schytilla comincia a battere forte. «Cosa mai vuoi dirmi?»
Grato parla, e via via la fronte della ragazza si imperla di sudore, e si corruga in un’espressione di incredulità, dolore, rabbia.

§ 54. Casa di Ramnio

Il vecchio Ramnio, vedendosi davanti il figlio tanto atteso, sembra paralizzato.
Le sue labbra si muovono, ma dalla bocca non esce alcun suono.
Riesce solo, molto lentamente, ad allargare le braccia.
E in quelle braccia si getta Rufo.
È una scena di lacrime e gioia, di pentimento e di rinascita, di coraggio e di pace.
Una donna dai capelli grigi cerca uno spiraglio, tra i due uomini, lo trova e si unisce anche lei all’abbraccio. È Luceria, la mamma di Rufo.

«Quante cose abbiamo da dirci!» esclama Ramnio staccandosi dal figlio e guardandolo in faccia. «Da dove cominciare?»
Rufo invita Schytilla a venirgli accanto. «Lei è la mia sposa».
«Oh, come  sei bella!» sospira subito Luceria, prendendo la ragazza per le mani e contemplandola con affetto. E poi subito «Venite», invita, «sediamoci in giardino e raccontiamoci tutto». Fa cenno a un vecchio servo, che va lesto nelle cucine e torna con nettare, olive e dolci.
Rufo si bea di ascoltare lo scroscio della fontana del giardino, che tanto gli è familiare. Gli evoca un passato che aveva voluto seppellire ma che ora, riaffiorando, gli riempie il cuore di serenità.
E prende a narrare ai suoi tutte le vicissitudini vissute, dal suo viaggio avventuroso verso Milano per arruolarsi sotto le insegne di Maximo, alle sue sortite in Pannonia, dagli scontri corpo a corpo alla disfatta di Aquileia.
Schytilla ascolta tutto con curiosità, apprendendo di Rufo cose che non immaginava nemmeno. Ma nota anche che Rufo omette di proposito tanti particolari che lei invece ben conosce, come ad esempio il suo scontro con Volcacio sotto il portico di Emilio, e l’offerta, al mercante, sotto quello stesso portico, della spada con la quale avrebbe dovuto invece vendicare Maximo.
L’attenzione dei due anziani è intensa. Non si perdono una parola, rivivendo ogni evento con il figlio. Alla fine Rufo racconta come sia stata la saggezza di Simmaco a fargli trovare la determinazione di perdonare e tornare nella casa paterna.
«E tu, cara?» chiede Luceria, rivolgendosi con interesse a Schytilla. La ragazza cerca lo sguardo di Rufo, che la incoraggia a raccontare la verità.
«Ero una schiava», dice senza vergogna, «e Rufo mi ha voluto affrancare».
«Oh, povera ragazza, chissà quante ne avrai passate!»  esclama Luceria ben lungi dallo scandalizzarsi per quella risposta.
Schytilla comprende che quello è un delicato invito, e per ricambiare l’atteggiamento accogliente di Luceria, racconta una storia che ha sempre tenuto segreta. «Mia madre viveva in un villaggio goto delle sconfinate steppe dell’est, molto oltre i confini dell’Impero. Un giorno le orde degli unni sfondarono le porte Caspiche e dilagarono nei nostri villaggi. Mia madre fu stuprata…». La ragazza si ferma un attimo, incerta se continuare a raccontare particolari. Ma riprende subito, quasi orgogliosa di dire la verità. «Ma sopravvisse e, con pochi altri scampati alle stragi,  intraprese un viaggio interminabile verso i territori dell’Impero, nostra unica possibilità di scampo. Io venni alla luce proprio nel corso di questo lungo viaggio, e la mia infanzia trascorse su un carro. Quando finalmente arrivammo al «limes», i soldati romani ci chiesero di pagare per poter entrare. Ma appena entrati, ci depredarono di tutto e ci fecero schiavi. Mia madre reagì, e venne uccisa».
«Soldati romani che si comportano così meritano di essere crocifissi!» esclama Ramnio rosso in viso per lo sdegno.
«Basta, basta con questi terribili ricordi!» interviene Luceria con materna dolcezza. «Ora siete finalmente qui, e vi aspetta un meritato riposo».
«Purtroppo, figliolo» ci tiene a precisare Ramnio, «la situazione della nostra famiglia non è più quella di quando te ne sei andato. Io non sono mai stato dalla parte di Teodosio, lo sai, e non lo sono nemmeno adesso che lui è il vincitore. Tutti i miei amici sono riusciti a cambiare bandiera con la massima facilità, ma io no!»
Mentre dice queste cose, Ramnio sente su di sé lo sguardo pieno di ammirazione del figliolo. «E così, Rufo, non ho più latifondi» confessa, quasi a volersi scusare di non essere più tra i ricchi dell’Urbe. «La dea Fortuna», continua, «mi ha lasciato però villa Raminia, a Veio, forse perché quella era destinata a te, Rufo. Lì si produce olio e grano in quantità, e se vorrai riprenderne possesso, tu e la tua sposa potrete stabilirvi lì e mettere su famiglia».
Schytilla ascolta tutte queste belle parole, e sente tutto il calore di una famiglia che si è appena ricostituita. Ma dentro sé freme, perché non sa quale potrà essere il momento più opportuno per rivelare al suo sposo la notizia che ha avuto da Grato.
Quando, più tardi, lei e Rufo sono nella loro camera, comprende che non può più aspettare.
Rufo è accanto alla finestra, dalla quale splende la falce della luna. Sospira e le dice: «Ora tu sei tornata, e io posso ricominciare a vivere. Ma in tua assenza ho commesso i crimini più efferati. Ho depredato, ucciso innocenti, causato dolori a non finire. Io non sono più degno di essere chiamato uomo. Come potrò mai riprendere a vivere, quando le mie colpe sono così troppe, troppe, troppe…?»
Schytilla comprende quanto quel momento sia delicato, e nel suo cuore rivolge una preghiera a Cristo perché le dia di trovare le parole giuste.
«Ricordi, quello che diceva sempre Berterico? La salvezza dell’uomo è nel ricominciare, ogni volta che si cade. Ogni volta. E tu quindi puoi ancora una volta ricominciare!».
«Ancora? Anche stavolta? Anche ora che ho sopra di me il peso di rimorsi così brucianti che possono uccidermi? Ora so per certo che basta un nonnulla perché io diventi una belva, ora tutto mi è finalmente chiaro, Schytilla. La verità è una sola. Io… sono un debole!»
Gli occhi di Schytilla diventano lucidi. «Queste parole ti fanno grande, Rufo», sussurra. «Finalmente tu  chiami  con il suo giusto nome la tua ira, la tua prevaricazione contro gli altri, la tua forza usata per schiacciare. Ora davvero tu vedi. Perché ora tu sai quale è la vera forza che si deve sprigionare da te. E questo è l’uomo che io amo, al quale voglio donarmi con tutta me stessa».
Rufo fa un profondo respiro. Torna con gli occhi alla luna e chiede: «Che devo fare?»
Di fronte a una domanda diretta come quella, Schytilla sente dissolversi ogni sua timidezza e titubanza, e la risposta le sgorga dal cuore sicura e prepotente.
  «Quando eri presbitero ti beavi di aprire il vangelo e scuotere i fedeli con le parole più esigenti, come quelle che dicono addirittura ‘ama il nemico’! Ecco, Rufo, questo è quello che dicevi agli altri. E tu?»
«Cosa vuoi dire?»
«Tu saresti disposto, ora che conosci quale sia la vera forza, a perdonare un nemico?»
«L’ho fatto, ho perdonato mio padre!»
«Tuo padre non era tuo nemico. Volcacio, è tuo nemico!»
Al sentire quel nome, Rufo avvampa di collera. Un turbinio di sensazioni contraddittorie lo scuote da cima a fondo. Non sa cosa rispondere.
Passano interminabili momenti di silenzio.
«Sì» afferma infine Rufo a denti stretti e con la voce rauca. «Io perdonerò Volcacio!»
«Anche se continuerà a compiere delitti?»
«Sì», risponde Rufo con determinazione, «anche se compirà altri delitti. Ecco, io davanti a te voglio essere testimone di ciò che annunciavo, io farò ciò che predicavo agli altri! Sì, io continuerò a perdonarlo!»
Schytilla si avvinghia al suo petto. Ecco il suo vero uomo!
Rufo, ancora compreso dalla difficile scelta che ha appena compiuto, abbozza un mezzo sorriso e mormora: «E chissà cosa starà ancora tramando in questo momento, quello lì…»
Il momento è arrivato. Schytilla dice tutto d’un fiato: «Ha fatto imprigionare Anteo con l’accusa di magia per avermi riportata in vita!»
«Cosa?» grida Rufo, staccandosi da Schytilla e guardandola con occhi che immediatamente si iniettano di sangue.
«È così, me lo ha detto Grato!»
Rufo stringe i pugni con una forza spasmodica. Le sue braccia vibrano, in preda a una devastante lotta interna. Si piega tutto, urla, e poi comincia a prendere a pugni il muro, una, due, tre, quattro volte, facendo tremare le pareti, incurante delle ferite che si procura sulle mani. Schytilla non sa come trattenerlo.
Tale è lo strepito, che accorrono i servi, e infine anche Ramnio.
Ma quando entrano nella camera, trovano Rufo seduto sul letto, con la testa fra le mani ferite, e Schytilla che lo accarezza.
«Va tutto bene, va tutto bene», dice la ragazza.«Non è successo niente».
Ramnio vorrebbe avvicinarsi al figlio, ma Schytilla delicatamente gli fa segno di fermarsi.

§ 55. A.D.391, marzo, Serapeo di Alessandria d’Egitto

Keoth, lo scriba dal collo taurino, solleva con tutte le sue forze il troncone della statua di pietra del dio Nilo, per portarlo in salvo in una stanza, dove sta raccogliendo tutti gli altri frammenti dell’idolo.
Fuori infuria il fanatismo dei monaci neri, che, forti della tolleranza di Teodosio, hanno fatto irruzione nel Serapeo, e ora, indisturbati, distruggono tutto.
È una scena terribile.
E Keoth non può opporsi. A voler difendere il tempio sono in pochi, troppo pochi, e troppo scatenata ed esaltata è la folla che si dimena con lo zelo di chi è convinto di compiere qualcosa di sacro.
Né può opporsi Olympio, nonostante la sua autorevolezza guadagnata in anni e anni di sacro ministero, in un momento in cui la ragione e il rispetto dei sentimenti altrui non contano più nulla È il momento della rovina.
Olympio non ha il coraggio di guardare cosa stia accadendo al suo tempio Se ne sta voltato verso la città, con gli occhi fissi al faro, mentre sulle guance cadono lacrime e lacrime, come fosse un bambino. È la fine di tutta la sua vita, e della vita di migliaia di fedeli.
Ma non basta. C’è anche l’insulto.
«Gli idoli devono essere abbattuti», grida una voce,» così come va abbattuta ogni cosa che è falsa».
Nella confusione di rumori, stridono voci aspre e cattive. «Con queste statue noi facciamo crollare anche i vostri affari, mercanti di superstizioni, sacerdoti che vi ingrassate con il commercio dei vostri riti! Ora non potrete più ottenere donativi e nuotare nella corruzione!»
È troppo. Olympio si volta verso quella gente invasata e grida la sua ultima, inutile invettiva: «Voi! Voi che ora vi illudete di distruggere Serapide, sappiate che il dio si ricomporrà, come ha già fatto ai tempi in cui Iside ha raccolto le sue membra disperse nel Nilo. Più voi lo fate a pezzi, più egli ricapitolerà il mondo intero!»
Ma viene azzittito da un sasso che lo colpisce in pieno volto.
«Taci, se vuoi avere salva la vita!» grida qualcuno.
Vedendosi circondato da tutti i lati, Olympio si spaventa.
E tace.

«Noooo!» si alza la voce supplicante di Keoth. «La biblioteca no! Risparmiatela, almeno quella, vi scongiuro!»
«Anch’essa è un luogo blasfemo. A che conservare formule magiche?»
«La biblioteca non custodisce formule magiche, ma la conoscenza del passato!»
«Non c’è conoscenza, che non sia nel nostro Dio! Andiamo!»
E i monaci neri corrono verso la biblioteca con in mano torce, bastoni e corde.
Fiamme e distruzione.
E di documenti, ricordi, formule, vita, sapienza, poesia del presente e del passato, non rimane più traccia.

Olympio vede il fumo levarsi dalla biblioteca, e alza gli occhi al cielo. «Hanno fatto a pezzi il colosso di Serapide e hanno disperso il suo respiro nell’aria. Ora danno fuoco alla biblioteca, e con essa scompare il ricordo dei popoli. Anteo, dove sarai, in questo momento? E dove sarà il tuo codex, sul quale appuntavi le tue scoperte, le storie, le cure, i carmi del mondo prima del diluvio?»
Preghiera intensa, quella di Olympio, che purtroppo non sa che da tempo anche il codex non esiste più. È finito nelle fiamme di un’incursione di altri monaci neri, a Roma, in un villaggio ariano. Fiamme diverse da quelle della biblioteca di Alessandria, ma ugualmente stupide. Del codex rimane solo il ricordo nella mente di Anteo. E la domanda senza risposta.

 

§ 56. Circo Massimo – arco dei consoli

Lo spettacolo degli aurighi è terminato. La folla che ha urlato, osannato, incitato, ora si scioglie e sciama via attraverso le varie uscite.
Simmaco è soddisfatto. In qualità di console, certamente deve sobbarcarsi il pesante onere di allestire e pagare spettacoli per la plebe, ma la medaglia ha il suo rovescio: la fama, la stima, il potere.
Con passo solenne attraversa l’uscita a lui riservata, per raggiungere la carrozza che lo aspetta in strada, stringendo una dopo l’altra le mani della gente che si protende verso di lui, grata per lo spettacolo.
Quand’ecco, davanti a lui, un uomo e una donna. Sulle prime ne è piacevolmente sorpreso per la bellezza della donna e la prestanza dell’uomo.
Ma subito li riconosce.
«Ancora voi!» esclama sbuffando. «Fino a qui vi siete intrufolati? Proprio non la volete smettere, di tediarmi!»
«Perdona la nostra insistenza, clarissimo» dice Rufo. «Tu non sai quante volte abbiamo bussato alla tua casa, ma sempre i tuoi servi ci hanno mandato via, dicendoci che non potevi riceverci. Non sapevamo come fare. Abbiamo bisogno di te!»
«Allora chiariamoci una volta per tutte!» precisa Simmaco con tono imperativo. E pianta contro Rufo uno sguardo che giudica, irride e fa sentire fuori posto.
«Tu, brigante», dice, «hai potuto constatare che un console romano ha una sola parola. Ti avevo, io, assicurato l’opera dei miei medici per salvare la tua sposa? Mi ero altresì impegnato per farvi condonare tutte le vostre malefatte? Ecco, tutto quanto ho promesso, io l’ho mantenuto, e senza inganno.. Ma ti ho anche detto, Rufo, se ben ricordi, che non ti avrei più concesso altro!»
Schytilla non riesce a trattenersi. «Ma tu, clarissimo», interviene, «sei imparentato con il Prefetto del Pretorio d’Italia, Flaviano Nicomaco. Basterebbe una sola parola sua, e Anteo avrebbe salva la vita!»
«Donna!» risponde Simmaco visibilmente offeso. «Se io volessi salvare Anteo non avrei certo bisogno di Flaviano, come dici tu!»
Schytilla comprende di aver toccato l’orgoglio del console.
«Se foste solo un po’ addentro alla politica», riprende Simmaco, «comprendereste molto bene che per potersi muovere in un mondo fatto di amicizie e scambi di favori, ci deve essere un certo equilibrio, per cui tutte le volte che chiedo una cosa, un’altra cosa poi devo dare. Per voi ho già chiesto. Ora Basta!»
«Ma qui si tratta di salvare una vita!» ribatte Schytilla.
«La vita di un rinnegato sognatore? Ma come è possibile che proprio tu tenga tanto a un ragazzino che, dopo aver fatto i suoi esperimenti sulla tua pelle, con squallido e presuntuoso disprezzo ha abbandonato sia te che la mia casa?»
«Ma sei stato proprio tu, clarissimo» risponde Rufo, «che ci hai insegnato cosa sia il perdono! Anteo ora ha bisogno di aiuto!»
«Non voglio più sentirvi!» gracchia Simmaco irritato.
Ma subito, compiacendosi di sconcertare gli interlocutori con il suo tipico alternare invettive e cordialità, rivolge a Rufo un sorrisetto ambiguo. «Bene!», gli dice. «Sono sinceramente lieto che la tua dolce Schytilla in un solo attimo sia tornata bella e sana come una ninfa. Ma…», e qui cambia repentinamente espressione, mostrando di voler chiudere per sempre una faccenda andata avanti per troppo tempo, «è venuto il momento che voi spariate dalla mia presenza. Non voglio più avere a che fare con gente come voi!»
E si allontana, ignorandoli.
«Stai certo che non ci rivedrai più», grida Rufo con rabbia.
«Addio» dice Simmaco senza voltarsi, alzando il dorso della mano in un cenno di saluto.

§ 57. Carcere Mamertino

Nei sotterranei del carcere Mamertino, l’avvocato patrono ha l’aria molto contrariata. È costretto a difendere un giovane detenuto, imputato di magia, che non ha nemmeno una moneta d’oro da dargli come incentivo.
Monete invece gliene stava offrendo, e tante, un uomo alto e robusto, che voleva ad ogni costo salvare la vita all’imputato. Ma l’imputato, con quella sua faccia imberbe e sognatrice, anziché ringraziare a mani giunte un amico così generoso, lo ha inspiegabilmente mandato via a male parole.
«Non voglio niente da voi!» ha gridato da dietro le sbarre. «Va’ via, tu e le tue monete, Rufo! E di’ alla tua donna che non ti spinga mai più a venirmi a fare la carità!».
E mentre l’amico, umiliato, se ne andava via, il giovane imputato continuava a gridargli contro parole rabbiose, dette con il chiaro intento di toccare i suoi affetti più intimi. Sembrava volersi mostrare a bella posta ingrato, altezzoso, nemico, quasi volesse farsi disprezzare.
E l’avvocato patrono, ora, dovrebbe difendere un matto come questo?
Certo, non ne ha molto voglia.
Ma è un buon uomo, e non gli va che un suo difeso, benché stupido, sia mandato a morte senza che lui abbia prima compreso qualcosa del caso.

«L’accusa dice che tu, con le tue macchinazioni, hai richiamato in vita una donna che era già morta. Come hai fatto?»
«Non era già morta!» reagisce Anteo. «E poi non ho fatto alcun ricorso alla magia. Per guarire la ragazza io ho utilizzato una precisa scienza medica, che i grandi sapienti di Roma ancora non conoscono: Ma la conoscevano gli antichi. È la terapia delle forme».
«Mai sentita nominare. E tu, come la conoscevi?»
«La sapevo a memoria!»
«Dove l’avevi imparata?»
«L’avevo scritta sul mio codex«
«Il tuo codex? E che è?»
«Sono i miei appunti, le mie trascrizioni di documenti di tutti i tipi, anche scientifici!»
«Devi consegnarmi questo codex, potrebbe essere utile per la difesa!»
«Non posso consegnartelo, perché è andato distrutto!»
«Ma guarda!» esclama beffardo l’avvocato come una risposta del genere già se la aspettasse. «E come facciamo adesso a dimostrare che quello di cui ti sei servito per richiamare in vita la donna è stata una semplice tecnica medica e non una tua evocazione demoniaca?»
«No, ma che evocazione demoniaca! Io ho solo seguito delle istruzioni che avevo trascritto copiandole da papiri antichissimi!»
«Papiri antichissimi? Tutti i maghi dicono così. Nessun giudice ti potrà assolvere se non potrà esaminare questi fantomatici papiri».
«Questi papiri esistono davvero, avvocato, e si possono benissimo esaminare!» esclama Anteo con assoluta convinzione.
«E dove sono?»
«Sono custoditi nella biblioteca del Serapeo di Alessandria d’Egitto!»
A queste parole l’avvocato patrono si alza in piedi e guarda in alto, infastidito.
«Che ho detto mai?» chiede Anteo.
«Basta, non ho più tempo per te!» mugugna l’avvocato, e fa per andarsene.
«No, aspetta! Perché mi tratti così?», chiede Anteo trattenendolo per un braccio. «Io ti sto dicendo la pura verità. Ti giuro che questi documenti esistono per davvero, e se riesco a farmeli mandare, posso anche mostrarli ai giudici!»
«E come farai a mostrarli, se anche questi, come il tuo codex, guarda caso sono finiti in fumo?»
«Cosa stai dicendo?»
«Cosa sto dicendo? Tu solo, in questa città, non sai che il Serapeo di Alessandria d’Egitto è stato appena demolito? Del tempio, delle statue, e anche della biblioteca, ormai non esiste più nulla. I documenti che dovrebbero provare la tua innocenza, pare impossibile, ma sono stati ridotti in cenere!»
«Cosa?» grida Anteo disperato. «Il Serapeo distrutto? E come è stato? E mio padre?»
«Chiedi notizie a qualcun altro!» taglia corto l’avvocato. «La verità è che non hai nulla di concreto da mostrare né a me né ai giudici. Hai solo chiacchiere, e formule misteriose. Ma quali terapie antiche! Il verdetto è già evidente, e io non ho nessuna intenzione di perdere altro tempo con te!»

Il Serapeo distrutto! Ad Anteo crolla il mondo. È terrificante! Le sue radici, la sua infanzia vissuta tra riti, offerte, sacre misurazioni del livello del Nilo, le preghiere di suo padre, gli scribi… tutto questo non esiste più!
E non esiste più nulla, soprattutto, della sua amata e misteriosa biblioteca, con i suoi inestimabili tesori di conoscenza!
La tempesta che ad Alessandria si fiutava nell’aria, il terrore e l’angoscia per quel qualcosa che si sentiva che stava per abbattersi sul tempio, il senso di precarietà con cui si portavano avanti le celebrazioni… ecco, ora tutto è diventato tremenda realtà.
Cosa ne sarà in questo momento di suo padre, di Keoth e degli altri sacerdoti? Saranno stati uccisi insieme al loro mondo? O saranno, per loro sfortuna, ancora vivi, scampati alla distruzione per vagare in un Egitto senza più Serapide?
Tutto è perito!
Tutto.

«No!», si dice Anteo. «Una cosa di tutto questo rimane! Una domanda. Una domanda sopita, accantonata sotto l’incalzare degli eventi che lo hanno costretto a diventare addirittura brigante, lottatore, negoziatore… ma che ancora pulsa di vita, nel profondo più profondo del suo cuore. È la domanda senza risposta dell’epopea di Dorq, la domanda di Imoth quando vede tutto il suo mondo scomparire, e tutti i suoi manufatti venire inghiottiti dal diluvio, e con essi la sua vita stessa. «Padre, dove porrò dunque il mio nome, perché non perisca?»

§ 58. A.D.391, giugno, Carcere Mamertino

«Rufo, tu qui?» esclama il capo dei carcerieri, lieto di vedere ancora una volta davanti a sé il suo vecchio compagno di studi. Stavolta lo vede ben vestito, e insieme a una ragazza.
«Sì, amico!» risponde Rufo. «Ho bisogno del tuo aiuto!»
«Immagino che vogliate parlare a un prigioniero».
«Proprio così, Fidezio, è importante. Quel prigioniero domani sarà giustiziato, e non avremo più altra occasione».
«Capisco!» annuisce Fidezio. «Vi accompagno».
E li scorta giù per le scale che scendono nei sotterranei.
Anteo è da solo, nella cella. Appena intravvede Schytilla, nasconde la faccia contro un angolo.
«Anteo!» chiama la ragazza, accorata.
Ma il prigioniero tace, immobile.
«Anteo!» ripete Rufo, con tono d’affetto.
Il prigioniero si volta di scatto. Il suo volto ha un’espressione devastata. «Neanche adesso, mi lasciate in pace?» urla rabbioso.
E incrocia gli occhi di Schytilla. Sono occhi pieni di lacrime e di affetto, come se tutta la sua ostentata ostilità non avesse avuto alcun potere di tenerla lontana».
Anteo diventa rosso in volto, e torna faccia al muro, gridando: «State alla larga da me! Vi odio!»
Ma Schytilla si avvicina ancora di più, impugna le sbarre e gli dice: «Noi ti vogliamo bene!». Per tutta risposta Anteo, con la faccia sfigurata dal pianto, si alza, si avvicina a lei e disperatamente le sputa in faccia.
«Ma cosa fai?» grida Rufo «Sei impazzito?» E si affretta a detergere Schytilla.

Anteo torna con la faccia contro il muro.
«Andiamo via» dice Rufo.
«No» dice Schytilla. «Non capisci che ha bisogno di noi?»
«Io non ho bisogno di nessuno, lasciatemi in pace! Andatevene!» urla Anteo senza voltarsi.
Rufo allora tende la mano tra le sbarre nell’estremo tentativo di toccare l’amico, per una carezza, per una stretta, per un contatto umano che gli faccia sentire che, al di là del suo incomprensibile folle rifiuto, c’è chi lo ama lo stesso.

E a quel punto il prigioniero si avventa sulla mano tesa di Rufo, e la morde.
«Basta!» grida Fidezio «Lasciatelo stare, non capite che questo qua è impazzito? Forse davvero è un mago, che in questo momento è posseduto dalle forze dell’oscurità!»
«Sì», dice Rufo fasciandosi la mano, «dobbiamo andare». Ma Schytilla vuole rimanere. A Rufo non resta che tirarla per un braccio e poi, sentendola ostinatamente resistere, trascinarla via.
«Nooo!» grida Schytilla.

Anteo sente quella voce rimbombare e perdersi nelle prigioni.
Rimane accucciato a singhiozzare senza staccare la faccia dal muro.

Per lui il tempo non ha più alcun significato.
Può essere passata un’ora, forse due…

«Guarda come ti sei ridotto, egizianello!» dice a un certo punto una voce odiosa.
Volcacio.
Che lo sta guardando con un sorriso crudele.
Porta al collo una vistosa catena d’oro con una croce, e dalla cintura gli penzola un pugnale, d’oro anch’esso.
Il prigioniero si alza e, sprezzante, va verso di lui.
«Voglio proprio godermi la scena della tua decapitazione!» continua imperterrito Volcacio. «E soprattutto vedere in quel momento la faccia del grande Rufo, che ancora non sa capacitarsi di quello che sono riuscito a combinare al suo più caro amico… Eh, eh, eh».
Ma quella risata cessa di colpo. Perché Anteo, con un gesto improvviso che nessuno avrebbe mai potuto immaginare da parte di un carcerato fiaccato da giorni e giorni di reclusione, afferra Volcacio per la collana d’oro e tira, schiacciandogli la faccia contro le sbarre. Nel contempo, sfrutta la sorpresa, e gli sfila il pugnale d’oro. E glielo punta sulla fronte.
Fidezio fa per intervenire, ma il prigioniero lo blocca: «Che nessuno si muova, o finisco di uccidere questo verme!» E dà un ulteriore strattone alla collana di Volcacio per tenerlo bene immobilizzato contro le sbarre.
Il capo delle guardie fa ai suoi un preciso cenno perché stiano fermi e non reagiscano. È un atteggiamento di ostentata prudenza, ma sotto sotto Fidezio è molto contento di quello che sta succedendo a Volcacio.
Volcacio è terrorizzato e geme, rendendosi conto di essere completamente nelle mani di Anteo.  
«Pietà!» biascica a fatica.
«Pietà? E perché mai? Tanto tra poco verrò ucciso, e tu sai bene che non ho più niente da perdere!»
«Pietà!» implora nuovamente Volcacio.
«Tu hai distrutto vigliaccamente la comunità del Gianicolo, tu hai ucciso, depredato, calunniato. Tu hai oltraggiato Schytilla! Meriti di morire!» E preme il pugnale contro la fronte della sua vittima.
Volcacio tenta invano di divincolarsi, ma la stretta di Anteo è di una forza inaudita, che lo comprime contro le sbarre e gli impedisce di muovere anche solo un braccio.
Anteo scava con rabbia su quella fronte.
Fidezio e le guardie osservano la scena con estrema attenzione, pronti ad intervenire. Ma è evidente che Anteo non vuole uccidere, e muove il pugnale contro l’osso, guardandosi bene dal farlo penetrare negli occhi.
Improvvisamente come è cominciata, altrettanto improvvisamente la reazione di Anteo cessa. Il giovane scoppia in lacrime, smette di tirare e lascia che Volcacio cada a terra.
Volcacio si mette subito una mano sulla fronte per fermare il sangue che gli cola su tutta la faccia.
È ancora ansimante, e si rende conto di essersela fatta sotto.
Anteo gli getta addosso il pugnale, come un oggetto ormai inutile e innocuo, e si ritrae dentro la cella. «Muori pure nella tua vita senza luce!» gli dice. «Questa è la tua peggiore condanna!»
Cessato il pericolo, due guardie corrono a soccorrere Volcacio, mentre altre irrompono nella cella e percuotono Anteo, incatenandolo stretto. Ma Anteo pare quasi non provare alcun dolore.

*       *       *

Rufo e Schytilla escono dal carcere sconvolti, abbracciati l’uno all’altra.
Sopra di loro, i garriti delle rondini.
Percorrono in silenzio la via Sacra, nel Foro, e non si avvedono di essere guardati da due occhi grigi e penetranti, che brillano sotto folte sopracciglia.

§ 59. Verso il patibolo

E giunge l’alba. L’ultima alba che Anteo può vedere.
«I tuoi amici i hanno detto che sei impazzito», dice una voce profonda, «ma io non ci credo.«
Quella voce… quell’accento. Già sentiti, da qualche parte!
Evocano pace, amicizia, immagini di un villaggio…
Sembrerebbe proprio la voce di Giovanni.
Ma Anteo sa che non è possibile. Quel monaco è scomparso da tempo.
Può essere la sua mente provata, che gli fa brutti scherzi.
E resta con la faccia contro il muro.

Ma la voce riprende. «Io ti ho conosciuto, Anteo, e penso proprio di avere capito».

«Capito… cosa?»
«Che hai finalmente trovato la risposta alla domanda che tutta la vita ha tormentato il tuo cuore».
Anteo si volta ripetendo meccanicamente: «Padre, dove dunque  riporrò il mio nome, perché non perisca?»

Giovanni.

«Sì», dice il monaco, «la risposta a quella domanda!»
In quel momento non hanno senso i convenevoli, i saluti, e nemmeno sapere come mai Giovanni si trovi lì. C’è, e basta.

«Come fai a dire che ho trovato la risposta?»
«Perché, per amore, tu hai rinnegato la tua vita!»
«Sì, è così» ammette Anteo. «E con questo?»
«Tu hai fatto ciò che ha fatto Iddio».
«Ma cosa stai dicendo, sei impazzito? Io… ho fatto ciò che ha fatto Dio?»
«Tu lo hai sempre saputo, Anteo, che sulla croce c’era… Dio! Non c’era un uomo eccezionale, o un semidio generato dal Padre, come dicono i nostri amici ariani. Inchiodato dagli uomini, c’era Dio stesso!»
Una tale affermazione risveglia in Anteo una consapevolezza sopita, che non aveva mai avuto il coraggio di mettere in luce. Che cioè deve pur esistere, da qualche parte, un amore così grande, immenso… l’armonia sublime che lui ha sempre cercato.
Ed ecco, in quel momento, tutti suoi dubbi e tutti suoi ragionamenti non esistono più.
«È l’Amore», sussurra, «che grida e muore!» 
E tace.
Poi scuote la testa. «È l’Onnipotente… che sta lì, inchiodato… per amore!» continua. «Ma lo sai, Giovanni? Non ho avuto mai il coraggio di dirlo, ma nel profondo di me l’ho sempre saputo, che il Tutto si tocca col Nulla.«
E sul suo volto martoriato compare un timido sorriso.

«Sì» ripete Giovanni, «È proprio così».
«Allora, adesso che anch’io sono divenuto nulla, ora che i miei inni sono dispersi e dimenticati, ora che ho distrutto il mio sogno, ora che ho annientato il ricordo di me...»
«Ora tu sei, Anteo! Ora tu davvero sei, perché sei amore».

Fidezio, con le sue guardie, va a prendere il condannato.
«E’ venuto il momento» dice.
Anteo si alza, ubbidiente. Dà un’ultima occhiata d’intesa a Giovanni, con il viso illuminato da  un’impossibile espressione di serenità.

«Mi dispiace davvero» gli confida Fidezio sottovoce, mentre lo scorta. «Tu non sei malvagio!» Sono parole amiche, ma Anteo non ci fa caso, non ha più alcun bisogno di commiserazione da parte di nessuno.
Tra poco lui tornerà nel nulla da dove è venuto, quel nulla che tutta la vita ha temuto e contrastato. Ma ora sa che l’Amore ha fatto sì che ogni cosa sfoci nel suo contrario, il pianto in risa, la dimenticanza in memoria, la finitezza in eternità, la tenebra in luce, la morte in vita.
Questa è la verità.
Anteo lo sa. Non glielo dice la fede, non glielo dice la mente.
Lui sa che  così. E basta
Giovanni aveva ragione, ha finalmente trovato la risposta alla domanda che lo ha tormentato tutta la vita.
Ora comprende dov’è, che risiede la sua immortalità. Non nell’arte, non nella fama, e nemmeno nel cuore degli uomini. Per l’amore, che penetra ogni cosa, la sua immortalità poggia ora nella stessa sua mortalità, la sua eternità risiede nella sua stessa caducità.

Il boia vede Anteo che sorride.
«Costui è divenuto completamente folle» pensa. «Meglio così».
Gli schiaccia con forza la testa sul tronco della decapitazione. Prende la spada e si appresta a sferrare il colpo mortale.

Anteo continua a sorridere.
Perché ha in cuore un’impossibile, indefinita gioia, quella di chi vede aprirsi davanti a sé un’avventura inimmaginabile, che lo attira e che lo chiama.
Quando la sua testa cadrà si spegnerà il suo pensiero, Anteo non esisterà più. Anteo sarà nulla.
Anteo sarà nel nulla.
Ma il nulla è abitato.
E Anteo non vede l’ora dell’incontro.